Santa Sede e FSSPX. Le radici del confronto e la situazione di oggi / 2
di Chris Jackson
Nella sua recente intervista [qui], il superiore generale della FSSPX, don Pagliarani, commentando l’attuale pontificato di Leone XIV ha osservato che “i principali orientamenti che stanno già prendendo forma… non fanno che confermare una determinazione esplicita a preservare la linea di papa Francesco come traiettoria irreversibile per tutta la Chiesa”. In altre parole, Leone XIV è in linea con la rivoluzione di Francesco, che a sua volta era frutto della rivoluzione di Paolo VI. Francesco aveva spinto il modernismo a nuove vette (o profondità), e Leone XIV, lungi dal correggere la rotta, sta continuando la discesa.
Sotto Francesco (2013-2023), il Vaticano ha mostrato un programma apertamente progressista e anti-tradizionale: minando gli insegnamenti morali (ad esempio, ammiccando alla convivenza e all’adulterio), perseguitando le comunità di messa tradizionale (attraverso “Traditionis custodes” del 2021) e promuovendo l’indifferentismo religioso (la famigerata dichiarazione di Abu Dhabi di Francesco del 2019 affermava che Dio stesso vuole la diversità delle religioni). Molti cattolici speravano ingenuamente che un nuovo papa potesse mettere fine almeno ad alcuni di questi oltraggi, ma Leone XIV ha invece chiarito che la strada presa da Francesco è “irreversibile”.
Che cosa significa in pratica? Significa che il “cattolicesimo” di Leone XIV è ancora più modernista e irriconoscibile di quello di Paolo VI. Si considerino i seguenti, evidenti “sviluppi” nella dottrina e nella pratica che persino Paolo VI, nonostante tutti i suoi errori, avrebbe esitato a fare, ma che il Vaticano odierno approva con orgoglio.
Benedizioni per le coppie omosessuali e Comunione per gli adulteri pubblici
Durante il regno di Francesco, e ora sotto Leone XIV, la Chiesa ha di fatto sancito pratiche che contraddicono direttamente la Scrittura e duemila anni di insegnamento morale. Grazie ad “Amoris laetitia” e alle successive linee guida, le persone divorziate che vivono in adulterio un “secondo matrimonio” possono essere ammesse alla santa Comunione; un tacito rovesciamento del dogma secondo cui chi è in peccato mortale non può ricevere l’Eucaristia.
Peggio ancora, l’ufficio dottrinale del Vaticano, ora guidato dal cardinale Fernández, ha recentemente pubblicato un documento che consente ai sacerdoti di impartire determinate “benedizioni” alle coppie omosessuali (purché siano “pastorali” e non equiparabili ufficialmente al matrimonio). Questo era impensabile ai tempi di Paolo VI; Montini almeno sosteneva l’insegnamento morale cattolico sulla carta. Francesco e Leone XIV invece trovano il modo di avallare “pastoralmente” ciò che la legge di Dio chiama abominio.
Padre Pagliarani ha giustamente osservato che, attraverso l’alchimia della “sinodalità”, Francesco è stato in grado di imporre “decisioni catastrofiche” a tutta la Chiesa, come “autorizzare la santa Comunione ai divorziati risposati civilmente, o la benedizione delle coppie dello stesso sesso”. Questa è un’eresia aperta, un attacco diretto al sacramento del Matrimonio e dell’Eucaristia. Rivela un “cattolicesimo” così distorto che viene da chiedersi se questi prelati credano davvero nel peccato. Leone XIV non ha fatto alcun passo per invertire queste profanazioni; al contrario, il suo portavoce (il cardinal Fernández) insiste sul fatto che la Chiesa deve trovare “nuove risposte” attraverso i sinodi, non tornare alla dottrina tradizionale. Stiamo davvero assistendo alla Chiesa di Laodicea; né calda né fredda, che si crogiola in una tiepida capitolazione a fronte dei peccati del mondo.
