Il rifugio e i gestori cattivi. Una storia tirolese (ma non solo) per avvicinarsi alle consacrazioni episcopali della FSSPX

di Elena Martinz

Carissimo Aldo Maria,

come sai vivo in Tirolo, circondata da montagne allo stesso tempo meravigliose e pericolose.

In questi ventidue anni, insieme a mio marito e ai nostri figli, le ho esplorate quasi tutte. Una volta ci è capitata un’avventura che si è rivelata provvidenziale.

Qui in estate il meteo cambia da un momento all’altro e, nonostante tutte le precauzioni, credo sia capitato a tutti i tirolesi di ritrovarsi vicino alla cima in compagnia di inaspettati nuvoloni minacciosi.

Cosa si fa in questi casi? Si inizia a correre verso valle. Ma, come è prevedibile, la tempesta è più veloce. Il cielo inizia a ruggire e tu ti senti braccato, come una pecora inseguita da un leone.

Mentre corri a perdifiato tra rocce, radici e pini mughi, intravedi croci e Madonne inchiodate agli alberi, intervallate da invocazioni a Dio, Signore della Creazione, incise su grandi rocce. Non sono miraggi, ma reali segni realizzati da un popolo, quello tirolese, profondamente cattolico e consapevole della sua fragilità davanti alla creazione. Quei crocifissi, quelle Marie mediatrici di tutte le Grazie (a cui gli abitanti di Innsbruck in particolare sono estremamente legati) e quelle invocazioni a Dio Padre lungo tutti i sentieri delle montagne tirolesi sono anche testimoni di gratitudine, ex-voto appesi in queste meravigliose e imponenti cattedrali di roccia, le cui colonne sono tronchi di pini slanciati verso la volta che è l’immensità del cielo.

Ecco che, mentre il leone ruggente sta per scaraventarti contro tutta la sua ferocia, tu incontri gli occhi dolci di Maria che stringe il piccolo Gesù, guancia a guancia. Mentre un lampo illumina un cielo sempre più scuro, tu dallo spavento inciampi su una pietra in cui è stata incisa una preghiera a Dio Padre: “Signore, benedici questo sentiero che oggi percorro. Proteggi il mio passo e accompagnami in ogni cammino”. E ancora: “A gloria del Creatore, a insegnamento per il viandante” e tante altre, nate dal cuore di chi queste montagne le riconosce come plasmate da un Dio Uno e Trino, Creatore e Signore di tutte le cose.

Queste opere ti sussurrano che non sei solo nel pericolo. Chi ti ha preceduto su quegli stessi percorsi ha provato le tue stesse paure e riposto in Qualcuno le sue speranze lasciando una traccia che ti invita a fare lo stesso.

Quindi, con la stessa fiducia trasmessa da questi segnavia, iniziamo a pregare. La posta in gioco è molto alta: un temporale in montagna può essere fatale.

Nonostante siano appena le quattro del pomeriggio, il buio avvolge ogni cosa e la terra pare tremare. Lacrime e sudore si mescolano alle gocce di pioggia rendendo la nostra vista sempre più annebbiata e la nostra discesa sempre più difficile. Ansimanti, ci fermiamo sotto una sporgenza rocciosa. La luce dei fulmini fa brillare qualcosa non lontano da noi: è un tetto in lamiera, seminascosto da un recinto di alberi, sentinelle mute che ora il vento forte tenta di piegare.

Un ultimo sforzo, una corsa scivolosa che pare quasi un volo, trascinati da una speranza fragile e potente allo stesso tempo.

La porta del rifugio non fa resistenza quando tentiamo di aprirla. Timorosi entriamo: nessuno risponde. Solo il silenzio.

Carissimo Aldo Maria, ti chiederai cosa c’entri tutto questo con le consacrazioni del primo luglio. Ora te lo spiego.

Immaginiamo che la tempesta non duri solo un paio di ore, ma qualche giorno, come in effetti può succedere; cosa accadrebbe a viandanti come noi, chiusi in un rifugio senza acqua né cibo, magari feriti e impossibilitati a proseguire verso valle?

