Opinione / Battiston: ecco perché sto con Trump e Netanyahu

di Fabio Battiston

In queste settimane sembra prevalere tra le fila di gran parte del conservatorismo cattolico una sorta di “chiamata alle armi”. L’obiettivo è quello di reclutare da ogni latitudine ideologica, religiosa e politica chiunque sia in grado – più o meno autorevolmente – di attaccare senza infingimenti Usa e Israele (il cui asse del male è simbolicamente rappresentato dal duo Trump-Netanyahu) per aver scatenato una guerra “insensata” contro l’Iran e la sua teocrazia dittatoriale komeinista. Questo tentativo si innesta coerentemente con ciò che la Chiesa cattolica “maggioritaria” sta attuando con larga disponibilità di strumenti e canali informativo-mediatici. Anche in questo caso lo scopo è chiaro: disarmare, con i metodi del più bieco pacifismo unilaterale di stampo catto-marxista, la mano di chi vuole liberare il mondo una volta per tutte da questa infame satrapia. È già accaduto diverse volte in passato (crisi degli euromissili negli anni Ottanta, guerre in Kuwait, Afghanistan e Iraq, precedenti conflitti mediorientali) e si sta puntualmente ripetendo oggi.

Mi pare di poter tranquillamente affermare, senza offesa per nessuno, che anche la galassia web della comunicazione cattolica “resistente” proponga questo schema piuttosto a senso unico. In tale contesto il blog dell’amico Valli, cui siamo affezionati prosumer, sta attivamente partecipando al dibattito con, almeno fino a questo momento, una decisa maggioranza di opinioni che in alcuni casi si esprimono in modi ferocemente contrari – come forma e sostanza – alle azioni israelo-statunitensi. A conferma di ciò basta prendere in esame gli ultimi quattro contributi che su “Duc in altum”, in ordine di tempo, hanno sviluppato idee e pensieri sull’argomento in oggetto: quelli particolarmente “forti” del professor Martino Mora del 3 e 7 marzo, cui hanno fatto seguito quelli pubblicati il 9 marzo a firma di Gideon Levy e Giulio Ferri e che ritengo personalmente più funzionali (anche se non scevri da critiche) alla costruzione di un proficuo dibattito.

Nel fronte cattolico sono quindi poche, forse una sparuta minoranza, le voci contrarie che si levano in opposizione a questa sorta di pensiero unico che sta incredibilmente saldando, in una alleanza diciamo così, inusuale, le due anime del cattolicismo. Due realtà che si vanno per altri versi combattendo, da decenni, sui fronti della Dottrina, del Magistero e della Liturgia. A questa minoranza “fuori dal coro” cui ho fatto appena cenno si accompagnano altri commentatori e analisti che, con dovizia di argomenti e analisi circostanziate, cercano di evidenziare un’altra verità, troppo spesso silenziata o colpevolmente marginalizzata. Nel panorama italiano si possono citare, tra gli altri, Claudio Cerasa, Giuliano Ferrara, Daniele Capezzone, Roberto de Mattei, Antonio Socci, Mario Sechi, Massimo Introvigne, Maurizio Belpietro, Tommaso Cerno, Fiamma Nirenstein e Claudio Velardi. Sull’altra sponda dell’oceano non posso non segnalare Federico Rampini – corrispondente dagli Usa del “Corriere della sera” e personaggio politicamente insospettabile – che nella sua rubrica “Oriente-Occidente” presenta autorevolissimi contributi nei quali non manca di portare la voce “altra” di analisti di ambito conservatore ma non per questo da considerare inattendibili. Tra essi segnalo Mark Thiessen, dell’American Enterprise Institute. Questi e altri personaggi, come dicevo, ci offrono ogni giorno un quadro assai poco potabile per certo pensiero unico, ahimè anche cattolico, che sembra andare per la maggiore in queste settimane. Voglio quindi molto umilmente unirmi a questa schiera di ben più autorevoli analisti per portare la mia voce, quella di un credente nel Dio Trinitario, quasi sempre controcorrente. Una voce che sostiene convintamente le politiche dell’America trumpiana e inoltre, lo sottolineo con forza, ama Israele, il suo popolo e le battaglie che sta sostenendo da quasi ottant’anni per la propria sopravvivenza. Eh già – lo dico con la giusta dose di un polemico risentimento verso coloro che stanno seminando astio contro le altrui opinioni – chi vorrà leggere queste note dovrà prendere atto che anche fra certi cattolici si annida il malefico microbo semitico-sionista! Aprite pure il fuoco dunque; sono aduso a essere minoranza, anche tra le minoranze. Ma prima di proseguire, proprio per chiarire fino in fondo il mio pensiero ai lettori del blog rispetto a quello che sarà il destino degli iraniani, spero vivamente che l’eliminazione sistematica dei premi Nobel del terrore attualmente al potere a Teheran continui senza sosta. Solo così si potrà poi ridare a quel popolo oppresso – e di recente stra-massacrato dai suoi “governanti”, questione che purtroppo per molti in Italia è derubricata come volgare fake-news – la possibilità di costruirsi, secondo la propria esclusiva volontà, un futuro diverso e migliore. Ma torniamo alla questione oggetto di questo mio contributo.