Minimalismo dottrinale e abolizione della tradizione
Uno dei tratti distintivi dell’attuale era di Leone XIV è una pseudo-teologia che tratta tutta la ricca dottrina e la liturgia della Tradizione come un bagaglio usa e getta. Il cardinale Fernández, parlando a nome di Leone XIV, ha tenuto un discorso al concistoro esortando la Chiesa a “tornare all’intuizione fondamentale di papa Francesco in Evangelii gaudium”, che significa ridurre il Vangelo a poche idee basilari (“il kerygma“) per un incontro emotivo, e mettere da parte tutto il resto (anche se prezioso). In pratica, in questo nuovo metodo di evangelizzazione “tutto ciò che è Tradizione è considerato accessorio e secondario”.
Don Pagliarani ha evidenziato il risultato: “È questo metodo che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di papa Francesco”. In effetti, il decennio di Francesco è stato caratterizzato da una manifesta carenza di insegnamento. Era tutto slogan insipidi e “accompagnamento” senza verità. E ora anche Leone XIV apparentemente approva questo approccio. Vogliono, letteralmente, una fede senza dottrina; solo una confusa esperienza di “incontro”. E qualsiasi dottrina o norma morale rimanente può essere messa in gioco nel “camminare insieme” sinodale, piuttosto che essere attinta dalla Tradizione perenne.
Questo è il perfezionamento del modernismo: una fede in continua evoluzione, svincolata dal passato. Paolo VI diede inizio a questo processo introducendo ambiguità nei testi del Concilio e nella nuova messa (che de-enfatizzava drasticamente dottrine cattoliche come il sacrificio e la Presenza reale). Ma Montini, almeno, pubblicò un Credo del popolo di Dio riaffermando i dogmi fondamentali e condannando la contraccezione artificiale.
Al contrario, il Vaticano di Leone XIV sembra gloriarsi di minare i dogmi; ad esempio, la blasfemia del pluralismo delle religioni di Abu Dhabi. Padre Pagliarani ha evidenziato questo evento: nel 2019, Francesco ha firmato con un imam un documento in cui afferma che Dio stesso vuole la diversità delle religioni. Questa affermazione è “semplicemente inconcepibile” per un cattolico. Implica che Dio abbia voluto false religioni e idolatria. Pagliarani ha giustamente affermato che “un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare tale affermazione”, perché è un peccato diretto contro il primo Comandamento e una negazione del primo articolo del Credo.
Eppure Francesco lo fece, e Leone XIV non ha mai ripudiato questa eresia. Infatti, proprio come fece Paolo VI quando Lefebvre cercò di discutere la “Dignitatis humanae” (sulla libertà religiosa), il Vaticano odierno si rifiuta di correggere l’errore di Abu Dhabi e anzi lo incorpora nel suo programma ecumenico. Quindi la Chiesa di Leone XIV basa la sua unità non sulla condivisione della vera fede, ma su un minimo comune denominatore: tutte le religioni sono volute da Dio, quindi andiamo d’accordo. Il cheo è molto più eretico di qualsiasi cosa insegnata ufficialmente sotto Paolo VI, il quale, nonostante tutti i suoi difetti, non avrebbe mai detto che Dio vuole molte religioni. Siamo davvero entrati nel regno di una nuova religione.
Persecuzione della messa tradizionale
Se Paolo VI fu duro con i fedeli del vecchio rito, Leone XIV è decisamente spietato. Sotto il predecessore di Leone (Francesco), tutti i progressi del “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI furono cancellati. La messa antica fu nuovamente trattata come una minaccia sospetta che doveva essere marginalizzata o eliminata. “Traditionis custodes” (2021) di Francesco e recenti dichiarazioni del cardinale Roche (approvate da Leone XIV) dicono apertamente che il novus ordo è l’unica espressione unica del rito romano e che la messa tridentina è, nella migliore delle ipotesi, una concessione ormai datata, destinata a scomparire. Leone XIV sembra condividere pienamente la logica di Roche: poiché l’ecclesiologia post-Vaticano II è nuova, per esprimerla può avere solo una nuova liturgia; la vecchia liturgia non si adatta alla nuova Chiesa, quindi deve essere eliminata.
