Antiochia. Resistere, nonostante tutto e tutti
di Marco Anca
Vorrei parlare di una terra che mi è profondamente cara, la provincia di Hatay, nell’attuale Turchia.
La città più importante è Antiochia (in turco Antakya).
Antiochia, sede onorifica di ben cinque patriarcati di chiese orientali anche se da molto tempo risiedono altrove (greco-ortodosso, ora a Damasco, greco-cattolico melchita ora a Damasco, siro-ortodosso ora a Damasco, siro-cattolico ora a Beirut, maronita ora a Bkerkè, Libano).
E nella chiesa nella roccia di San Pietro, frequentata sia da cattolici sia da ortodossi, San Pietro ha predicato per la prima volta la Buona Novella.
Poi la provincia di Hatay ha una altra particolarità, è terra di alawiti, minoranza a rischio genocidio in Siria da parte dei ratti di Hts e dei loro padrini turchi.
Antiochia, città di incrocio e convivenza di tre religioni, cristianesimo (cattolico e ortodosso), islam ed ebraismo, a cui va aggiunto l’alauismo.
In questa provincia una data segna un prima e un dopo, il 6 febbraio 2023, quando è stata in parte distrutta da un catastrofico terremoto, che per me è stato anche un dolore personale.
Un po’ di storia, dati e fatti.
Hatay ha una lunga storia, oltre al nome Antiochia aggiungo il nome greco Alessandretta, nome di un’altra città della provincia, conosciuta anche come Iskenderun (in turco) ed Al-Iskandarun (in arabo), e sede del vicariato apostolico latino dell’Anatolia.
All’interno dell’Impero Ottomano, dopo la Grande Guerra, in base all’accordo Sykes-Picot, il Sangiaccato di Alessandretta diviene parte del mandato francese di Siria e Libano, e nel 1939, dopo intimidazioni militari e votazioni truccate, entra a far parte della Turchia come provincia di Hatay.
Come si può vedere dalla storia, non è terra turca.
Difatti tuttora vi è una forte minoranza araba (siriana) divisa tra musulmani sunniti, alawiti e greco-ortodossi, soprattutto in alcuni dei distretti, come per esempio Samandag.
I pochi cattolici sono turchi o levantini, mentre i pochissimi ebrei antiocheni, lì da 2.500 anni, sono ebrei siriani.
E lo vedete anche dalla ottima cucina, con le mezè tipiche del Levante arabo, che i turchi non sanno fare (se trovate dei mezè buoni in Turchia potete stare certi che in cucina c’è un antiocheno o un arabo del Levante), tra cui una tipica proprio dell’area tra Antiochia ed Aleppo, la muhammara, buonissima crema (ha la consistenza dell’hummus) al peperoncino.
Politicamente, da quelle parti l’AKP, il partito di Erdogan, in alcuni distretti non tocca quasi palla, lì è molto forte il principale partito dell’opposizione, il CHP, e molti altri partiti decisamente di sinistra.
Uno dei due copresidenti di uno dei partiti della sinistra turca, peraltro, è una donna, la deputata Tulay Hatimogullari, araba alawita di Samandag.
Gli alawiti sono una confessione religiosa che si considera affine allo sciismo (ma curiosamente bevono alcol e festeggiano il 25 dicembre), mentre i sunniti non li considerano musulmani, e vivono sulla costa mediterranea della Siria, nella provincia di Hatay in Turchia, nel nord del Libano e nella zona della Turchia, dove è presente una minoranza araba siriana, tra Tarso e Mersin.
I loro luoghi di culto sono santuari in cui si trova la tomba di un loro santo, e dove loro entrano, senza scarpe, accendendo una bastoncini che sprigionano una specie di incenso.
Non vanno confusi con gli aleviti, che hanno alcuni aspetti teologici diversi, ma che come principale diversità hanno quella etnica.
Infatti gli alawiti sono arabi (in turco li chiamano “arap aleviler”), mentre gli aleviti sono turchi (in turco li chiamano “turkmen aleviler”).
Gli aleviti si riuniscono in case di preghiera (in questo ricordano i molokhani russi) chiamate cemevi, a Istanbul ne ho visitata una, dove sono stato accolto molto bene, e in cui mi hanno spiegato che gli alawiti di Istanbul, che non hanno santuari propri, sono accolti per pregare nelle loro cemevi.
