Fatti recenti e qualche vecchia foto. Per inquadrare Prevost
di Chris Jackson
Nella Chiesa postconciliare ci sono momenti in cui spariscono l’incenso, la nebbia burocratica e le cerimonie ipocrite. E si fa chiarezza.
A Bonn il cardinale Jean-Claude Hollerich ha affermato che la questione delle donne nel ministero ordinato rimane aperta. Ad Anversa il vescovo Johan Bonny ha dichiarato di volere che nella sua diocesi entro il 2028 vengano ordinati uomini sposati e la carica ecclesiastica sia “ugualmente accessibile” a uomini e donne. E nei documenti dell’Oala (l’Organizzazione degli Agostiniani in America Latina) ecco nero su bianco il vecchio catechismo rivoluzionario completo della frase “Crediamo in Dio Padre e Madre della Vita”.
Nulla di tutto ciò è casuale. È un modello, un programma di mutazione controllata della religione.
La rivoluzione ha smesso di sussurrare
Le dichiarazioni di Hollerich a Bonn sono rivelatrici. Per il cardinale la Chiesa non ha ricevuto una costituzione divina a cui l’uomo deve obbedire, ma è un organismo che negozia l’accesso all’insegna dell’inclusione istituzionale. Ha detto di non riuscire a immaginare come una chiesa possa sopravvivere se metà del “popolo di Dio” soffre per la mancanza di accesso al ministero ordinato, e ha aggiunto che le donne nelle parrocchie la pensano così. Ciò si inserisce perfettamente in quanto sta dicendo da anni: già nel 2023 dichiarava che il divieto di ordinazione delle donne “probabilmente” non è insegnamento infallibile, e nel 2024 esortava alla pazienza e a procedere passo dopo passo per evitare reazioni negative.
Ora l’apparato lo sta aiutando. Il rapporto finale del Gruppo di studio numero 5 del sinodo, pubblicato questo mese sul sito ufficiale, definisce la “questione delle donne” un “segno dei tempi”, avverte che molte donne nella Chiesa non si sentono a casa e illustra le decisioni di Francesco e Leone XIV di affidare ruoli di governo alle donne come modello per tutta la Chiesa. Ecco il metodo: definire urgente il malcontento, dire che è volontà dello Spirito, ridefinire l’autorità e infine insistere sul fatto che le strutture devono adattarsi. Quando la vecchia dottrina verrà finalmente contraddetta nella pratica, la contraddizione verrà spacciata per maturità pastorale.
Anversa passa dalla fase del reclamo a quella dell’attuazione
Johan Bonny, vescovo belga, sta applicando ad Anversa ciò che Hollerich sta predicando. Ha pubblicato infatti un piano pastorale in cui afferma che farà tutto il possibile per ordinare uomini sposati entro il 2028, individuando personalmente i candidati e preparandoli lontano dai riflettori dei media. Ha anche affermato che la questione non è più se la Chiesa possa ordinare uomini sposati, ma quando e chi lo farà. Invece di difendere una disciplina consolidata, Bonny parla come un manager che prepara l’implementazione. Sta portando la questione dal livello della teoria a quello del programma pilota.
Bonny affianca alla proposta del prete sposato quello di una maggiore apertura delle cariche ecclesiastiche a uomini e donne. Ed è il vecchio pacchetto progressista. Il celibato clericale è troppo rigido. Il sacerdozio maschile è troppo restrittivo. La sinodalità deve produrre risultati “concreti”. Il collegamento tra Francesco e Leone non è un mistero. Bonny stesso inquadra il suo piano nell’ambito dell’attuazione del processo sinodale.
Ecco ciò che i conservatori continuano a rifiutarsi di comprendere. La rivoluzione non è più solo tra i teologi marginali e i documenti programmatici tedeschi. Ha ormai un calendario diocesano, un piano di sviluppo e le sue scadenze.
Conocoto, il laboratorio agostiniano della nuova religione
Conocoto fu un incontro di agostiniani tenutosi in Ecuador nel 1993 sotto l’egida dell’Organizzazione degli Agostiniani in America Latina (Oala) e venne presentato come un momento di rinnovamento per l’ordine in America Latina e nei Caraibi. I suoi organizzatori parlarono dello “Spirito di Conocoto” come di un nuovo modello di vita agostiniana caratterizzato da partecipazione, sinodalità, istanze di liberazione e trasformazione sociale. In parole semplici, si trattò di uno di quei seminari postconciliari in cui il linguaggio cattolico rimaneva in superficie, mentre il quadro di riferimento sottostante si spostava verso l’attivismo e la costruzione ideologica.
Le foto dimostrano che non si trattò di una piccola nota a piè di pagina o di un esperimento isolato. Il movimento ha generato testi, slogan, incontri successivi e persino un proprio credo.
Un documento ufficiale dell’Oala che celebra il trentesimo anniversario di Conocoto descrive l’incontro del 1993 come plasmato dalla “sinodalità agostiniana” e afferma che lo “Spirito di Conocoto” era uno spirito di riflessione, conversione, riconciliazione, profezia, comunione e partecipazione. Riproduce poi il credo dei giovani agostiniani, inclusa la sorprendente frase: “Crediamo in Dio Padre e Madre della Vita”.
