Viaggio dentro la mitezza. Con Gnocchi e Gulisano

di Aldo Maria Valli

Una volta ho scritto un “Elogio dell’ingenuità” che però non ho mai pubblicato. L’ho qui nel cassetto, ogni tanto lo tiro fuori ma poi lo ripongo. In quel testo parto dall’etimologia (ingenuo viene da ingenuus, ovvero nativo, naturale, per cui l’ingenuus era anche il nato libero) per sostenere che, nel mondo che esalta la furbizia, l’ingenuo è il solo vero rivoluzionario. Solo che ingenuo, ormai, ha per tutti un connotato negativo difficile da scalfire. L’ingenuo non è l’uomo libero, sincero e schietto, ma il credulone, lo sprovveduto, lo sciocco sventato che si lascia raggirare. E così le mie pagine restano nel cassetto, perché sono quasi sicuro che non sarebbero capite.

Ed ecco che ora due autori, due scrittori che sono anche miei cari amici, pubblicano un “Elogio del cuore mite” che mi ha fatto tornare in mente la mia operina addormentata nel cassetto. I due sono Alessandro Gnocchi e Paolo Gulisano (certamente, a mio modesto avviso, uomini miti, altrimenti non sarebbero miei amici) e ci accompagnano in un viaggio che è un po’ diario, un po’ guida spirituale, un po’ saggio letterario, e lo fanno chiamando accanto a loro tanti autori che hanno raccontato ma soprattutto vissuto la mitezza.

Alessandro Gnocchi ama il mondo ortodosso e con la sua bella barba assomiglia sempre di più a un pope. Per cui chiama in causa soprattutto quel mondo lì: lo zar Nicola II martirizzato con tutta la sua famiglia a Ekaterinburg, san Serafino di Sarov, santi monaci e santi monasteri con le cupole a cipolla. Però Alessandro è pure bergamasco, nato in riva all’Adda, e quindi (per quanto possa essere difficile immaginare un mite che parla in bergamasco) ci racconta anche del suo mondo nativo, con alcuni camei (come quello sull’orobico Felice Gimondi da Sedrina) che solo un grande scrittore sa sfornare riuscendo a commuovere senza scadere nel panegirico.

Paolo Gulisano (che i lettori di “Duc in altum” ben conoscono) ama la Scozia e la Gran Bretagna, è cultore di Tolkien e C.S. Lewis, Stevenson e Chesterton. La mitezza di cui ci parla discende da questi autori che lui frequenta con la dimestichezza di un vecchio amico, ma nel libro Paolo ci regala anche belle pagine sul “Piccolo principe” de Saint-Exupéry e alcuni ritratti di personaggi meno noti, come il giovane cattolico sudtirolese Josef Mayr-Nusser che in virtù della sua fede disse di no a Hitler, entrò in un gruppo segreto antinazista, fu condannato a morte e morì di stenti sul vagone che lo stava portando verso il campo di sterminio di Dachau.

Bastano questi pochi cenni per capire che il mite non è uno che si arrende, uno che rinuncia alla battaglia, che preferisce non scendere in campo. Né, tanto meno, è il pacifista. Questa, semmai, è la caricatura della mitezza imposta dagli aggressivi, dai crudeli e da tutti quelli che fanno della prepotenza la loro bandiera.

Nel libro ci sono tante efficaci definizioni della mitezza (eccone una: “Il mite, da sempre, si riconosce per come agisce, per la sua condotta non aggressiva, ma anche per la sua fermezza, per la sua forza interiore. Il mite si riconosce da come parla, o ancora più spesso per il suo silenzio”) ma più delle definizioni colpiscono i ritratti, le storie vere. E una storia che accomuna le passioni di Gnocchi e Gulisano è certamente quella di Giovannino Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone, che fu, come don Camillo e Peppone stessi, un cuore mite dentro un corpaccione da lottatore. E che lasciò alcune perle che ancora oggi ci folgorano con la loro nitidezza: “Gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria”. E buon per lui che Giovannino vide solo l’inizio dell’autodissoluzione della stessa Chiesa cattolica in nome dell’aggiornamento, che poi sarebbe un modo di dire il progresso.

Il campione dei campioni della mitezza è Gesù, e i due autori non mancano di ricordarlo, a partire dalle Beatitudini. Ma ciò non impedisce loro di trovare parole di mitezza anche in altre parrocchie, come in Lao Tzu, che sei secoli prima di Cristo lasciò detto: “Essendo mite posso essere coraggioso”. Perché la mitezza è qualità umana che non si identifica con una specifica filosofia o religione, ma la si riconosce ogni volta che ti viene da dire: ma guarda, quello è proprio un uomo buono.

Dico uomo, ma vale, ovviamente, anche per la donna. A questo proposito, nel libro si sostiene che la mitezza è qualità eminentemente femminile. Mah. Avendo conosciuto colleghe giornaliste che grondavano dolcezza da ogni artiglio, sul punto mi permetto di dissentire, ma semmai ne parlerò in privato con Gnocchi e Gulisano davanti a una pizza.

Mite viene dal latino mitis: molle, tenero, maturo. Etimologia che forse ha contribuito a creare qualche equivoco. Ho conosciuto e conosco miti tutt’altro che molli. Però sono d’accordo sulla tenerezza, qualità che il vero uomo sa esercitare e manifestare, perché c’è una tenerezza virile che si esprime in sue proprie forme, diverse da quelle della donna.

Insomma, miti di tutto il mondo unitevi! Perché il mondo è vostro, non è loro. Quindi date una bella lezione ai violenti, agli arroganti, ai maliziosi e ai furbi. Per esempio, comperando questo libro.

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Alessandro Gnocchi, Paolo Gulisano, “Elogio del cuore mite”, introduzione di Guido Conti, Edizioni Ares, 160 pagine, 14 euro  

 

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