In una tale situazione, per prima cosa, dopo aver atteso invano la fine della tempesta, i viandanti tentano di chiamare i soccorsi con quel poco di batteria rimasta nel telefono. Ahimè la connessione non funziona…Oppure, una volta riusciti a raggiungere una tacca, i soccorsi non riescono a individuarli, o ancora, non possono semplicemente partire a causa del maltempo.

Tocca aspettare: un giorno, due giorni, senza acqua. Gli escursionisti iniziano ad aprire ogni cassetto e ogni armadio, nella speranza di trovare viveri e soprattutto acqua potabile.

Su uno scaffale c’è un numero di telefono: deve appartenere al gestore del rifugio. Note bene: la quasi totalità dei rifugi non appartiene a privati, ma a una sezione del Club alpino austriaco (ÖAV) che poi li cede in gestione a privati, vincolati da regole rigidissime.

In una credenza trovano biscotti, zucchero, qualche bottiglietta d’acqua. Con un sms tentano addirittura di contattare il gestore, per chiedergli il permesso di mangiare ciò che hanno trovato, all’unico scopo di sopravvivere.

Sono fiduciosi e sicuri che lui sarà indulgente e li aiuterà, poiché si tratta di una evidente situazione di emergenza.

La tempesta imperversa da giorni, i soccorsi non possono muoversi e i viandanti rischiano di morire di sete.

Eppure il gestore non concede loro il permesso di toccare nulla. Anzi, minaccia di denunciarli per violazione di domicilio, intimando di uscire immediatamente dal “suo” rifugio.

Uscire significherebbe rischiare la vita. Restare significa, al massimo, pagare una multa o affrontare un processo.

I viandanti decidono di ignorare le minacce e restano al riparo. Spinti dalla fame e dal bisogno di tornare in forze per affrontare quel tratto di sentiero che li separa da casa, iniziano a mangiare lo stretto necessario, con rispetto e gratitudine, senza sprecarne nemmeno una briciola. Restano in orante attesa, nella speranza che la tempesta finisca al più presto.

Una volta a casa, i viandanti vengono denunciati dal gestore, convocati in tribunale e infine assolti in base alla legge austriaca, la quale specifica che “un atto non è punibile se è compiuto per evitare a sé stessi o a un altro un pericolo imminente e direttamente minaccioso per la vita”. Il corrispondente italiano si trova nel codice penale, all’articolo 54. In termini giuridici, questa situazione rientra nel concetto di stato di necessità, il quale stabilisce che non è punibile chi commette un fatto (come forzare la porta di un rifugio chiuso o consumarne le provviste) per la necessità di salvare sé o altri da un pericolo attuale di un danno grave alla persona.

In sintesi, i viandanti sono stati assolti in quanto:

  1. Il pericolo era grave e attuale: la tempesta non era prevedibile e il suo perdurare aveva causato un esaurimento fisico estremo, tra cui ipotermia e gravi ferite riportate nel tentativo di trovare un riparo;
  2. Il pericolo era inevitabile: non c’era altra via d’uscita in quanto non era possibile scendere a valle in sicurezza e i soccorsi non potevano raggiungere i viandanti;
  3. Il “danno” causato (l’uso temporaneo di un’abitazione e il cibo consumato) era proporzionato al pericolo evitato (la morte o il congelamento). Inoltre, i periti hanno potuto constatare che il rifugio era stato lasciato in condizioni ottimali, riguardo ad ordine e pulizia, mentre il cibo consumato era stato lo stretto necessario. Non era stato quindi compiuto alcun abuso.

Ecco, carissimo Aldo Maria, ora capirai perfettamente il motivo per cui ti ho raccontato questa storia tirolese e avrai anche intuito che cosa penso delle minacce “romane” nei confronti di chi distribuisce viveri e dà accoglienza a pellegrini stremati e in fin di vita.

