Un quiz per i vescovi da una voce nel deserto
di Investigatore Biblico
Trascorsa ormai una settimana dalla pubblicazione del mio libro «La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?», che pone interrogativi documentati e verificabili sulla traduzione Cei 2008 e sul Lezionario attualmente in uso, desidero rivolgere alla Conferenza episcopale italiana tre domande essenziali. Non si tratta di polemica fine a sé stessa, ma di un servizio alla verità della Parola di Dio, che nella Chiesa non può essere oggetto di silenzio, omissione o interpretazione riduttiva.
Non a caso, proprio recentemente il Santo Padre ha dedicato una catechesi del mercoledì alla costituzione dogmatica «Dei Verbum» del Concilio Vaticano II, richiamando con forza il dovere della Chiesa di custodire, trasmettere e annunciare fedelmente la Parola di Dio. Alla luce di questo richiamo magisteriale, le domande che seguono non appaiono secondarie, ma strettamente connesse alla missione stessa della Chiesa.
Prima domanda, ai vescovi (anche emeriti) che approvarono la Bibbia Cei 2008
A coloro che, in qualità di vescovi e membri delle commissioni competenti, approvarono la traduzione Cei 2008 – molti dei quali oggi emeriti – desidero rivolgere un interrogativo rispettoso ma inevitabile.
Come mai, a una settimana dall’uscita di un volume che documenta in modo circostanziato lacune, omissioni, scelte traduttive discutibili e in alcuni casi gravi errori rispetto ai testi originali greci, ebraici e alla tradizione della Vulgata, si avverte quasi un clima di imbarazzo, come se qualcuno avesse la «coda di paglia», pur senza che vi sia stata una risposta ufficiale nel merito?
Il mio libro non propone insinuazioni, ma confronti puntuali: versetti modificati, attenuazioni teologiche, espressioni decisive omesse o rese in modo tale da mutare il senso dottrinale. Non soltanto nel «Padre nostro», ma in numerosi passi cristologici, mariani, soteriologici.
Come è stato possibile approvare e promulgare per l’uso liturgico una traduzione che, in diversi punti, appare filologicamente fragile, teologicamente attenuata e talvolta priva di versetti o di espressioni presenti nella tradizione manoscritta e nella Vulgata?
La «Dei Verbum» afferma con chiarezza che la Scrittura deve essere trasmessa «fedelmente e senza errore» per la salvezza degli uomini e che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma suo servitore. Alla luce di questa affermazione conciliare – oggi nuovamente richiamata dal papa – si può davvero ritenere che la traduzione Cei 2008 risponda pienamente a tale mandato di fedeltà?
Seconda domanda, ai vescovi della Cei attualmente in carica
Ai vescovi oggi in carica chiedo: per quale ragione si continua a proclamare nelle Messe, domenica dopo domenica, un Lezionario fondato sulla traduzione Cei 2008, nonostante le criticità ormai documentate e le richieste di chiarimento che da settimane restano senza risposta?
È pastoralmente giustificabile offrire ai fedeli un testo che in più punti si discosta dai manoscritti originari, attenua formulazioni teologicamente decisive, modifica termini cristologici e talvolta introduce interpretazioni piuttosto che traduzioni?
È conforme alla responsabilità episcopale continuare a far ascoltare nelle liturgie una versione che molti studiosi e lettori attenti percepiscono come carente, senza avviare un confronto pubblico, trasparente, documentato?
Se, come ricorda la «Dei Verbum», «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore», non dovrebbe esistere la medesima cura, precisione e vigilanza nel trasmetterle integralmente ai fedeli?
E ancora: perché nessuno risponde nel merito alle domande e alla sfida posta – non contro qualcuno, ma a favore della fedeltà alla Scrittura –
proprio mentre il Magistero universale richiama l’urgenza di un rinnovato amore per la Parola di Dio?
Terza domanda. Vox clamantis in deserto
Sono forse davvero la voce di uno che grida nel deserto?
Come mai nessuno risponde a domande che non sono marginali, ma toccano il cuore stesso della fede, poiché riguardano la trasmissione della Parola di Dio?
È possibile che nella Chiesa si possa discutere di ogni cosa – pastorale, sociologia, comunicazione – e tacere invece quando si sollevano questioni riguardanti la fedeltà delle traduzioni bibliche?
La recente catechesi papale sulla «Dei Verbum» ha ricordato che la Parola di Dio è affidata alla Chiesa perché sia custodita, interpretata e trasmessa nella sua integrità, non adattata fino a perdere la sua forza originaria.
Se la traduzione liturgica diventa progressivamente interpretazione, se il linguaggio si addolcisce fino a smussare i contenuti teologici, se alcune espressioni vengono attenuate o omesse, non si rischia forse di trasmettere non più la Parola che Dio ha dato, ma una sua versione mediata, talvolta adattata allo spirito del tempo?
Il silenzio su queste domande è davvero prudenza pastorale oppure è il segno di una difficoltà ad affrontarle apertamente?
Perché, quando è in gioco la Parola di Dio, tacere non può essere una soluzione.