Sono ben il 15% almeno della popolazione turca, e votano in massa per il partito CHP, il cui precedente presidente, Kemal Kilicdaroglu, è alevita.
Ad Antiochia ero stato la prima volta nel luglio 2013, di passaggio, e avevo avuto la fortuna di conoscere padre Domenico, un anziano cappuccino modenese, parroco latino (nel Levante quello che noi chiamiamo “cattolico” si chiama “latino”, mentre quello che loro chiamano “cattolico” per noi è “melchita”) di Antiochia dal 1958 e che sulla porta della parrocchia ha fatto scolpire la dicitura “chiesa cattolica turca”, e ora è in pensione in una delle parrocchie latine di Istanbul, e quando passiamo di lì andiamo sempre a trovarlo (ricordo sempre la sua bellissima frase “a seminare il Vangelo si raccoglie sempre qualcosa”).
Però la realtà di Hatay è molto variegata e da esplorare, e vi siamo tornati nell’ottobre 2022.
Per la preparazione del viaggio è stato fondamentale contattare una esperta della regione, la professoressa Laila Prager dell’Università di Amburgo, che mi ha segnalato un suo lungo articolo in inglese necessario per l’esplorazione del lato alawita della regione.
Per la logistica, il proprietario dell’albergo dove alloggiavamo ci aveva messo a disposizione come autista un suo dipendente alawita, in quanto aveva capito al volo lo spirito del viaggio.
Ad Antiochia abbiamo visto molte cose, come le moschee più antiche, i cui cortili sono punto di ritrovo per anziani e famiglie. Siamo tornati da padre Domenico nella sua parrocchia latina, abbiamo visitato l’area degli ortodossi (che sono ortodossi arabi del Patriarcato di Antiochia) con la loro chiesa di San Paolo, il santuario alawita, e la città vecchia tutta di moschee e case basse, con la residenza del governatore francese trasformata in un eccellente, e per noi non caro, ristorante.
Grazie all’intermediazione di padre Domenico, avevano aperto per noi anche l’antica sinagoga, ed era stato molto interessante visitarla incontrare gli ebrei antiocheni parlando con il presidente della loro comunità, il signor Saul, in spagnolo (gli ebrei antiocheni, essendo siriani, parlano arabo, ma chi come lui aveva studiato nelle scuole ebraiche di Istanbul, sefardite, aveva imparato il ladino, lo spagnolo dei sefarditi).
Nella regione poi avevamo voluto vedere tre luoghi fondamentali.
Harbiye, nel distretto di Defne, dove si trova il santuario alawita dello sceicco Yusuf El Hekim, una costruzione solida e squadrata con intorno il luogo di ritrovo e socializzazione della comunità alawita.
Il villaggio armeno di Vakifli, l’unico villaggio interamente armeno rimasto in Turchia, con la sua chiesa apostolica armena.
Samandag, importante centro dell’alauismo, con una popolazione araba al 90%, dove ci sono l’albero di Mosè e il santuario alawita più importante e frequentato della regione, il santuario di Al Khidr (Hz. Hizir in turco), una costruzione bassa e robusta dove c’è la tomba di Khidr, si dice costruito nel punto in cui Khidr e Mosè si sono incontrati.
Nel quartiere di Samandag sulla collina, Mizrakli, vive la comunità ortodossa, con il suo cimitero e la chiesa della Vergine Maria, e la chiesa di Sant’Elia con di fronte un altro santuario alawita basso e robusto.
Una curiosità: il nostro autista si era rivolto a una signora del quartiere, e tra di loro avevano parlato in arabo.
È stato un viaggio di una grandissima rilevanza culturale e umana.
Poi, dopo tre mesi e mezzo, il terremoto.
Nella regione ci sono stati più di 25 mila morti, tutte le comunità, sunniti, alawiti, cattolici, ortodossi ed ebrei, hanno avuto perdite.
Un grande dolore personale, perché alcune persone che avevo conosciuto sono morte. Come il signor Saul, il presidente della comunità ebraica, e sua moglie Tuna.
Del proprietario dell’albergo e dei suoi dipendenti non ho saputo più nulla. La nostra guida alawita è sopravvissuto assieme alla famiglia.
La comunità cattolica ha perso due persone. I due sacerdoti indiani sostituti di padre Domenico si sono salvati, così come la collaboratrice della parrocchia eil giardiniere alawita, con le loro famiglie.
La comunità ortodossa ad Antiochia ha avuto, pare, una sessantina di morti. E di tante persone che ho incontrato non so più nulla.