Nella narrazione alternativa che ci viene proposta dai commentatori che ho prima citato, e che condivido in pieno, si cercano di mettere finalmente in luce questioni, fatti e, soprattutto, una storia di questi ultimi decenni. Essa vede Israele impegnata in una strenua battaglia dal cui esito finale dipende non solo il proprio futuro prossimo ma anche i destini e la sopravvivenza di un Occidente che dovrebbe essere nei nostri interessi salvaguardare. Mi riferisco a quella parte di mondo che sembra aver da tempo dimenticato come la sua essenza – in termini religiosi, storici, culturali, sociali e politici – sia intrinsecamente connessa a tre radici fondamentali: quelle giudaico-greco-cristiane simbolicamente rappresentate da Gerusalemme, Atene e Roma (agostinianamente definita Città di Dio e degli uomini). In questo quadro, lo stesso conflitto scatenato – a mio avviso giustamente – da Washington e Tel Aviv non è tanto da considerarsi una nuova guerra quanto piuttosto la continuazione (speriamo foriera di una conclusione rapida e definitiva) di una dura contrapposizione armata iniziata dal dopoguerra e che, inizialmente, ha visto come antagonista di Israele il mondo arabo nel suo insieme. Negli anni questo atavico nemico si è progressivamente assottigliato – purtroppo più in quantità che in qualità – sino a essere quasi totalmente rappresentato, a partire dalla crisi degli ostaggi americani a Teheran nel 1979, dalla teocrazia macellaia komeinista. Israele infatti è riuscita a sconfiggere, uno dopo l’altro, quasi tutti i suoi nemici dell’area mediorientale. Con essi ha stabilito nel tempo proficue e pacifiche relazioni sia politiche che economiche. L’isolamento sempre maggiore degli Ayatollah da parte delle nazioni arabe, che questa guerra sta plasticamente dimostrando, certifica i concreti risultati raggiunti da Tel Aviv per garantirsi un futuro finalmente di pace. Non corrisponde al vero, quindi, la tesi sostenuta da certi commentatori israeliani di sinistra (e non solo) sul fatto che le guerre intraprese da Tel Aviv – sia quelle difensive che preventive – non abbiano portato ad alcun risultato concreto. Mi riferisco, in particolare, a quanto affermato da Gideon Levy nel contributo pubblicato su “Duc in altum” il 9 gennaio. Basta confrontare lo stato delle relazioni politico-diplomatiche ed economico-commerciali tra Israele e la gran parte delle nazioni del mondo arabo nel 1967 (Guerra dei sei giorni) o nel 1973 (conflitto dello Yom Kippur) con quelle odierne per rendersi conto della abissale diversità degli scenari. Ma non a caso Levy è editorialista di “Haaretz” e membro editoriale di questo quotidiano. Esaminare una sua analisi del conflitto Usa-Israele-Iran è come leggere un commento di “Repubblica”, “Manifesto”, “L’Unità” o “New York Times” sulla politica globale del duo Trump-Netanyahu. Mi piacerebbe leggere anche altro.

C’è quindi oggi un solo grande nemico per Tel Aviv, una sola nazione, che ha tuttavia avuto la capacità (politica, strategica, militare e economica) di catalizzare prima e governare poi – per i propri obiettivi – il peggio del peggio del terrorismo internazionale e delle sue falangi armate; nell’ordine: Hamas che da anni inchioda i palestinesi in uno stato di continua e mortifera catastrofe; Hezbollah che fomenta senza sosta il conflitto, ora latente ora esplosivo, tra Israele e Libano. Una guerra che fa molte vittime soprattutto tra i cristiani di quella infelice nazione; i ribelli Houthi, di base nello Yemen, che mantengono in uno stato di perenne crisi la strategica area del Mar Rosso; infine, ma non ultimi, i gruppi operanti al confine siriano e quelli tuttora attivi all’interno dell’Iraq. Come si vede da questo breve ma oggettivo elenco, l’Iran è da tempo un generatore continuo di conflitti regionali per procura e di azioni terroristiche su scala globale. Il suo nemico primario è naturalmente Israele (di cui, è sempre bene ricordarlo, si vuole l’annientamento in termini di definitiva Shoa); il “secondo livello” è invece rappresentato da tutte quelle realtà che nel tempo si rivelano alleate e/o fiancheggiatrici del mostro sionista e che vengono colpite con l’arma del terrorismo indiscriminato. In tale scenario vi è poi una vittima sacrificale emblematica: il popolo palestinese nei confronti del quale il vero, unico genocidio è stato quello perpetrato dagli Ayatollah per tramite delle mostruose strategie di Hamas; azioni scientificamente studiate e attuate per innestare conflitti reattivi nei quali, per i gruppi terroristici, la popolazione di Gaza era ed è la vera carne da cannone da utilizzare sia militarmente (come ignobile e mostruoso scudo difensivo) che come veicolo mediatico per supportare una macabra ma purtroppo efficace propaganda in puro stile paranazista. Mi riferisco in particolare a quella comunicazione che ha invaso l’Occidente durante la crisi di Gaza e che in quello stesso Occidente ha trovato occhi e orecchi fin troppo acquiescenti e volutamente acritici. In particolare molta politica, “kultura” e informazione europee si sono supinamente abbeverate ai quotidiani comunicati di questo nutrito manipolo di assassini per alimentare e giustificare, nelle piazze delle capitali europee, il loro odio nei confronti di Israele e di quella parte di società Usa che si riconosce nel variegato mondo del conservatorismo americano. Un mondo del quale Trump ha saputo intercettare e interpretare un “sentiment” da sempre vivo nella realtà socio-politica nord statunitense. Che poi questo atteggiamento faccia capo a quel Sionismo cristiano cui fa riferimento Giulio Ferri nel suo già citato contributo oppure sia figlio di una generazione che asseconda le Forze infere della dissoluzione così come crudamente e crudelmente sottolineato da Martino Mora è tematica che, nel primo caso, trovo interessante ma non prioritaria, nel secondo caso invece – mi si permetta una piccola polemica a riguardo – da affidare alla sfera del risentimento ideologico-religioso, nei confronti di una delle parti coinvolte, più che a quello di una analisi oggettiva della realtà.