Più volte ti ho raccontato, a volte con ironia, a volte con disperazione profonda, il pericolo estremo in cui versavano le nostre anime, esposte ai fulmini, alle gelate e alle grandinate della chiesa modernista conciliar-sinodale. Non solo, è stata proprio questa stessa chiesa a esporci ai pericoli, facendoci partire verso i monti con le scarpe da ginnastica e senza attrezzatura, con quella leggerezza ormai divenuta il vessillo di riconoscimento, per distinguersi dalla rigidità indietrista degli stemmi preconciliari.

“Vai! Osa! Segui il cuore! Non avere paura! Volere è potere! Lasciati guidare dallo spirito!”. Slogan fatali per chi voglia davvero raggiungere le alte cime illudendosi di farcela così, da solo, da autodidatta, slegato dalla cordata che ci ha preceduto nei secoli!

Quando, come i viandanti, abbiamo chiamato i soccorsi, ci è stato ripetuto di rimanere fermi lì, isolati e totalmente esposti alle scariche elettriche di milioni di volt che si abbattevano intorno a noi. Nonostante i nostri capelli si rizzassero e le nostre orecchie percepissero il ronzio metallico nell’aria, avvertendoci del pericolo imminente, questi falsi soccorritori, dalle loro comode postazioni continuavano a dirci che era illecito entrare in un rifugio senza gestore e mangiarne i viveri in attesa del bel tempo.

Ovviamente, la paura e la disperazione hanno preso il sopravvento, spingendoci a ignorare gli insensati consigli di quelli che credevamo fossero i soccorritori. Se consideriamo che i viandanti non erano due adulti soli in cerca di divertimento, ma genitori che volevano mostrare le meraviglie di Dio ai figli loro affidati, diventa chiaro che il consiglio “piuttosto morire nella tempesta che vivere riparati in un rifugio di cui non hai le chiavi” era irricevibile.

Dal momento in cui abbiamo varcato la soglia del rifugio e iniziato a mangiare nonostante il divieto del gestore, abbiamo sperimentato che proprio i fatidici soccorsi a cui avevano disperatamente chiesto aiuto sarebbero diventati i nostri più accaniti accusatori.

Pensa, ci accusano anche di aver interpretato male le previsioni meteorologiche prima della partenza. Ci siamo fidati di quelle ufficiali, che davano pieno sole per i giorni a venire…

Quando ci siamo difesi, raccontando che nessuno ci aveva avvertito della necessità di portarci dietro corde e chiodi per affrontare la ferrata verso la vetta, i “soccorri-accusatori” hanno risposto con saccente arroganza che siamo stati semplicemente sfortunati a incontrare le guide sbagliate (seppur certificate!), le quali avevano a loro volta interpretato male le nuove linee guida sull’alpinismo.

Peccato che tutte, ma proprio tutte le guide (certificate e approvate dagli enti ufficiali) che abbiamo consultato avessero interpretato male le nuove linee guida.

Ora, le linee guida, per definizione, dovrebbero essere semplici e chiare per tutti gli addetti ai lavori e non essere invece tanto ermetiche da dover essere interpretate e per di più in mille modi diversi, a seconda di chi si avventura nella loro decifrazione.

Così, per rimuovere ogni dubbio, ce le siamo stampate e studiate da soli. Ovviamente siamo stati accusati di essere ignoranti e analfabeti. Eppure, dopo aver imparato a leggere e scrivere, abbiamo dovuto constatare che le povere guide da noi consultate avevano ragione: non avevano affatto interpretato male!

Sulle nuove linee guida infatti stava scritto proprio così: “Arrivare alla cima può risultare faticoso, ma in realtà non serve alcuna preparazione e tutti ce la possono fare. È impossibile commettere errori. Tutti i sentieri portano alla croce sulla vetta. Se credete di aver sbagliato strada, è per colpa della vecchia segnaletica: non lasciatevi confondere dalle pennellate sbiadite. Stiamo cercando di cancellarle. Per ora, se le vedete, copritele con il muschio e ignoratele. Per raggiungere la vetta potete usare gli scarponi, ma di fatto non servono più; lo stesso vale per le piccozze, le corde, i moschettoni e i chiodi di riserva. Così camminerete talmente leggeri che vi parrà di volare”. Sì, nel vuoto!