I danni al patrimonio religioso e culturale.
Antiochia è andata giù praticamente tutta. La città vecchia ottomana è crollata quasi tutta. La casa del governatore francese ha avuto gravi danni. Le moschee più antiche sono crollate. La Chiesa di San Pietro, scavata nella roccia, ha resistito.
La parrocchia cattolica, costruzione bassa e robusta, ha avuto danni limitati alla foresteria, ora già riparati, ed è stata quindi uno dei primi centri di soccorso per i terremotati. Ho visto una foto con la parrocchia rimasta in piedi, il minareto della adiacente antica moschea di Sarimyie crollato e il forno a fianco, molto popolare tra gli antiocheni, intatto.
La chiesa ortodossa di San Paolo è crollata e non più recuperabile.
Le chiese della regione hanno avuto sorti diverse, alcune crollate come la chiesa latina di Iskenderun, altre gravemente danneggiate come la chiesa della Vergine Maria di Mizraki, o con danni interni recuperabili come la chiesa di Sant’Elia di Mizrakli, che già il giorno dopo nel cortile distribuiva pasti ai terremotati (con visita di ringraziamento del ministro della difesa turco), mentre nel villaggio le case basse avevano evitato danni gravi.
Il villaggio amrneo di Vakifli ha avuto danni anche alla chiesa, ma le case basse hanno resistito e ci sono stati solo pochi feriti.
La sinagoga è stata danneggiata ma è recuperabile.
Curiosamente, tutti i santuari alawiti della regione hanno resistito e nessuno è crollato. Al massimo hanno riportato lievi danni già riparati e sono tornati a essere luoghi di preghiera e pellegrinaggio (e di visite dei politici dell’opposizione!).
Gli alawiti dicono che è stato grazie alla protezione divina, anche se le tecniche di costruzione (tutti santuari bassi e robuste con le mura spesse, sembrano dei bunker) hanno giovato assai.
Le comunità.
Antiochia non sarà più, temo, la città delle tre religioni più una.
Ci sarà una orrenda ricostruzione moderna, e il rischio è che i “soccorritori” turchi sunniti la colonizzino, un vecchio trucco usato dalle etnie dominanti.
Una sorta di “gerrymandering” (il trucco americano di modificare i confini dei collegi elettorali onde ottenere vantaggi in termine di risultati elettorali) etnico.
Alcuni cattolici, come la combattiva collaboratrice della parrocchia, hanno deciso di rimanere (la parrocchia è operativa e i due sacerdoti sono regolarmente in servizio), altri si sono trasferiti a Mersin o a Istanbul, dove frequentano la parrocchia di padre Domenico.
Gli ortodossi sono dispersi, alcuni sono nelle loro seconde case, sulla costa, attendendo la ricostruzione, altri sono emigrati soprattutto a Istanbul, rimpolpando la piccola e millenaria comunità ortodossa che lì però è greca e appartenente al patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Tra le varie altre realtà dell’ortodossia presenti a Istanbul mi piace citare quella russa che ha le chiese all’ultimo piano di alcuni condomini ottocenteschi nel quartiere di Karakoy, molto suggestive).
Gli alawiti restano lì, come i sunniti.
I pochi ebrei sono stati trasferiti a Istanbul e temo non torneranno, la sinagoga resterà purtroppo solo un interessante museo, come quella di Tomar in Portogallo.
Nei villaggi, essendoci stati meno danni, la vita mi dicono essere ripartita, e gli ortodossi (e gli armeni) dei villaggi non si sono quindi dispersi.
A Samandag gli alawiti restano tutti, facendo quadrato attorno ai loro santuari.
Certo, è stato un colpo duro, umanamente e culturalmente. È un mondo che si è ridotto di dimensione e ha perso Antiochia, il pezzo
principale.
Diventando anziano, vedo ogni giorno un pezzo del mio mondo che sparisce, per venire sostituito da qualcosa che non capisco e non mi piace.
Però, quando l’anno scorso, quando sono andato a trovarlo, ho chiesto a padre Domenico cosa stessero facendo gli alawiti dell’Hatay e se fossero ancora lì, lui mi ha risposto “quelli non se ne andranno mai, quella è la loro terra e lì resteranno”.
Come sempre, padre Domenico ha trovato il modo di infondere un motivo di speranza. Resistere si può, nonostante tutto e nonostante tutti.



