Cronache dalla grotta / San Benedetto imbaccalito e il sole che sorge dall’alto
di Rita Bettaglio
Egrédere modo, frater: egrédere, si potes: et dímissa, ad monastérium recéde: esci ora, fratello, esci, se puoi; e, lasciatami, torna al monastero.
Così canta la prima antifona delle lodi della festa di santa Scolastica.
Narra san Gregorio Magno nel secondo libro dei Dialoghi che san Benedetto e la sorella gemella Scolastica, consacrata a Dio fin dalla più tenera età, erano soliti incontrarsi una volta l’anno fuori dal monastero. Per regola (l’aveva scritta lui), il Santo non poteva trascorrere la notte fuori del monastero e si era ormai fatto tardi. La sorella lo pregava di rimanere ancora un poco con lei: sentiva, forse, vicina l’ora della morte che sopravvenne non molto tempo dopo. Ma il fratello, inflessibile, opponeva il divieto posto dalla norma monastica. Scolastica allora si rivolse al cielo e pianse.
Il cielo ascoltò il pianto cui Benedetto era rimasto sordo e si scatenò il diluvio: tuoni, lampi, acqua a catinelle. Lui capì cosa fosse accaduto, ma, invece di cadere in ginocchio davanti alla fede adamantina della sorella, la rimbrottò: “Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?”.
E qui Scolastica pronuncia la frase delle frasi, la risposta delle risposte, immortalata nei secoli da san Gregorio Magno: “Io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita”.
E dipresso: “Ora esci, esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero”.
La cavernicola è riemersa dalla grotta, dopo considerevole tempo. Che ha fatto? È forse andata in letargo come stagione prevede per ghiri e bestiole varie? Che alle volte abbia meno senno di una bestiola, è vero. Che vada in letargo, riducendo al minimo il metabolismo, anche, specie quando gli esami semestrali incombono (non ditelo a nessuno, ma la cavernicola ardisce di studiare).
Capita nell’inverno della terra, ma, anche e soprattutto, in quello dell’anima, quando il freddo s’insinua nelle ossa dello spirito e lo imbaccalisce (si dice in italiano? Non so, comunque in genovese vuol dire che lo rende come un baccalà, uno stoccafisso). Mai capitato a voi?
Ebbene, la cavernicola-stoccafissa ora è stata messa a mollo ed è rinvenuta, pronta per essere accomodata in casseruola con pinoli, patate e olive. Pinoli, patate e olive che le daranno sapore in questa Quaresima ormai prossima. Piatto quaresimale, da noi, lo stoccafisso accomodato, cotto lentamente al fuoco, come si addice anche alle anime penitenti.
Ma torniamo a santa Scolastica. Con lei la cavernicola ha un legame speciale, perché l’abate mi ha dato Scolastica come nome e come protettrice. La povera santa ha il suo daffare con la cavernicola, ma, tutto sommato, ci troviamo bene insieme. Ormai ci conosciamo per le vie misteriose dello spirito: lei, che più amò, è paziente con la cavernicola e la sa prendere per il verso giusto.
Esci, fratello, se puoi, torna al monastero! Davanti agli occhi la scena immortalata dagli affreschi del Sacro Speco di Subiaco: il cibo ancora sul tavolo, Scolastica col capo reclinato in preghiera ma l’occhio vigile, Benedetto anche lui un po’ imbaccalito dai dettami dell’osservanza.
Dice il mio professore di storia monastica che la regola s’incarna, come Gesù si è incarnato, e dà frutti, diversi e uguali, in ogni epoca della storia. Lo trovo assolutamente vero, perché la Regola benedettina è viva: non è un codice statico ma è imbevuto da quella discretio che “è la madre di tutte le virtù” (RB 64,19). In base a essa l’abate “disponga ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza scoraggiare i deboli”.
Qual è infatti il fine del monaco? Cassiano, riferendo il pensiero di abba Mosè, afferma che il fine ultimo è il regno dei cieli, il paradiso, e il fine intermedio la purezza del cuore. Essa si ottiene attraverso la pratica dell’umiltà, regina delle virtù, e il discernimento.
Che senso avrebbe, infatti, porre sulle spalle degli altri, monaci e non, pesi eccessivi che li schiaccerebbero a terra? Cui prodest? A chi giova?
San Benedetto, conscio dell’unicità di ciascuno davanti a Dio, annota: “Ciascuno ha da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro, ed è questo il motivo per cui fissiamo la quantità del vitto altrui con una certa perplessità” (RB 40, 1). È perplesso a stabilire il vitto altrui, fatto salvo il principio che, come dicevano i nostri nonni, bisogna alzarsi da tavola con ancora un po’ d’appetito.
Nonostante ciò, nonostante il suo equilibrio e santità, il padre dei monaci non comprese la richiesta di una donna, minuta e fragile. La comprese Dio, ma lui no.
Questo mostra che i santi sono tali perché prismi che rifrangono la luce di Dio: senza quella luce sarebbero vetri qualunque.
E questo ci conforta e rassicura: dobbiamo e vogliamo mettere il nostro prisma sotto la luce del sole che è Cristo, ma non siamo il sole. Il sole è Cristo ed è un sole che sorge dall’alto, oriens ex alto. Quell’alto da cui venne la pioggia che costrinse san Benedetto ad acconsentire alle suppliche della sorella Scolastica.