Concedimi di avvalermi di questo paragone escursionistico per rispondere ad alcune obiezioni che si leggono anche in alcune lettere che hai pubblicato.

Torniamo in tribunale con i nostri poveri viandanti: chi continua a negare lo stato di necessità in cui versa la Chiesa da più di mezzo secolo non solo si è schierato dalla parte dell’accusa (e sappiamo da chi essa sia capeggiata) ma crede anche che, così facendo, difenderà i falsi diritti di un gestore privo di ogni misericordia, interessato solo a contare e ricontare ciò che si illude di possedere, nella fobia ossessiva, tipica degli avari, di venir privato di qualcosa che crede esser suo.

Lo ripeto: il rifugio non appartiene al gestore! E le regole non le ha stabilite lui! Lui non può cambiarle! Può solo appenderle di volta in volta sulle pareti del rifugio, in modo che siano visibili a tutti coloro che vi entrano.

Non solo, secondo il Club alpino austriaco le disposizioni gestionali che vincolano i gestori dei rifugi sono chiare e piuttosto rigide. Questo per limitare l’arbitrio di possibili amministratori prepotenti, come quello incontrato dai nostri poveri viandanti.

Ora, anche l’”albergo” cattolico ha una disposizione chiarissima per il gestore: se questi dovesse proclamare linee guida diverse da quelle annunciate da Colui che gli ha affidato il rifugio, quel gestore sia buttato fuori, anatemizzato.

Se ne deduce che il gestore che ignori questa antica “maledizione”, scolpita nelle fondamenta del rifugio si ritenga legittimo proprietario dello stesso. Come logica conseguenza egli si adopererà per staccare dalle pareti quadri e regole affisse dal vero legittimo Proprietario, per sostituirle con autoritratti e nuove disposizioni da lui inventate, che gli garantiscano il consenso della moltitudine, la quale comprende anche coloro che non si metteranno mai in cammino verso il rifugio. Poco importa: possedere l’albergo reca fama e potere.

Tale amministratore maledetto (che è un sinonimo di anatemizzato) si comporterà da prevaricatore e despota, non concedendo alloggio a chi lo richiede nel nome del vero e unico Proprietario (con l’intento di trovare riparo sulla roccia bimillenaria che fa da fondamento al rifugio) e accogliendo invece con tutti gli onori solo coloro che manifestano la volontà di vandalizzare e demolire l’albergo esistente da secoli, per permettere la costruzione di un nuovo edificio autocelebrativo con cui fare affari.

Concludo citando Gesù. Nella parabola del viandante soccorso dal samaritano sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico, la famosa “via del sangue”, Gesù cita alcuni personaggi che non si fermano per problemi di liceità. L’unico che presta soccorso è un eretico-scomunicato-apostata per i religiosi del tempo. Eppure, questo reietto spirituale soccorre senza pretendere di portare il viandante dalla sua parte; non lo stordisce con mille argomenti per farlo suo seguace contro “gli occupanti del tempio di Gerusalemme”. Egli sa cosa pensano di lui (eretico, apostata e scomunicato), ma questo non lo trattiene dal chinarsi sul moribondo: lo soccorre sul posto (evidentemente aveva anche i mezzi necessari con sé!), se lo carica sulle spalle e in silenzio lo porta in un rifugio che non considera sua proprietà, considerando che paga in anticipo il necessario alla guarigione del poveraccio, il quale era ridotto così non per essere stato a un rave party, ma per essere stato assalito dai briganti!

Ora, i sacerdoti della FSSPX e quelli che pur non appartenendo alla fraternità le sono debitori per essersi ispirati ai loro comportamenti sono stati gli unici veri prossimi della nostra famiglia.