L’atteggiamento di una entusiastica e acritica accettazione delle tesi generate dalla satrapia iraniana e sapientemente veicolate dai nipotini di Goebbels – attivi nei centri di informazione delle varie organizzazioni terroristiche operanti in Medio Oriente – ha trovato e sta trovando l’Italia come una delle realtà maggiormente ricettive. L’elenco di personaggi, testate informative e organizzazioni socio-politiche, considerabili vere punte di lancia politico-massmediali contro Israele e i suoi alleati è infatti numeroso. Solo qualche nome preso qua e là: Landini, Travaglio, Salis, Albanese, Gruber, Lerner, Orsini, RaiTre, Rai News, l’Anpi, la parte preponderante, vetero-marxista, del Pd a guida Schlein, l’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), i movimenti anarco-insurrezionalisti e una pletora di appartenenti a quella “cultura”, da sempre dittatorialmente egemone nel nostro paese, attiva nel mondo della letteratura, spettacolo, arte, ecc. La cosa tristissima, dal mio punto di vista s’intende, è che con una parte non banale di questo mondo si è creata una insospettabile alleanza da parte di autorevoli esponenti del mondo cattolico in generale e “tradizionale” in particolare. Personaggi tristemente “simbolo” di un aperto sostegno alle violente posizioni dei pro-Hamas/Pro-Pal, come la pasionaria Onu Francesca Albanese, sono divenuti in breve tempo icone alla “Giovanna d’Arco”, da difendere a spada tratta anche nel pur ristretto mondo dei cattolici resistenti. Questa non è una mia opinione. È un fatto! Cliccate, cari lettori, cliccate e… troverete.

Risolta, speriamo presto, la pluridecennale pratica iraniana, resterà tuttavia per gli ebrei del mondo, e la loro nazione, ancora un nemico da debellare, il più subdolo e irriducibile. Non è uno Stato, né un esercito, tantomeno un’organizzazione terroristica; è qualcosa di molto peggio: è quell’odioso antisemitismo che da secoli alberga nell’Europa occidentale e nella componente socio-politica lib-dem degli Usa. Ad esso si è associato negli ultimi anni, segnatamente dall’acuirsi e incancrenirsi della crisi israelo-palestinese, un diffuso antisionismo che ha come oggetto l’esistenza stessa della nazione israeliana. Si tratta di sentimenti, specie il primo, mai sopiti nemmeno all’interno della Chiesa e che gli sforzi portati avanti da diversi pontefici, Pio XII in primo luogo, ma anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non sono riusciti che ha mitigare. Ciò che in queste settimane vado leggendo e analizzando su varie testate della comunicazione cattolica, non fa che confermare questa mia fosca impressione. Ma questo parte dell’analisi ci porterebbe lontano, aprendo un ulteriore fronte di discussione che non può essere trattato in questo spazio.

La chiudo quindi qui, con un gran sospiro di sollievo – credo – di tutti gli avversari dello “sporco sionismo trumpiano” che albergano anche tra i lettori del nostro blog e che hanno avuto la forza di leggere (forse con sempre maggiore indignazione) questo mio contributo. Voglio solo pregarli di una cosa: mettetevi l’animo in pace. Anche se sparuta minoranza io e i pochi che la pensano come il sottoscritto continueremo ad esserci, con la forza delle parole e delle idee, per sostenere il nostro no col quale controbattere una narrazione e una visione degli eventi che ci appare inaccettabile.

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Nella foto [AP Photo/Mohsen Ganji], colonna di fumo sopra Teheran dopo un attacco, 2 marzo 2026

 

 

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