Don Pagliarani ha riassunto la posizione di Roche: il cardinale insiste sul fatto che avere due forme di culto causa divisione; la Chiesa deve avere “un solo rito” allineato alla nuova comprensione della Tradizione. Questo è agghiacciante, ma, in fondo, onesto. La Chiesa conciliare dice che la messa tridentina è incompatibile con la sua “tradizione in evoluzione” (espressione in codice modernista per dire un cambiamento infinito). Come sottolinea Pagliarani, il principio di Roche (una fede, una ecclesiologia, quindi un rito) è in realtà corretto, ma lo applica erroneamente identificando il nuovo rito eterodosso come l’unica “espressione vivente” della fede e bollando il rito antico come “obsoleto”. In effetti, solo la liturgia tradizionale esprime adeguatamente la vera fede cattolica immutabile, mentre il novus ordo è stato concepito (da comitati che includevano osservatori protestanti) per esprimere una nuova teologia ecumenica.
Così la guerra del Vaticano contro la messa antica non ha fatto che intensificarsi: ciò che Paolo VI iniziò imponendo il novus ordo nel 1969 e dicendo che i vecchi sacerdoti avrebbero dovuto obbedire “volentieri”, Francesco e Leone XIV lo hanno trasformato in una vera e propria proibizione del vecchio rito ovunque potessero farlo rispettare. Interi ordini religiosi sono stati annientati per aver celebrato la messa tradizionale, e i cattolici diocesani che vi sono legati vengono cacciati a meno che non acconsentano al novus ordo. Persino alle comunità dell’Ecclesia Dei che hanno cercato di “accettare il Concilio” in cambio della messa tradizionale ora viene detto di conformarsi, altrimenti…
Ciò dimostra che i rivoluzionari conciliari non hanno mai avuto come obiettivo la coesistenza pacifica. Hanno permesso la messa più antica solo temporaneamente per allontanare la gente dalla FSSPX o per tenerla a freno, ma il loro obiettivo finale è sempre stato la sostituzione totale. E ora, sotto Leone XIV, si sentono abbastanza forti da dirlo apertamente: “L’unica via da seguire è un’unica lex orandi, la messa di Paolo VI, tutto il resto è una minaccia all’unità”. Lo stesso Paolo VI disse quasi esattamente questo a Lefebvre nel 1976 (rifiutando il pluralismo), ma non ebbe il pugno di ferro necessario per imporlo universalmente.
La Roma di oggi sta cercando di imporre il nuovo verbo con veemenza. Persino la blanda restaurazione di Benedetto XVI è stata rovesciata. In verità, la Chiesa di Leone XIV odia la Tradizione ancora più ferocemente di quella di Montini. Pagliarani osserva che questa opposizione della Santa Sede alla messa antica è ora “più irrevocabile che mai”. Sono irrazionalmente determinati a sradicare la “messa di sempre”. Perché? Perché la messa tradizionale è una condanna vivente della loro nuova teologia e un faro che attrae anime (soprattutto i giovani), qualcosa che persino la “Traditionis custodes” ha ammesso essere “problematico” (i giovani che scoprono la Messa antica iniziano a mettere in discussione il Vaticano II).
La rivoluzione non può permetterlo. Quindi, ancora una volta, tutto è tollerato: messe da clown, concerti rock in chiesa, banchi vuoti; tranne l’unica cosa che effettivamente produce fede e riverenza. Se questo non convince qualcuno del fatto che la gerarchia postconciliare è dominata da uno spirito anticattolico, cosa potrà farlo?
