Dibattito / Usa, Israele, Iran. I rapporti di forza, il diritto internazionale, il futuro possibile

Caro Aldo Maria,

ho letto con interesse l’intervento di Fabio Battiston, nel quale spiega perché, nella crisi attuale, si schiera dalla parte di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu. Condivido alcune sue conclusioni anche se con motivazioni parzialmente diverse.

In passato ho criticato sia Trump sia Netanyahu. Non li considero modelli da seguire e non apprezzo i loro toni e modi. La politica, tuttavia, inclusa quella internazionale, non è un concorso di simpatia. Non si tratta di scegliere i governanti più eleganti o più gradevoli, bensì di capire quale realtà politica sia preferibile rispetto a un’altra: in sostanza quale sia la meno peggio.

E sotto questo aspetto il confronto con il regime iraniano dovrebbe essere piuttosto agevole.

Da una parte ci sono democrazie, seppure imperfette, spesso ipocrite e persino arroganti. Dall’altra c’è una teocrazia che imprigiona e uccide gli oppositori, reprime brutalmente le donne e finanzia il terrorismo internazionale; allo stesso tempo proclama apertamente l’obiettivo di cancellare Israele e i suoi abitanti dalla faccia della terra.

Difficile, in questo contesto, invocare equidistanza: il meno peggio non può che essere, a mio avviso, il tanto vituperato Occidente.

C’è poi un’altra grande finzione che torna puntualmente fuori ogni volta che scoppia una crisi: il cosiddetto diritto internazionale. Se vogliamo essere sinceri, il diritto internazionale non è mai stato un vero diritto. È un linguaggio diplomatico, utile per intrattenere rapporti tra Stati ma senza un’autorità che lo faccia rispettare diventa una mera dichiarazione di buone intenzioni.

Gli Stati (tutti) lo invocano quando conviene e lo dimenticano quando non è più utile. E non è una deviazione morale della nostra epoca: è sempre stato così.

La storia delle alleanze lo dimostra con chiarezza. Gli Stati difficilmente si legano tra loro per affinità spirituale quanto per convenienza. Finché l’equilibrio regge, i trattati vengono rispettati. Quando l’equilibrio cambia, cambiano anche le alleanze.

L’Italia lo sa bene. Durante la Prima guerra mondiale si schierò contro i suoi ex alleati. Durante la Seconda guerra mondiale iniziò accanto alla Germania e finì combattendo contro di essa. Non è un’eccezione: è la regola della politica internazionale.

In definitiva, il mondo continua a funzionare secondo un principio molto più antico: la legge del più forte e il fragile equilibrio tra le potenze. In fondo anche Gesù sembra riconoscere tale principio quando afferma: “Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace”.

C’è poi un dettaglio curioso, che merita qualche riflessione. Quando Israele agisce militarmente, in Occidente scoppia puntualmente un’ondata di indignazione: manifestazioni, appelli, boicottaggi, flotte umanitarie pronte a salpare. Quando invece il regime iraniano reprime nel sangue il proprio popolo, cala un silenzio assordante. Solo poche settimane fa, durante le proteste interne sedate con arresti e morti (fonti ufficiali parlano di oltre tremila vittime; per le fonti ufficiose sono molte di più), non si è vista alcuna flotilla diretta verso le coste iraniane, non sono partite carovane mediatiche, non si sono levate grandi mobilitazioni internazionali. È una selettività morale piuttosto rivelatrice di un’opinione pubblica antioccidentale che esprime indignazione a corrente alternata: evidentemente il popolo iraniano non merita la solidarietà in piazza né quella galleggiante.

Quanto detto finora non significa che Israele o gli Stati Uniti abbiano sempre ragione o che la cultura occidentale rappresenti il migliore dei mondi possibili. Significa soltanto che, dentro l’attuale equilibrio delle forze, esiste una differenza sostanziale tra un sistema politico imperfetto ma pluralista e un regime ideologico che usa la religione come strumento di potere, di repressione e minaccia la sicurezza del mondo intero. Non è certo un caso che molti paesi del Medio Oriente non abbiano condannato (e qualcuno ha anche più o meno apertamente favorito) l’intervento militare.