Ma non si ferma qui. Il credo di Conocoto prosegue con formule sull’incarnazione di Gesù come aspirazioni di liberazione dei popoli, sulla Chiesa incarnata nella vita e nel mondo dei poveri, sulla partecipazione attiva e trasformativa alla società e sulla priorità della promozione umana. A questo punto non c’è bisogno di molti commenti. Il testo parla già chiaro. Il clima è quello della cosiddetta teologia della liberazione.
Non si trattò di un opuscolo imbarazzante, poi infilato in un cassetto e dimenticato. I materiali attuali dell’Oala riflettono ancora lo stesso ecosistema. La pagina “Justicia y Paz” continua a mettere in primo piano l’ecoteologia, la spiritualità indigena, l’attivismo politico e la retorica amazzonica. Perdura l’abitudine postconciliare di tradurre la fede in termini di processi sociali, attivismo, ecologia, migrazione, dialogo e accompagnamento, finché il dogma inizia a suonare come un corpo estraneo da eliminare.
In una foto si vede Robert Prevost durante l’incontro, e il ritaglio di giornale, intitolato “Integrando al Perú Agustino”, parla dello “Spirito di Conocoto” che entra in Perù grazie a Robert Prevost a Chulucanas, la cittadina nel Nord del Paese in cui il futuro papa arrivò come giovane missionario agostiniano a metà degli anni Ottanta.
Tutto ciò è sufficiente a smentire la tesi secondo cui i successivi istinti sinodali di Leone sarebbero frutto della normale prudenza di un ecclesiastico formatosi in un cattolicesimo postconciliare della partecipazione. No. I documenti lo collocano all’interno di un filone ben preciso, che aveva già assunto la sinodalità, il linguaggio liberazionista, l’elevazione antropologica e l’immaginazione ecoteologica molto prima che questi slogan venissero confezionati per la Chiesa universale.
Ecco perché le prove successive appaiono non come una sorpresa ma come una conferma. Il National Catholic Reporter, scrivendone con toni favorevoli, ha descritto Chulucanas come un “laboratorio del Concilio Vaticano II per il rinnovamento della Chiesa”, ma noi possiamo vedere qualcosa di più. Gli uomini che ora cercano di stabilizzare la rivoluzione sono gli stessi che in quella rivoluzione si sono formati. Conocoto non fu una marginale curiosità latinoamericana. Faceva parte del laboratorio in cui il nuovo linguaggio ecclesiale e il nuovo modello di autorità furono coltivati. Ecco perché le fotografie sono importanti. Non si limitano a mettere in imbarazzo Leone XIV, aiutano a spiegarlo.
Le fotografie del Brasile e il quadro più ampio
Le fotografie recentemente diffuse si inseriscono in questo quadro più ampio. Secondo quanto riportato dai media, provengono dagli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo nel 1995 e successivamente pubblicato dall’Oala nel 1996 con il titolo “Ecoteología: una perspectiva desde San Agustín”. Una didascalia parla di una cerimonia come un “rito della pachamama” ed ecco lì, di nuovo, Robert Prevost. All’interno di un contesto teologico che non era qualcosa di estraneo alla Chiesa, ma una realtà già affermata.
Questo è il punto cruciale. Siamo di fronte a un continuum. Il linguaggio può cambiare, la sostanza no.
Ciò che i conservatori si rifiutano ancora di ammettere
La difesa di Leone fatta dai conservatori continua a dipingere un’istituzione fondamentalmente cattolica che occasionalmente esagera, si esprime in modo inappropriato, nomina le persone sbagliate o si abbandona a una cattiva immagine. Ma questa visione è limitata. Ciò che abbiamo di fronte è una vera e propria teologia dell’autorità alternativa, con radici che vengono da lontano.
I cattolici tradizionalisti dovrebbero smettere di trattare ciascuna di queste storie come se fosse un’offesa a sé stante che necessita di una reazione isolata. Hollerich sull’ordinazione delle donne, Bonny sui sacerdoti sposati, l’Oala su Conocoto, Prevost in Perù, Prevost in Brasile. Tutto si tiene. È lo stesso rosario della rivoluzione.
La conclusione non può che essere severa. Quando un ecclesiastico aderisce pubblicamente a un culto falso, insegna pubblicamente contro la fede riconosciuta e governa come se i confini sacramentali e dottrinali fossero materia prima per esperimenti sinodali, le vecchie questioni canoniche sulla professione di fede e la perdita dell’ufficio cessano di essere astratti cavalli da gioco. Anche i lettori non ancora pronti a trarre conclusioni di tipo sedevacantista dovrebbero almeno smettere di fingere che siamo di fronte a una struttura di autorità cattolica sana che soffre soltanto di alcuni deplorevoli eccessi. Una struttura che produce Hollerich, Bonny e Conocoto ha rivelato fin troppo bene quale spirito la anima. Uno spirito che certamente non proviene dalla Pentecoste.
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