L’Iran, gli stereotipi e la realtà. Altre note di viaggio

di Marco Anca

Caro Aldo Maria,

desidero proporre alcuni appunti del mio viaggio in Iran, datato 2016, condividendo in pieno quanto espresso da Luca Foglia [qui]. Aggiungo solo alcuni dettagli che si innestano nell’impianto generale della sua lettera.

Visitai Isfahan, Kashan, Qom e Teheran. Per prima cosa mi colpì la pulizia degli spazi pubblici. Nelle strade si poteva mangiare per terra, e questo ricorda molto alcuni paesi ex sovietici, tra cui la Russia e la Bielorussia, ma non solo.

Una sera ad Isfahan, nella bellissima piazza principale, vidi tante famiglie fare un pic-nic sui prati, cosa lì molto comune. Due ore dopo, a pic-nic terminati, i giardini erano vuoti e sull’erba non c’era nemmeno un pezzo di carta; pensate come invece sarebbero stati ridotti i giardini in una qualsiasi piazza occidentale, a cominciare da quelle della mia Milano!

Veramente pericoloso il traffico. Per il viaggiatore straniero attraversare la strada a Teheran è un’impresa. Un traffico folle. All’uscita del tempio di fuoco zoroastriano Adorian di Teheran (che si trova di fronte alla chiesa cattolica di rito armeno), rischiai di essere investito da un motorino che arrivò ad altissima velocità e contromano. Però molti iraniani, quando mi vedevano in difficoltà, si offrivano di aiutarmi ad attraversare la strada.

La gente? Splendida, ospitale, amichevole verso gli stranieri.

L’abbigliamento? Certamente non è quello occidentale. Mi ricordo di veli in testa portati nei modi più strani da parecchie ragazze. A Qom, dove le regole sono più rigide, la guida religiosa locale, molto amichevole, fece indossare a mia moglie una sorta di scafandro, ma si tratta, appunto, di Qom, la città santa degli sciiti, e in tutti i luoghi santi ci sono regole di abbigliamento da rispettare. Di Qom ricordo anche la grande folla di pellegrini.

La memoria collettiva è un altro aspetto da segnalare. A Teheran, in molti luoghi, sono presenti sacrari, murales, tazebao, cartelloni con fotografie dei martiri, monumenti celebrativi, e persino la ricostruzione di una trincea (somigliante a quelle della Grande Guerra) in una delle stazioni del metrò del centro. Tra parentesi – come ha ricordato Luca Foglia – una stazione della metropolitana, in centro, è stata recentemente dedicata alla Madonna.

I miei coetanei iraniani al fronte nella guerra Iran-Iraq, combattuta come la Grande Guerra, ci sono stati, e trasmettono la memoria a figli e nipoti.

Oggi al potere in Iran è arrivata la nuova generazione post collaboratori e vecchi compagni di Khomeini, quella dei “frontoviki” (termine russo per dire chi ha combattuto al fronte), quindi con una possibile graduale trasformazione della visione della società.

E veniamo alle minoranze religiose.

In Iran i cristiani non sono di etnia persiana. Ai persiani è vietato diventarlo, e sulla cosa ovviamente si può e si deve discutere. Ricordo comunque che in altri paesi, tipo la “illuminata e moderna” Arabia Saudita, c’è la pena di morte per la conversione.

Gli armeni, principalmente apostolici armeni con una piccola minoranza di cattolici di rito armeno, secondo l’Alto Commissariato per la diaspora del governo armeno in Iran sono dai sessanta agli ottantamila.

Ad Isfahan c’è il bel quartiere armeno di Nuova Julfa, fondato nel 1606, con più di dieci chiese, tra cui la cattedrale, e la sede dell’eparchia.

Poi ci sono gli assiri, originari del nord-ovest del paese, principalmente caldei con una minoranza di assiro ortodossi che secondo un sito cattolico francese dovrebbero essere circa diecimila, anche se forse sono di più.