Avevano il diritto Israele e gli Stati Uniti di attaccare l’Iran? Non lo so. So per certo, tuttavia, che se il mio vicino di casa, dopo continue minacce, dovesse progettare un attentato contro di me o la mia famiglia, non vorrei che le forze dell’ordine intervenissero solo dopo che il suo intento criminale fosse stato portato a termine.

Il mondo raramente offre scelte giuste. Normalmente offre alternative più o meno pericolose.

La storia ci dirà se Israele e gli Stati Uniti hanno fatto bene o male, se il regime iraniano cadrà o se si instaurerà un regime anche peggiore e il conflitto si estenderà con tragiche conseguenze a livello mondiale. Certamente il fatto che a capo degli Stati Uniti ci sia un personaggio come Trump (che continuo a ritenere nonostante tutto migliore delle alternative che si prospettavano) non mi rassicura.

Di solito, tuttavia, la storia viene scritta da chi è sopravvissuto alle minacce, non da chi le ha colpevolmente ignorate.

Vincenzo Rizza

*

Caro Valli,

diciamolo chiaramente: l’Iran sta resistendo molto più di quanto Trump e Netanyahu potessero immaginare. Qualcuno dice che si siano già pentiti per l’errore commesso. Se l’obiettivo era davvero la trasformazione dell’Iran e la rimozione del regime islamico, l’operazione si sta dimostrando molto complessa. La capacità di resistenza del Paese è sorprendente. La decapitazione dei vertici non ha determinato caduta del regime.

Ora la domanda è: che fare di fronte a un regime così radicato? Davvero si può immaginare di attaccare e distruggere l’intero territorio iraniano, novanta milioni di abitanti su un’area che è un sesto degli Usa?

Oppure l’obiettivo vero non era l’instaurazione di una democrazia ma il caos totale?

L’analista militare di “Haaretz” Amos Harel ha dichiarato: “Netanyahu ha descritto Israele come una moderna Sparta. Ma per preservare la sua identità militarista, Sparta necessita di un attrito militare permanente, di un tipo che consenta anche al suo sovrano di rimanere al potere, indipendentemente dal prezzo che impone al Paese”.

Mantenere Israele in guerra con l’Iran, Hamas e Hezbollah consente a Netanyahu di rimandare il processo per corruzione a suo carico ed evitare una commissione d’inchiesta per non essere riuscito a impedire l’invasione di Hamas il 7 ottobre 2023.

Da parte sua, Trump sta dicendo cose ridicole, che rivelano un comandante in capo che improvvisa strada facendo. Un giorno vuole cambiare regime, quello dopo no; un giorno non gli importa del futuro dell’Iran, quello dopo avrà voce in capitolo nella scelta del prossimo leader del Paese; un giorno è aperto ai negoziati, quello dopo chiede la resa incondizionata.

La cosa più sensata sembrerebbe fermarsi e vedere come si sviluppa la situazione. Ma se Stati Uniti e Israele dichiarassero che, avendo raggiunto la maggior parte dei loro obiettivi militari, interrompono gli attacchi, il regime canterebbe vittoria: “Abbiamo dimostrato loro che non cediamo! Abbiamo sfidato il loro potere combinato!”.

Se fermarsi vorrebbe dire aver rafforzato e non indebolito il regime, bombardare senza sosta, distruggere sempre più infrastrutture militari e civili e sperare che gli iraniani che vogliono la democrazia riescano a unirsi (quando il solo accennare a una manifestazione di dissenso può essere mortalmente pericoloso) appare quanto meno velleitario.

Una strada senza uscita?

Bruno Bagli

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