Dentro il mistero dell’animo umano con Agatha Christie (e la sua fede)

di Clement Harrold

Scoprire le opere di Agatha Christie è stata una delle mie avventure letterarie più belle nell’ultimo anno. Il viaggio è iniziato con “The Murder of Roger Ackroyd” (“L’assassinio di Roger Ackroyd”), libro che mi ha immediatamente mostrato il genio dell’autrice. Qui, come altrove, la prosa è semplice ma avvincente, e la trama funziona come un meccanismo a orologeria. Man mano che la storia si avvicina alla conclusione, l’audace ingegno della Regina del crimine diventa sempre più evidente.

Non trovo esagerato affermare che la mia iniziazione al mondo di Agatha Christie mi ha convinto che ci debba essere un posto speciale in Purgatorio per le anime così crudeli da rivelare il finale di uno dei suoi libri. Cosa che, con mia grande costernazione, mi è successa nel caso di “Murder on the Orient Express” (“Assassinio sull’Orient Express”).

Comunque sia, un aspetto che vorrei sottolineare nella narrazione di Agatha Christie è la profonda introspezione psicologica trasmessa dai suoi romanzi trasmettono. In effetti, basta una conoscenza superficiale delle sue opere per rendersi conto che è una studiosa eccezionale della natura umana.

Sotto questo aspetto, l’approccio di Agatha Christie è chiaramente frutto della sua visione cristiana del mondo. La rottura del suo primo matrimonio la portò a smettere di ricevere la Comunione nella Chiesa d’Inghilterra, ma Agatha rimase una devota credente per tutta la vita, ed è nota per aver conservato sul comodino la copia dell’”Imitazione di Cristo” di sua madre. [Ricordiamo inoltre che nel 1971 sottoscrisse la petizione inviata a Paolo VI da numerosi autori e intellettuali britannici contro la soppressione della santa messa tradizionale dopo il Concilio Vaticano II, un appello che prese il nome di “Lettera di Agatha Christie”, N.d.T.].

Al centro dell’antropologia biblica di Christie c’è un presupposto: il peccato è un cancro da cui nessuno di noi è completamente immune. È il tema centrale in quello che può essere considerato il suo romanzo più famoso, “And Then There Were None” (“Dieci piccoli indiani”). Quando ho iniziato a guardare l’adattamento di quest’opera avvincente fatto dalla BBC, purtroppo non ne sono rimasto colpito favorevolmente. Come ha acutamente osservato mio cognato, un difetto fondamentale nella trasposizione della BBC è che i diversi personaggi della storia sono tutti ritratti come mostri morali. Dal punto di vista degli sceneggiatori, solo qualcuno palesemente depravato potrebbe mai commettere un crimine come l’omicidio. Ma questa non è affatto la prospettiva di Agatha Christie. Come attestano storie quali “Five Little Pigs” (“Il ritratto di Elsa Greer”), un tema ricorrente nella sua opera è che le persone comuni sono capaci di gravi mali. Le parole del Vangelo di Giovanni funzionano come una sorta di mantra alla base di molte delle sue storie: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Giovanni 1:8). Per Agatha Christie non sono i mostri, ma uomini e donne comuni a commettere peccati di pettegolezzo, invidia, menzogna, furto, adulterio e, sì, anche omicidio. Pertanto, i personaggi di “Dieci piccoli indiani” non sono mai stati concepiti per essere visti come cattivi da cartone animato. Sono pensati per essere un riflesso di te e di me, nella misura in cui permettiamo al peccato di mettere radici nei nostri cuori.

Questo concetto è espresso con forza da Hercule Poirot in “L’assassinio di Roger Ackroyd”. In una scena che alla prima lettura mi ha fatto venire i brividi, il detective belga invita i suoi ascoltatori a immaginare “un uomo, un uomo molto comune”. Quest’uomo non pensa all’omicidio, eppure da qualche parte nel suo cuore c’è una debolezza. Se la sua vita si svolge senza difficoltà, tale debolezza potrebbe non manifestarsi mai. Ma supponiamo che l’uomo incontri delle difficoltà. O supponiamo che si imbatta nell’opportunità di ottenere una grande quantità di denaro con mezzi immorali. Ora, che cosa farà?

È qui che la debolezza inizia a farsi sentire. “Il desiderio di denaro cresce”, ci dice Poirot. “Deve averne sempre di più!”. E così il cancro si diffonde. Poi però arriva il giorno in cui l’uomo viene messo di fronte alle sue malefatte. Deve affrontare la pubblica denuncia. E ora la sua anima è troppo distrutta: “Non è più lo stesso uomo di un anno fa, diciamo. La sua fibra morale è smussata. È disperato. Sta combattendo una battaglia persa ed è pronto a ricorrere a qualsiasi mezzo gli capiti a tiro, perché la denuncia significa la sua rovina. E così il pugnale colpisce!”.

Attraverso questa scena e altre simili, Agatha Christie offre ai suoi lettori un serio promemoria dell’avvertimento ricevuto da Caino all’alba della storia della salvezza. Conosciamo tutti la storia: quando Caino vede la preferenza di Dio per l’offerta del fratello, si arrabbia e si amareggia. In risposta, Dio avverte Caino di abbandonare la strada che sta percorrendo prima che sia troppo tardi: “Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo” (Gen 4,7). Caino avrebbe potuto dominare i suoi desideri peccaminosi, invece cedette ad essi, e la morte ne fu la conseguenza.

La tragica storia di Caino e Abele trova echi distintivi in ​​una delle opere più lunghe di Christie, Assassinio sul Nilo . All’inizio della narrazione, un personaggio femminile tormentato contempla l’idea di commettere un grave crimine. In uno scambio inquietante, Poirot implora questa donna di pentirsi finché può: “Non aprire il tuo cuore al male… Perché – se lo fai – il male verrà… Sì, molto certamente, il male verrà… Entrerà e prenderà dimora in te, e dopo un po’ non sarà più possibile scacciarlo”.

La narrativa di Agatha Christie ribadisce ripetutamente che abbiamo tutti bisogno di essere salvati dalle nostre debolezze. Eppure, la sua narrativa non lascia il lettore con la sensazione che la salvezza sia impossibile. Sebbene i suoi romanzi siano permeati da elementi tragici, la visione cristiana della realtà di Christie assicura che la verità e una qualche forma di bontà prevalgano sempre alla fine. Come dice un personaggio a Hercule Poirot alla fine di “Death on the Nile” (“Poirot sul Nilo”): “Ma grazie a Dio, c’è la felicità nel mondo”. Al che l’incisivo detective risponde: “Come dice lei, Madame, ringrazio Dio per questo”.

thecatholicherald

____________________________________

Cari amici di «Duc in altum»,

è uscito il mio nuovo libro:

«Gesù e don Camillo. Dialoghetti per non morire»

Con una nota inedita di Giovannino Guareschi

Prefazione di Paolo Gulisano.

Il libro può essere ordinato cliccando qui.

Don Camillo ringrazia tutti coloro che lo acquisteranno e lo vorranno diffondere!

 

 

 

 

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!