Mettere a tacere tutti i “conservatori” rimasti
Sotto Leone XIV, come sotto Francesco, persino vescovi e cardinali moderatamente conservatori sono per lo più ammutoliti dalla paura. Chi sa che le cose non vanno (come i cardinali dei “dubia” sotto Francesco, o una manciata di altri) viene rimosso o rimane in silenzio per “preservare l’unità”. Don Pagliarani ha ricordato con toccante commozione quanti prelati che amano la messa tradizionale mantengano “un silenzio forzato”. Sussurrano in privato ma non oppongono resistenza in pubblico, per timore che Roma li punisca e li privi di quel piccolo privilegio che hanno. “Il timore di rompere una fragile stabilità con comportamenti considerati ‘disturbanti’ riduce molti pastori al silenzio… le anime non sono più illuminate apertamente e vengono private del pane della dottrina… Col tempo, questo porta a un’accettazione inconsapevole delle varie riforme”, osserva la dichiarazione della FSSPX.
Ciò che accadeva già ai tempi di Paolo VI, quando molti vescovi disprezzavano le innovazioni ma non dicevano nulla, oggi è ancora più pronunciato, perché ora il Vaticano mostra tolleranza zero per il dissenso. Un vescovo tedesco che benedice pubblicamente le coppie gay non incorre in alcuna vera censura, ma se un vescovo mettesse anche solo in dubbio la “Traditionis custodes” potrebbe ritrovarsi rapidamente in pensione o indagato. I prelati “conservatori” hanno sostanzialmente deciso di assecondare la linea per mantenere le loro diocesi o i loro incarichi. Ciò significa che all’interno delle strutture ufficiali della Chiesa l’effettiva resistenza al modernismo è pressoché nulla.
Umanamente parlando, solo gruppi tradizionali indipendenti come la FSSPX o i sedevacantisti possono oggi dire liberamente la verità. Roma ha tutti gli altri sotto il suo controllo. Quindi il regime di Leone XIV, in virtù delle purghe e delle nomine di Francesco, è probabilmente più monoliticamente modernista di quanto non lo sia mai stato il governo di Paolo VI. Ai tempi di Montini c’erano ancora alcuni vescovi fortemente ortodossi (ad esempio i cardinali Ottaviani e Bacci che protestarono contro la nuova messa), ma oggi la maggior parte di loro è morta o è stata sostituita da una generazione formata interamente negli errori post-Concilio Vaticano II. Quindi il “cattolicesimo” di Leone XIV, così come quello della maggior parte della sua gerarchia, è un surrogato di cattolicesimo, a malapena distinguibile dall’anglicanesimo o dal protestantesimo liberale. In quasi ogni parrocchia la loro teologia è orizzontale e sociale. Molti mettono in discussione o negano i miracoli, l’inferno, la necessità della conversione. È una Chiesa dell’uomo.
Date queste realtà, non è esagerato affermare che Leone XIV stia gestendo il culmine della Rivoluzione conciliare. Ciò che iniziò negli anni Sessanta come un’infiltrazione modernista si è trasformato, negli anni Venti del nuovo secolo, in una vera e propria apostasia dall’interno. Come ha osservato don Pagliarani, questo nuovo pontificato ha dimostrato “una determinazione a preservare la linea di Francesco come una traiettoria irreversibile”, cementando il corso del Vaticano II. Leone XIV non ha (finora) emanato alcun documento importante, e opera attraverso uomini come il cardinale Fernández e il cardinale Roche. Ma le loro dichiarazioni riflettono la sua volontà.
Ad esempio, nel recente concistoro, il cardinale Fernández ha esaltato il programma di Francesco di un Vangelo “kerygmatico” ridotto all’essenziale e di un adattamento sinodale, avallando di fatto la continua diluizione dottrinale e il lassismo morale in nome dell'”incontro”. Fernández ha persino avuto il coraggio di definirlo il “soffio dello Spirito”. Il cardinale Zen (un prelato che ha sofferto sotto il comunismo) ha giustamente etichettato questa affermazione come “manipolativa” e “blasfema”. Ma tale è l’arroganza della nuova gerarchia. Osano attribuire allo Spirito Santo la loro ribellione alla legge di Dio.
