Trai cristiani dell’Iraq. Ricordi di un viaggio a Erbil
di Marco Anca
Impossibile studiare il Levante e il Medio Oriente senza occuparsi dell’Iraq, che ha sempre avuto un’importante presenza cristiana, ancorché etnicamente assira e non araba e parlante siriaco, non arabo. Il rito è quello siriaco orientale o caldeo (cattolici caldei, in larga maggioranza, e assiri ortodossi), con una minoranza di rito siriaco occidentale o antiocheno (siri cattolici e siri ortodossi) e gli immancabili armeni. E ricordo sempre quanto mi disse la mia guida in Giordania (un greco-ortodosso molto professionale che parlava un eccellente inglese): i caldei sono i cristiani con in assoluto la fede più profonda.
La presenza cristiana, dopo la scellerata guerra di aggressione anglosassone del 2003 e tutti gli eventi che ne sono seguiti, si è ridotta a circa il 2% della popolazione, concentrata a Baghdad, nel Kurdistan e nella Piana di Ninive, più qualcosa a Kirkuk. Il resto è in diaspora, alcuni in Turchia e tanti in Giordania, dove hanno rafforzato la presenza cristiana nel paese. Ad Amman i cristiani iracheni sono numerosi nel quartiere di Marka, dove la locale parrocchia latina celebra, oltre che nel rito latino, anche nei riti caldeo, siro-cattolico e financo in quello assiro-ortodosso, e dove altre parrocchie latine, per esempio una del centro dove il parroco è italiano, celebrano anche in rito caldeo.
In Europa i cristiani iracheni sono numerosi in Francia. Attorno a Parigi ci sono alcune chiese costruite nel tipico stile assiro, come a Sarcelles (una cittadina molto particolare di cui sarebbe bello un giorno scrivere) e ad Arnouville, poi in Belgio e in Svezia. A Roma anni fa c’era un sacerdote iracheno presso la chiesa siro-cattolica, e c’è il convento delle suore caldee, con un gruppo di simpatiche monache irachene guidato da suor Luigina. Degna di interesse, inoltre, la loro presenza in alcune repubbliche dell’ex Urss (Russia, Armenia e Georgia, dove ci sono anche degli yazidi).
Significativa la presenza di cristiani iracheni negli Stati Uniti (mi ricordo, l’anno scorso, una comitiva di caldei arrivati dagli Usa che aveva celebrato la messa nel duomo di Napoli mentre lo stavo visitando, e mi ero fermato a chiacchierare con loro), in Canada e in Australia.
Appare invece impresenziato il vicariato caldeo di Gerusalemme, con i pochi caldei seguiti dal Patriarcato latino.
Ora con i ricordi vado al mio viaggio in Iraq del 2012, epoca in cui non era per nulla facile recarsi da quelle parti.
Per prima cosa consulto Viaggiare sicuri, il servizio del nostro ministero degli Esteri, che implacabilmente spara una raffica di sconsigli, il che vuol dire viaggio non coperto dalle assicurazioni, anche sanitarie. Però, leggendo bene, scopro che per la regione del Kurdistan, pur con mille inviti alla cautela, lo sconsiglio non c’è (ora invece c’è). E scopro anche che per andare solo nella regione del Kurdistan, senza raggiungere il cosiddetto Iraq Federale, non serve nemmeno il visto.
Il capoluogo della regione autonoma del Kurdistan è Erbil (declinato nelle varie modalità come Arbil o Irbil e in curdo Hawler), in quel tempo collegato a buon prezzo con Lufthansa via Francoforte.
Decisa la destinazione, bisogna “solo” costruire il resto. Ma nel 2012 vuol dire zero mappe, zero guide locali, zero guide turistiche, zero suggerimenti di viaggio. In poche parole, si va all’avventura.
Ad attirare il mio interesse è, in particolare, Ankawa, il sobborgo cristiano di Erbil.
Lì su internet trovo un ottimo albergo, l’Ankawa Palace, che tuttora esiste. Lo contatto e lo prenoto. Niente carte di credito, solo contanti.
Su Viaggiare sicuri vedo che a Erbil c’è un ufficio consolare italiano (oggi c’è un consolato generale), con un addetto consolare e un aiutante curdo che parla un ottimo italiano. Li contatto, e la loro grande disponibilità si rivela fondamentale, tanto che al ritorno mando una mail di ringraziamento alla Farnesina (da viaggiatore, devo dire che il livello di assistenza della nostra rete diplomatica è spesso molto buono). In seguito, sono stato contento di vedere che l’aiutante curdo è ancora in servizio presso il consolato, e l’addetto consolare è diventato ambasciatore.
Tra i loro tanti consigli pratici, uno si è rivelato fondamentale: in loco, rivolgersi ai sacerdoti.
Arrivo dunque a Erbil, cambio i soldi in aeroporto, prendo il taxi (due le compagnie) e vado verso Ankawa. Gran traffico, pianura di colore mesopotamico, un ristorante di nome “Ararat”, il che vuol dire presenza di armeni.
Hotel bello, molto pulito, buon wi-fi, eccellente buffet per colazione (tipica levantina, con la zuppa di lenticchie) e per cena le specialità locali. Due curiosità. La prima è che le prese elettriche sono di tipo inglese, la seconda è, in camera, un maxi-televisore con un migliaio di canali televisivi, molti arabi, in cui personaggi nei tipici abiti discutono per lo più di calcio.
