Cronache dalla grotta / Un’Ave Maria e avanti

di Rita Bettaglio

Et in umbra alarum tuarum sperabo, donec transeat iniquitas (Sal 56): E all’ombra delle tue ali spererò sino a che passi l’iniquità.

La speranza, virtù teologale, vive e agisce nell’ombra delle ali del Signore. Cosa sono queste ali alla cui ombra il salmista dimora e lì, in quel benefico romitorio, sperando attende che passi l’iniquità?

All’ombra delle ali del Signore, in quel luogo sacro e intimo, sta il monaco, sia esso cenobita o eremita. Sotto queste ali, in quest’ombra egli trova refrigerio per il fuoco delle passioni e calore nell’inverno dell’anima.

Nel mese di maggio come non riconoscere in queste ali i lembi del manto della Madonna? “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”, cantiamo nel Sub tuum praesidium.

Questa invocazione risale al III secolo e si rivolge a Maria col titolo di Santa Madre di Dio (Theotokos) ben prima che nel 431 il concilio di Efeso sancisse questo dogma.

Le ali di Dio sono, qui e ora, le braccia materne di Maria Santissima; il rifugio è il suo volto di misericordia dipinto in migliaia di edicole sparse in ogni dove della nostra Italia, nei campi, lungo le strade per accompagnare ogni viandante nel suo cammino.

Non c’è mese migliore di maggio per camminare con Maria e verso di Lei. San Josemaría praticava e raccomandava a tutti la romeria del mese di maggio: un pellegrinaggio a piedi a un santuario mariano, magari vicino casa, in cui recitare le tre corone del rosario, una all’andata, la seconda nel santuario e la terza durante il ritorno.

Anche nella grotta è maggio e un lumino arde davanti all’immagine della Vergine con un paffuto bambino tra le braccia. A loro l’ultimo sguardo prima di addormentarsi ed il primo al risveglio.

Il risveglio.

Sovente la cavernicola trova ad attenderla al risveglio un demonietto che vorrebbe subito pararle davanti, ictu oculi, l’intera giornata incipiente e scagliarle addosso il suo intero peso per tramortirla all’istante. È astutissimo e non di rado riesce nel nefando compito di sgomentarla e farle desiderare di voltarsi dall’altra parte e ributtarsi a corpo morto tra le braccia di Morfeo.

Ma la cavernicola è vecchia e, Deo adjuvante, ha imparato a conoscere, almeno un po’, sé stessa e il demonietto mattutino.

Che fa allora? Prende sé stessa con le buone, come raccomanda san Francesco di Sales: “Rita, su, non devi scalare l’Everest. Basta solo che butti le gambe giù dal letto. Solo questo. Che vuoi che sia?”. Detta così, non pare impresa impossibile e la cavernicola collabora.

Poi viene tutto il resto, un passetto per volta: l’Ufficio e le piccole cose per mettersi in moto. Nel giro di pochi minuti la sensazione di essere schiacciata da un masso dolomitico si dilegua e la misera s’avvede, invece, di aver fatto qualche passetto verso l’accoglienza di una nuova giornata di cui Dio le ha fatto dono.

Capita anche a voi? Lento lento lemme lemme, come diceva una filastrocca da ACR, il giorno che Dio generosamente dona ai giusti e agli ingiusti, muove i primi passi.

“Un’Ave Maria e avanti!”, spronava sé stesso e gli altri don Orione.

La grotta a maggio si riempie del profumo della Tota pulchra, la più bella tra le donne, e fuori dall’uscio una spalla di gelsomino in fiore fa gustare un effluvio di paradiso.

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