I signori del “tempio di Roma” non si sono fermati: chi ha tirato dritto senza nemmeno vederci; chi ha creduto che la nostra condizione non fosse poi così grave; chi ci ha sputato addosso con disprezzo, pensando che ce lo fossimo meritato; chi ha riso di noi, considerandoci degli stupidi sprovveduti che si erano fatti fregare mentre erano in cammino; chi ha chinato il capo con falsa compassione, cercando nella bisaccia qualche moneta da lanciarci da lontano; chi ha accelerato il passo, per paura di essere visto accanto a dei moribondi. Ecco, noi eravamo come morti per gli uomini della casta romana, quindi era imprudente e illecito starci vicini.

Solo i sacerdoti della Fraternità hanno guardato oltre la nostra morte, la nostra impurità, la nostra miseria. Anzi, hanno guardato proprio dentro quelle ferite e le hanno medicate come era usanza fare da secoli, con quello stesso balsamo che loro avevano ricevuto e conservato fedelmente sotto al mantello!

Alla fine ci hanno caricati sulle spalle e con pazienza, tenerezza e tenacia ci hanno portati nell’unico luogo in cui le nostre anime sono state saziate dal vero cibo e dalla vera bevanda. Hanno pagato un caro prezzo per soccorrerci e darci la possibilità di avere la vita eterna! Di questo saremo loro sempre grati e chiediamo ogni giorno a Dio di ricompensarli!

Chi si è fatto nostro prossimo? Chi ha amato Dio, cioè ascoltato e praticato i suoi comandamenti?

Forse chi, dopo aver visto e toccato le nostre ferite, o non si è fermato o, se lo ha fatto, se ne è andato via poco dopo senza soccorrerci, anche perché privo di qualsiasi mezzo di pronto soccorso?

Forse chi, dopo averci riconosciuti sulle spalle dei samaritani “scismatici”, ha chiuso velocemente e a doppia mandata le porte del suo “sicuro” rifugio?

Oppure chi, nel vederci moribondi, ormai incapaci perfino di parlare, ci ha raccolti, curati con dolcezza, caricati sulle spalle, pagando di tasca sua il prezzo della nostra salute?

Mentre i lettori scelgono la loro risposta, noi viandanti sopravvissuti alla tempesta continueremo a implorare il Proprietario di moltiplicare i gestori onesti e fedeli come i sacerdoti della Fraternità (e non solo), che sappiano proteggere il rifugio, prendendosene cura, mantenendolo pulito e decoroso, lucidandone anche gli angoli più antichi, controllando che non manchi mai il nutrimento per i viandanti che vi approderanno, anche quando questi ultimi non abbiano nulla da offrire in cambio. Preghiamo il Proprietario di mandare amministratori che sappiano arricchire il ricovero loro affidato senza spogliarlo di nulla, senza svenderne i preziosi arredi, senza cestinarne le opere d’arte appese alle pareti, senza stracciarne i tendaggi e senza segnarne con graffi profondi i meravigliosi pavimenti.

Da sessant’anni a questa parte, non si sente più il canto delle rogazioni nelle chiese gestite dagli amministratori disonesti. Esso invece risuona ancora oggi come allora nei rifugi gestiti dalla fraternità. Tra tutte le suppliche, molte delle quali reputate ormai come vane credenze oscurantiste, si legge anche questa: “Ut Domnum Apostolicum, et omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione conservare digneris. – Te rogamus, audi nos.”

A chi chiede sarà dato. E a chi ha smesso di chiedere?

Con rinnovata stima per il tenace lavoro che compi a difesa della Verità!

__________________________________

Cari amici di «Duc in altum»,

il libro «Gesù e don Camillo. Dialoghetti per non morire»

con una nota inedita di Giovannino Guareschi

e prefazione di Paolo Gulisano

può essere ordinato cliccando qui.

Don Camillo e Aldo Maria ringraziano tutti coloro che lo acquisteranno e lo vorranno diffondere!

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!