Nel frattempo, l’uomo di Leone XIV responsabile della dottrina, Víctor Fernández, è egli stesso una figura di scandalo e incompetenza. Questo cardinale, con cui ora la FSSPX dovrebbe “dialogare”, è ampiamente noto non per la sua solida teologia, ma per aver scritto letteratura quasi pornografica e per aver promosso idee eterodosse. È oltremodo offensivo che Leone XIV mandi un personaggio del genere a fare la predica alla FSSPX sulla fedeltà o sulle norme della Chiesa. Il sordido curriculum di Fernández parla da solo: nel 1995 scrisse un libro “Guariscimi con la bocca: l’arte del bacio”, fondamentalmente un volgare opuscolo erotico che difese come “catechesi per adolescenti”. Ancora peggio, nel 1998 pubblicò un altro libro su “spiritualità e sensualità” che includeva un immaginario incontro sessuale tra un’adolescente e Gesù Cristo e descrivendo come lei “bacia e accarezza il suo corpo dalla testa ai piedi”, con la Beata Vergine che lo guarda con approvazione.
Questo scenario depravato e blasfemo è così pornografico che Fernández in seguito ritirò il libro dalla circolazione e ora afferma timidamente: “Certamente non lo scriverei ora”. Eppure, questo è l’uomo scelto come prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, ovvero il principale teologo del Vaticano e custode della purezza della dottrina. Riuscite a immaginare la reazione di san Pio X, che ordinò di bruciare gli scritti modernisti? Avrebbe probabilmente gettato nel fuoco le opere di Fernández con le sue stesse mani.
Inoltre, durante il mandato di Fernández, il Dicastero ha già formalmente sancito “benedizioni pastorali” per le coppie che vivono in peccato oggettivo (sia omosessuali sia eterosessuali). Quindi il nuovo capo del Dicastero non solo ha scritto eccitanti oscenità “mistiche” in gioventù, ma ora dà esplicitamente il via libera a pratiche contrarie alla morale cattolica.
Non c’è da stupirsi, quindi, che i cattolici tradizionali considerino il Vaticano di Leone XIV un regime canaglia; un’entità che può detenere un potere formale ma che ha ampiamente perso legittimità a causa delle sue eresie e dei suoi scandali pubblici. Il contrasto con l’arcivescovo Lefebvre e la FSSPX non potrebbe essere più netto. Da un lato, ci sono vescovi e sacerdoti cattolici che insegnano fedelmente ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, celebrando la stessa messa, promuovendo le vocazioni e nutrendo le anime; dall’altro, ci sono prelati apostati che predicano l’eco-attivismo, approvano unioni immorali, minano i sacramenti e persino producono letteratura oscena sotto la bandiera del papato.
Eppure Roma ha la temerarietà di agire come se il problema fosse la FSSPX! La lettera del cardinale Fernández a Pagliarani minaccia addirittura “nuove sanzioni”, ovvero scomuniche o dichiarazioni di scisma, se la Fraternità procedesse con le consacrazioni. Che assurdità! Questa cricca conciliare, che benedice la sodomia e loda le false religioni, vuole condannare alcuni vescovi per aver mantenuto viva la Tradizione cattolica.
Se anche emettessero tali “sanzioni”, esse non avrebbero alcun valore. Come ha osservato con calma Pagliarani, “in tali circostanze, qualsiasi sanzione canonica non avrebbe alcun effetto reale”. In effetti, come possono le scomuniche emesse da eretici manifesti danneggiare qualcuno che è in comunione con la Chiesa bimillenaria? Sono prive di significato, nulle e prive di valore. La Fraternità, se “condannata” di nuovo, le indosserebbe semplicemente come un distintivo d’onore, “soffrendo per la Chiesa”, come si dice, finché un giorno un papa veramente cattolico non rimuoverà la censura (proprio come Benedetto XVI nel 2009 ha revocato le ingiuste scomuniche del 1988). Sappiamo che alla fine la verità cattolica prevarrà; i modernisti si convertiranno o moriranno. Nostro Signore ha promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso, ma non ha mai promesso che non avrebbero quasi invaso la città, come stanno facendo fatto oggi.
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