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Lettera da Rimini / Dov’è la luce del Vangelo se si cede alla cultura dominante?

Carissimo Valli,

torno ancora a inviarle qualche cronaca dall’entroterra romagnolo, diocesi di Rimini. Come recita un vecchio adagio, il lupo perde il pelo ma non il vizio: nelle diocesi, la cura per le priorità essenziali – vocazioni, decoro della liturgia, formazione liturgica – spesso lascia spazio a urgenze dettate più dalla cultura dominante che dalla luce del Vangelo.

Per quanto riguarda il vescovo Anselmi, basti ricordare la sua partecipazione, nel 2023, a una giornata dedicata al mondo transgender. Più recentemente, l’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia ha promosso incontri che culmineranno in una veglia di preghiera, presieduta dal vescovo stesso, per il superamento dell’omo-trans-fobia. Nel programma troviamo una serata su “Voci dissonanti nella sessualità biblica” (?) e una sul cammino sinodale in relazione alla pastorale con persone omosessuali e transgender.

Ogni proposta pastorale dovrebbe essere letta alla luce di un criterio originario e permanente: Gesù Cristo, Verbo incarnato, morto e risorto per la salvezza dell’uomo. La pastorale non è mai autonoma rispetto al dogma, ma ne costituisce l’espressione storica concreta. Senza questo fondamento, ogni iniziativa rischia di perdere la bussola, confondendo accoglienza con approvazione, cura con conformismo, attenzione con consenso culturale.

Le iniziative contro la discriminazione di omosessuali e persone transgender vogliono contrastare la violenza promuovendo rispetto e accoglienza, il che va bene. Ma la Chiesa dovrebbe interrogarsi sull’impianto teologico: sta comunicando Cristo o spostando il baricentro su categorie socioculturali?

Ogni persona possiede una dignitas infinita, inviolabile e originaria. Non è concessione pastorale, ma dato dogmatico: creati a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,27) siamo destinati alla grazia in Cristo (sant’Agostino, “De Trinitate”). San Tommaso ricorda che la legge naturale guida la morale e illumina la pastorale autentica. Chi trascura questi fondamenti rischia di costruire una pastorale senza radici, fragile e soggetta alle mode culturali, incapace di incarnare davvero la misericordia evangelica.

Il documento finale del sinodo della Conferenza episcopale italiana raccomanda ascolto e accompagnamento. Tuttavia, il testo lascia spazi interpretativi che possono confondere l’orizzonte antropologico, non sempre chiarendo che Cristo è il criterio ultimo dell’uomo. È significativo che il cardinale Zuppi abbia affidato a sei vescovi uno studio approfondito del Documento: segno che anche in ambito Cei si percepisce la necessità di letture attente, capaci di custodire il primato del dogma e della verità morale, pur promuovendo accoglienza e non discriminazione.

Il Vangelo non nasce per risolvere problemi di riconoscimento sociale, ma per sanare la ferita del peccato e condurre alla redenzione. Cristo non viene a confermare l’uomo così com’è, ma a rigenerarlo nella grazia. Quando la pastorale pone al centro categorie socioculturali, anche con buone intenzioni, rischia di spostare l’asse dalla soteriologia alla sociologia, dalla verità eterna alla contingenza culturale. Al contrario, la non discriminazione radicata in Cristo non è mera tolleranza, ma accoglienza reale, capace di accompagnare ogni persona verso la propria trasformazione in Cristo stesso.

“Veritatis splendor” ricorda che vi sono atti intrinsecamente disordinati che la pastorale non può giustificare. Benedetto XIV ammonisce: custodite la fede e la disciplina, senza cedere a compromessi culturali. Solo così la Chiesa può essere luce, custode della verità, testimone della dignità originaria di ogni persona, incarnando una non discriminazione autentica, integrata nella verità evangelica e nella misericordia cristiana.

Dal Concilio Vaticano II apprendiamo che Cristo, nuovo Adamo, manifesta pienamente l’uomo a sé stesso. L’identità non è punto di partenza, ma di arrivo. La pastorale autentica accompagna l’uomo verso la sua trasfigurazione in Cristo. L’Incarnazione rimane criterio decisivo: Dio assume un corpo reale, sessuato, storico; non salva dal corpo, ma nel corpo. Chi trascura questo principio rischia derive neo-gnostiche, che riducono la pastorale a concetto astratto e disincarnato.

Anche il linguaggio e i segni pastorali non sono neutri. La liturgia, la preghiera, i gesti episcopali devono rimandare a Cristo. Ogni iniziativa deve custodire una gerarchia chiara dei significati, affinché nulla relativizzi la fede apostolica e la non discriminazione diventi principio vivo, concreto e radicato nella verità del Vangelo.

Sorge la domanda: quale luogo occupa Cristo nelle pastorali di oggi? Una volta, la Santa Sede mandava un visitatore apostolico per molto meno. Oggi, di fronte alla deriva ideologica che sembra avere il sopravvento, si spera che la Curia romana riconosca la gravità della situazione, non per contrapposizione sterile, ma per amore della Chiesa e del popolo affidato ai pastori.

Anche le iniziative della diocesi di Rimini vanno lette alla luce della domanda radicale: rimandano a Cristo, in cui l’uomo trova la sua verità e salvezza?

La Chiesa rispetta sempre la persona, qualunque sia il suo orientamento, perché la dignità è infinita e irrevocabile. Proprio per questo non rinuncia a proclamare Cristo come criterio ultimo. Quando questo ordine è custodito, l’accoglienza si fonda; la pastorale diventa autenticamente ecclesiale, radicata nella fede e nella misericordia, e la Chiesa resta casa di tutti, custode della dignità originaria, testimone della verità che salva. Solo così ogni pastorale diventa scuola di autentica misericordia, capace di condurre l’uomo alla piena rivelazione del suo essere in Cristo.

Lettera firmata

Aldo Maria Valli:
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