Ambedue le comunità sono rappresentate da un deputato in parlamento.

Il rito latino, a cui appartiene un cardinale belga nominato da Bergoglio (che ha deplorevolmente lasciato Teheran per motivi di sicurezza, così come trovo assurdo che dal 31 gennaio la nunziatura apostolica sia vacante per il trasferimento del nunzio in Sri Lanka, tutti gravi errori dell’inadeguato pontificato leoniano), a Teheran ha la cattedrale nel quartiere delle ambasciate ed è vicina all’ambasciata italiana. Il rito latino è quindi quello dei diplomatici stranieri e degli espatriati che vivono in Iran.

Ci sono gli zoroastriani, persiani, non molti (ufficialmente 25 mila ma in realtà di più), che hanno sede soprattutto a Yazd e una comunità a Teheran. Hanno diritto a un seggio in parlamento.

E poi ci sono gli ebrei iraniani, autoctoni e fortemente patriottici, circa ventimila, che hanno le loro sinagoghe attive (io ho visto la Heim di Teheran) e diritto a un seggio in parlamento.

Altri appunti del diario di viaggio.

L’Iran è un paese industrializzato. Notai molte automobili di produzione iraniana, e ora scopriamo che il Paese ha anche una avanzata industria militare.

Una sera andai a una sorta di vernissage culturale a Teheran, e se non fosse stato per il velo delle donne, molte giovani, e la mancanza di alcol, mi sarebbe sembrato di essere a Milano.

La popolazione è molto giovane. Molte donne sono laureate, anche in Science, Technology, Engineering e Mathematics, e nella società ricoprono spesso incarichi di responsabilità. Come in molte “autocrazie” l’istruzione è di qualità, mentre in molte “democrazie liberali” l’istruzione, come sappiamo, lascia alquanto a desiderare.

Il palazzo residenza estiva dello scià, il Palazzo Bianco, aveva un arredamento vintage anni sessanta e settanta. La ex ambasciata americana era ricoperta di murales.

Il caviale costava come in Italia, almeno nel negozio di caviale dell’Hotel Laleh, l’albergo di Teheran che lo scià aveva fatto costruire per gli ospiti stranieri.

La cucina è buona. Problemi e timori per la sicurezza personale? Zero.

Ecco ciò che vidi dieci anni fa, a integrazione e conferma di quanto sta raccontando nel blog Luca Foglia.

Confrontate le nostre testimonianze con le menzogne raccontate dalla propaganda mainstream.

Liberare le donne iraniane? La democrazia e la condizione femminile si misurano forse dalla lunghezza in centimetri delle gonne? Se così fosse, le portaerei per “liberare le donne” si farebbe prima a mandarle a Milano in via Padova, in piazzale Selinunte, al quartiere Calvairate e al Corvetto, dove invece le donne velate, anche in versione molto più restrittiva (perché sono arabe e sunnite) sono considerate segno di “diversità e inclusione”.

Quando mi capita di sentire qualche rappresentante dell’uomo/donna massa che ripete pappagallescamente le menzogne della propaganda interventista sui “musulmani” facendo di ogni erba un fascio, non manco di osservare che in realtà non sono tutti uguali, a partire dalla differenza tra sciiti e sunniti (che poi vanno divisi per etnia, lingua, cultura eccetera), ma spesso vengo aggredito verbalmente dall’interlocutore ignorante che alza la voce e insulta. E si tratta degli stessi ignoranti che pensano che gli iraniani siano arabi e che nella Russia di oggi ci sia ancora il comunismo.

Alla fine, i mostri li abbiamo noi qui, in Europa occidentale, dove la devastazione dell’istruzione (che in Italia era un vanto), la televisione spazzatura e il consumismo a credito hanno creato una plebe miserabile e di vile qualità. E poi facciamo la guerra agli altri considerandoli “incivili”!

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