L’autista ubriaco e il burrone
di Fabio Battiston
Ho letto con grande interesse il corposo contributo dell’amico Valli apparso sabato sul blog (“Caro tradizionalista, devi scegliere…”) e mi trovo sostanzialmente d’accordo con le sue tesi. Gli argomenti trattati rappresentano da tempo per me tematiche di importanza capitale nella questione riguardante il tormentato rapporto con l’attuale Chiesa militante.
Resta a mio avviso il problema di fondo che è proprio relativo a ciò che san Cipriano ci ha trasmesso; una sentenza divenuta, de facto, un dogma della nostra fede. Le domande, infatti, sono per me sempre le stesse: ma da quale Chiesa non possiamo uscire? E a quale Chiesa dobbiamo invece appartenere in assoluta fedeltà e obbedienza? Quanto è dirimente, se mai lo sia in termini assoluti, il valore dell’unità ecclesiale da salvaguardare a tutti i costi? Cristo stesso – lo certificano sia i Vangeli sia, varie volte, le lettere di Paolo – ci esorta, specie nella tempesta, a restare saldi nella fede, non tanto a mantenere una totale obbedienza alla Chiesa terrena. Essa, proprio perché umana, è soggetta alle “intemperie” di coloro che nel corso della storia sono chiamati a darle corpo. Tali intemperie, laddove – come nei nostri tempi – sono tali da portare estreme e gravi conseguenze sul piano dottrinale, magisteriale e pastorale, trasformano la Chiesa militante in un’entità verso la quale restare fedeli suona come vera e propria complicità. E noi, che viviamo su questa terra un tempo limitato, testimoni di una tragedia secolare che ci tocca molto da vicino, siamo chiamati a fare una scelta: hic et nunc!
Ecco perchè io penso che quell’Extra Ecclesiam debba e possa essere declinato in una obbligata e inflessibile fedeltà alla Chiesa Santa, cioè a quella Chiesa Trionfante che – in una prospettiva escatologica – è la sola che può garantirci la Salvezza. Il vero e unico Corpo Mistico inattaccabile sia dagli uomini sia dal demonio. Una Chiesa indubitabilmente cattolica! D’altra parte, il corretto riferimento che Valli fa nel suo testo alla vicenda di monsignor Lefebvre è lì a dimostrare come la scelta giusta sia quella di reagire al punto non solo di accettare ma anche – in qualche modo – di “volere” l’uscita da un’intollerabile e inaccettabile Chiesa militante. È la medesima situazione che sta vivendo, con grande dignità e nobiltà, monsignor Viganò. È molto triste e doloroso – per me ma credo anche per molti altri credenti – assistere al trattamento cui questo grande sacerdote viene sottoposto, non solo dal potere ecclesiale dominante ma anche da ordinati e laici che, purtroppo, albergano nelle nostre fila. Isolamento, ludibrio o, al minimo, indifferenza assoluta. Si tratta di comportamenti semplicemente vergognosi, che coprono di ignavia e accidia coloro che se ne rendono protagonisti; cattolici fintamente resistenti per i quali contano di piú unità e obbedienza piuttosto che la grandezza di mostrare sempre alta la propria dignità di cristiani, pur consapevoli di vivere la misera condizione di peccatori. Ma a questa categoria di opportunisti un tale modo di comportarsi e di essere non porterà alcun risultato positivo, tutt’altro. Infatti, ciò che Valli molto giustamente stigmatizza, cioè il comportamento e le strategie adottate dal vescovo Rifan nel suo avvicinamento a Leone XIV, altro non è che il medesimo tragico errore compiuto in questi decenni da tutti coloro che hanno cercato un modello di “convivenza” con una barca di Pietro terrena ormai in pieno marasma preternaturale. Quando, tempo fa, in riferimento al compromesso che la Fraternità sacerdotale di San Pietro (FSSP) concordò con Bergoglio in merito al vetus ordo, parlai della tragica nascita di una “riserva indiana” che sarebbe stata a un tempo la casa e la tomba del cattolicesimo resistente, mi riferivo proprio a questo dramma. È una realtà che, come dimostra anche la scelta di Rifan, ha fatto della resilienza e non della resistenza la sua parola d’ordine. Da qui al piú o meno consapevole suicidio il passo è assai breve. Una spina cilindrica non può entrare in una presa quadrata e viceversa. Non a caso, anche il triste spettacolo del recente pellegrinaggio Summorum Pontificum – vissuto e celebrato in chiave di fraterna comunione con Zuppi (e quindi con ciò che costui rappresenta oggi nella chiesa) – è la plastica dimostrazione di una debolezza intrinseca del nostro movimento ecclesiale; una debolezza strettamente dipendente dalla cieca volontà di obbedire restando, sempre e comunque, disperatamente aggrappati a questa chiesa. E se lo si fa per salvaguardare unicamente la celebrazione della liturgia vetus ordo vuol dire non aver capito nulla del tipo di problemi, e del tipo di nemico, che dobbiamo affrontare. La Santa Messa tridentina è solo uno degli n-mila aspetti che vanno affrontati nel conflitto con l’attuale chiesa militante, ed è inutile elencarli per l’ennesima volta. Ma costoro continuano a far finta di niente. Di questo passo, ne sono più che convinto, la gran parte del cattolicesimo non allineato andrà fatalmente a schiantarsi. Rimanere a fianco dell’autista ubriaco, percorrendo una pericolosa strada di montagna, rende praticamente certo il precipitare con lui nel burrone.