Quando esco, noto che il sobborgo è interamente cristiano. Le persone per strada mi salutano amichevolmente. A un certo punto incontro un vescovo francese, che passeggia tranquillamente e mi dà una serie di indicazioni.
Niente illuminazione pubblica, marciapiedi non dappertutto. A lato, un canale di scorrimento per l’acqua. Molte le case basse monofamiliari.
Ci sono locali che vendono alcolici. Vedo musulmani provenienti da Erbil che entrano per comprare casse di birra e le caricano in auto. Io cerco una birra irachena ma non la trovo. In compenso vedo che è popolare la “Kostritzer”, birra tedesca scura che ho già bevuto in Turingia.
L’atmosfera in generale è tranquilla. Pattuglie di peshmerga curdi presidiano il territorio.
La mattina, dopo colazione, prima bevo un caffè a casa della famiglia di un dentista caldeo che mi ha invitato, poi passeggio nella tranquilla cittadina, con le tipiche botteghe mediorientali. Infine inizio il giro delle chiese.
A San Giorgio, la più antica, caldea, incontro il parroco, che parla italiano e mi spiega come i cristiani stessero molto meglio sotto Saddam Hussein. Circa il nostro albergo, dice che ho scelto bene perché è “dei nostri”.
Caldea è anche Sant’Elia, dove c’è un mercatino. Compro due crocifissi (uno con scritta in arabo, l’altro con scritta in aramaico) che ho tuttora in casa mia. Scopro che nella chiesa si tengono anche i servizi religiosi della comunità armena (apostolica armena), che non dispone di un proprio luogo di culto.
Visito poi la chiesetta siro cattolica di Mart Shmoni (poco più di una cappella prefabbricata), la chiesa assiro-ortodossa di San Giovanni Battista (piuttosto grande), un monastero caldeo e la chiesa siro-ortodossa, appena costruita, di Umul Noor, dove è in corso la messa, molto frequentata.
Per strada incontro due ragazze dall’aspetto familiare: sono italiane, toscane, impegnate nei lavori di restauro dell’antichissima Cittadella.
Nella cattedrale caldea di San Giuseppe (Erbil è arcieparchia) parlo in francese con due anziani sacerdoti che mi invitano all’adiacente circolo dei giovani caldei, e lì vengo invitato, per la sera, alla festa di laurea di uno di loro. Una bella festa, con musica tradizionale e tanta gioventù. Molti parlano inglese e alcuni mi danno il loro numero di telefono, “perché, in caso di bisogno, tra cristiani ci dobbiamo aiutare”. Uno di loro, un assiro ortodosso di professione fotografo, mi accompagna a visitare Erbil.
Devo dire che a parte l’antichissima Cittadella, la sottostante piazza, un parco e la grande moschea, Erbil non è gran che. Nella piazza ci sono diversi caffè, frequentati solo da uomini, molti con il tipico abbigliamento curdo. C’è anche un mercato in cui secondo il nostro accompagnatore “si può trovare qualsiasi falso”.
Erbil è abitata da curdi, con una minoranza di turkmeni (turcomanni, non quelli del Turkmenistan) che abitano per lo più attorno alla Cittadella, e di arabi. Sono tutti musulmani sunniti (gli sciiti, a parte qualche villaggio nella Piana di Ninive, stanno da Baghdad verso Sud) e frequentano le stesse moschee, che non sono divise su base etnica. Poi ci sono piccole minoranze di mandei, zoroastriani e altri, mentre gli yazidi vivono verso le montagne.
Gli ebrei iracheni, comunità un tempo importante, sono emigrati già negli anni Cinquanta, anche se pare che a Baghdad sia ancora in piedi una sinagoga.
Al ritorno, sull’aereo mezzo vuoto, mi addormento subito per la stanchezza.
Nel 2012 il viaggio fu un’esperienza da esploratori, ricompensato dalla gioia dell’incontro con una comunità viva, che testimoniava la propria fede in una realtà difficile.
Vorrei tornare da quelle parti, e ho già trovato una guida disponibile. Ankawa pare sia in grande crescita. Non pochi profughi cristiani della Piana di Ninive (fuggiti ai tempi dall’Isis) sono rimasti lì, mentre altri sono tornati nei villaggi d’origine, che stanno rinascendo.
Gli armeni apostolici nel 2019 hanno costruito una loro chiesa, mentre la chiesetta siro cattolica di Mart Shmoni è ora la cappella di una chiesa molto più grande.
Dal 2015 i siro-ortodossi hanno deciso di riportare in Iraq la sede patriarcale (era negli Usa) e hanno scelto proprio Ankawa, dove la chiesa di San Giovanni Battista è diventata cattedrale patriarcale e nel 2022 è stato inaugurato il nuovo palazzo patriarcale.
Da segnalare, e da approfondire in un eventuale viaggio, è il riaffermarsi dello zoroastrismo. Il Kurdistan è infatti terra di antiche radici zoroastriane, e negli ultimi anni lo zoroastrismo ha ritrovato molti nuovi fedeli, con l’apertura di templi del fuoco sia a Sulaymanyah sia a Erbil.
Il mio interesse c’è tutto, la logistica è definita. Purtroppo restano gli sconsigli della Farnesina. Ma, dovessero venire tolti, o trovassi un’assicurazione che metta al riparo seriamente nonostante lo sconsiglio del nostri ministero, partirei subito.



