Cronache dalla grotta / Il giovane ricco e noi

di Rita Bettaglio

Cum audisset autem adolescens verbum, abiit tristis : erat enim habens multas possessiones (Mt 19,22): il giovane, dopo aver udito la parola di Gesù, se ne andò triste, infatti possedeva molte cose.

Il giovane ricco: quante volte abbiamo sentito di questo giovane, adulescens lo chiama san Girolamo, che si allontanò da Gesù in preda alla tristezza. Lo immaginiamo: gli occhi bassi, il cuore appesantito, una tristezza che ci pare di capire subito (è così chiaro!) ma che in realtà capiamo sempre meno ogni volta che rileggiamo questo brano. Perché è triste?

Nella grotta agosto avanza lentamente: non senza una certa solennità, data dalle feste di san Lorenzo e dell’Assunzione di Maria Santissima, incede come sospeso nella canicola, in una lunga e solenne processione, come quelle che animano in questi giorni i borghi della nostra bella Italia, in festa per i santi patroni. Agosto è il mese delle feste patronali, delle processioni coi meravigliosi Cristi lignei, infiorati d’argenti e filigrane, delle Confraternite che, Deo gratias, stanno conoscendo una nuova, benedetta, primavera.

La cavernicola è inguaribilmente ligure e ponentina e le s’imperlano gli occhi a vedere i piccoli cristezzanti, bambini o adolescenti, col loro “crocco”, la tabarrina o mantellina ricamata di velluto e la buffa, il caratteristico copricapo triangolare bianco, arrotolato sul capo.

Lasciamo il cuore ai piedi dei nostri Cristi rivieraschi e torniamo al giovane ricco. Perché era triste? Solo per la prospettiva di lasciare beni e comodità? Certo quello non gli doveva apparire tanto desiderabile. Chi mai preferirebbe essere nudo anziché vestito, povero anziché ricco, affamato anziché sazio? Nessuno, perché il vestito, i beni e il cibo sono cose buone, indubbiamente.

Perché allora Gesù lo invita a vendere tutto ciò che ha, darlo ai poveri e a seguirlo, solo dopo aver fatto questo? È solo questione di beni materiali? A essi, tutto sommato, si riesce a rinunciare abbastanza agevolmente. Ricordo un fatto accaduto anni fa nel mio paese: una villetta prese fuoco e gli abitanti, amici miei, scapparono nella notte, in pigiama: di un’intera vita rimaneva loro solo quel pigiama. Tutto perduto, comprese le foto dei bimbi. Ricordo ancora che per un attimo, pur compatendo la loro sciagura, pensai che fossero fortunati perché finalmente liberi da tutte le cose che misteriosamente riusciamo, soprattutto noi donne, ad accumulare e mai riusciamo a buttare.

Quando riusciamo, per scelta o necessità (come i miei amici) a liberarci dei beni materiali che ingombrano casa e anima, bisogna fare attenzione al dopo.

Il posto che abbiamo fatto nel nostro cuore, liberandoci dei beni materiali, da chi viene occupato? Mi sovviene sempre, a questo proposito, l’avvertimento di Gesù circa lo spirito immondo che, uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di sollievo. Non trovandolo, decide di tornare da dove era venuto e trova la dimora, cioè l’anima dell’uomo, vuota, spazzata e adorna. A questo punto che fa? Gli brillano gli occhi davanti a questo piatto ricco: prende altri sette spiriti peggiori di lui e tutti e otto s’installano nell’abitazione. Alla fine l’uomo sta assai peggio di prima: fiunt novissima hominis illius pejora prioribus (Mt 12, 42-45).

Ci rifletto spesso, ogni volta che mi pare di fare un qualche progresso, di essermi liberata di qualche peso. Chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere, avverte san Paolo: mai monito fu più utile. Qui se existimat stare, videat ne cadat (1Cor 10, 12).

Quando lavoravo come infermiera, facevo i prelievi. Capitava che beccassi al primo tentativo vene difficili e il paziente mi facesse i complimenti. Ebbene, tutte le volte che io, dentro di me, mi compiacevo di questo, era certo che avrei sbagliato la vena successiva, anche se avesse avuto le dimensioni di una sequoia. E allora mi veniva in mente il versetto del salmo 118: Bonum mihi quia humiliasti me,
ut discam justificationes tuas.
L’umiliazione è spesso un bene.

Ancora sul giovane ricco che c’è in ognuno di noi, ascoltiamo le parole di san Doroteo di Gaza. Sono per i monaci, ma vanno bene per tutti e mi fanno sempre venire in mente i Ricordi di scuola di Giovanni Mosca, quando descrive le maestre.

“Ci è sembrato di esser usciti dal mondo e di aver abbandonato quello che è del mondo, veniamo in monastero e ci lasciamo vincere per cose da nulla, dalle attrattive del mondo e questo ci succede per la nostra grande stoltezza; dopo aver lasciato cose grandi e preziose finiamo poi per soddisfare le nostre passioni con cose da nulla. Ognuno di noi infatti ha abbandonato quello che aveva, chi aveva molto, molto, chi aveva poco, quel poco che aveva, ciascuno secondo le sue possibilità; veniamo in monastero, e poi, come dicevo, finiamo per cedere alle nostre passioni per cose da nulla, per piccolezze. Non dobbiamo comportarci così!” (Doroteo di Gaza, “Insegnamenti spirituali”, I, 14).

Perché è più facile per noi saltare il pasto che mangiare poco, tacere del tutto che sorvegliare le nostre parole. È la difficoltà della discretio, il discernimento. Per tutti noi, nella grotta e fuori.

____________________________________

cronachedallagrotta@gmail.com

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!