Essere Chiesa nel profondo Nord. Anche quando la strada finisce
Fairbanks, in Alaska, è una cittadina di piccole dimensioni (circa 32.500 abitanti) e la popolazione cattolica è ancora più piccola: circa cinquemila persone che vivono in città e altrettante sparse nei remoti villaggi rurali, yupik e inuit.
La diocesi, per estensione, è enorme: copre i 104 mila chilometri quadrati settentrionali dell’Alaska ed è la più grande degli Stati Uniti. Conta quarantasei parrocchie, solo nove delle quali raggiungibili in auto. I sacerdoti sono ventiquattro.
Montuoso a Sud di Fairbanks, il paesaggio è dominato dalla tundra ghiacciata a Nord. Per raggiungere la maggior parte delle parrocchie, i sacerdoti utilizzano piccoli aerei, motoslitte o barche.
La prima messa cattolica di cui si abbia notizia fu celebrata dai missionari francescani nel 1779. Quindici anni dopo, la Chiesa ortodossa russa stabilì la prima presenza cristiana permanente sull’isola di Kodiak, e nel 1877 l’arcivescovo Charles Seghers fondò la missione cattolica di Nulato.
La diocesi fu formalmente istituita l’8 agosto 1962, dopo che i missionari gesuiti avevano evangelizzato e fondato parrocchie sia a Fairbanks sia nelle zone rurali fin dai primi anni del Novecento.
I gesuiti hanno svolto un ruolo decisivo nella fondazione della Chiesa cattolica in Alaska, ma ora non ci sono più. Gli ultimi due rimasti andranno in pensione e concluderanno la missione fra pochi mesi.
La maggior parte del sostegno e del personale per la diocesi proviene da fuori. La supervisione è a cura del Dicastero per l’evangelizzazione, in Vaticano.
Solo otto delle quarantasei parrocchie è autosufficiente dal punto di vista economico. Le altre dipendono da aiuti esterni, e una quota importante (l’80%) è quello delle donazioni.
Undici parrocchie non dispongono di acqua corrente né di servizi igienici con impianto fognario.
Quando i gesuiti iniziarono a evangelizzare l’Alaska settentrionale, nel Nord-Est operavano presbiteriani e anglicani, mentre i cattolici si dedicarono alla costa lungo il Mare di Bering, al basso corso del fiume Yukon e alla costa occidentale dell’Alaska. La maggior parte delle parrocchie cattoliche è quindi concentrata in quest’area geografica. Lungo la costa si insediarono anche ortodossi russi, dando vita a comunità che hanno sempre avuto forti relazioni con i cattolici.
Per quanto riguarda l’invio di nuovi sacerdoti, padre Robert Fath, vicario generale e vicario giudiziale della diocesi, sottolinea l’importanza delle relazioni personali. “Abbiamo pochissimi catechisti e questo significa che il sacerdote sta diventando il catechista principale, senza un gruppo di volontari che lo aiuti. Gran parte del ministero nei villaggi è in realtà un ministero di relazione. Si visitano le persone nelle loro case. Si va a pesca con loro, si raccolgono bacche. Incontriamo le persone alle danze tradizionali o alle partite di basket a scuola. Così impariamo a conoscerci, senza regole prestabilite”.
Michael Olsta coordina i programmi diocesani di formazione nei villaggi. “Dato che si tratta di posti lontanissimi, puoi fare solo alcune cose. Per il resto occorre affidarsi alla gente del posto. Nel recente passato c’è stato un fallimento nel trasmettere la fede da una famiglia all’altra, quindi manca un’intera generazione, e tutto ciò rende l’evangelizzazione alquanto difficile, perché non c’è stata continuità”.
Le parrocchie cercano di offrire educazione religiosa, organizzare scuole bibliche e proporre ore di adorazione. Poi ci sono i programmi per la preparazione alla cresima e ai matrimoni. Ma se a Fairbanks il tutto avviene come nelle altre città, nei villaggi ci sono molte difficoltà.
Secondo Robert Fath, “la difficoltà maggiore per i fedeli è mantenere un rapporto eucaristico”. Considerato che nei villaggi trascorrono anche sei settimane prima di avere il sacerdote per la messa, le funzioni avvengono per lo più sotto forma di liturgia della Parola con distribuzione della santa comunione. Ma manca l’aspetto sacrificale della messa”.
Nella diocesi c’è una scuola cattolica, la Monroe, fondata dai gesuiti, frequentata però anche da studenti non cattolici.
I cattolici della diocesi sono fisicamente separati dal resto del mondo, pertanto il legame con la Chiesa universale avviene soprattutto grazie alla presenza dei preti stranieri: africani, polacchi, indiani.
“I sacerdoti che ho conosciuto da bambino – spiega un docente della Monroe – erano tutti americani. Ora invece abbiamo tutti stranieri, ed è interessante vedere la loro prospettiva, ascoltare le loro esperienze. Davvero qui possiamo apprezzare l’universalità della Chiesa”.
Rose Wage, una fedele della diocesi, per anni ha vissuto nel villaggio di Utqiagvik, e prima ancora a Barrow, la città più settentrionale degli Stati Uniti. Ricorda che un prete veniva a far visita alla comunità solo poche volte all’anno. Eppure, anche senza la presenza del sacerdote, la fede è rimasta. “Non avere il sacerdote è un problema, quindi bisogna essere ancora più fedeli e pregare più spesso”.
“A Fairbanks – spiega Rose – abbiamo una comunità molto unita. Forse è a causa del clima rigido, che ci spinge a restare tutti uniti e ad aiutarci a vicenda. L’ospitalità è una cosa fondamentale qui. Io sono una vecchia vedova e ricevo molto aiuto. A mia volta, cerco di aiutare preparando dolci per la mensa dei poveri”.
Dopo due anni di servizio, il vescovo Steven J. Maekawa, domenicano di Seattle, è ormai abituato a guidare motoslitte e a mangiare carne di foca durante le sue visite nei villaggi. “Quello che ho imparato abbastanza in fretta – dice – è che questi villaggi spesso sperduti hanno storie familiari che si intrecciano tra loro. Ma ognuno ha le sue sfide da affrontare, le sue difficoltà e la sua cultura unica”.
Lo zelo missionario – spiega monsignor Maekawa – è fondamentale per abbracciare culture diverse, ma ci vuole anche tanta resistenza fisica. “Due terzi del tempo lo dedico ai viaggi. Bisogna dormire in sacchi a pelo, sui pavimenti delle chiese, spostarsi tra i villaggi”.
Avendo prestato servizio nell’aeronautica militare, monsignor Maekawa paragona questa esperienza a quella delle missioni tra i soldati, “ma fortunatamente senza gli spari e le esercitazioni”.
Una laurea in Architettura presso l’Università di Washington e un maaster in Teologia presso la Dominican School of Philosophy and Theology di Berkeley, Maekawa ha iniziato il suo servizio a San Francisco, in California, ed è stato anche direttore delle vocazioni per i domenicani. Poi, nel 2023, la nomina in Alaska. E oggi dice: “Non riesco a pensare a un luogo più emozionante per servire il nostro Signore Gesù e la Chiesa che qui nella diocesi di Fairbanks e in questo grande stato dell’Alaska”.
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Nella foto [pillarcatholic], il vescovo Maekawa si prepara a salire su un fuoristrada per visitare un villaggio.




