In morte della mia scuola elementare

di Aldo Maria Valli

Eravamo in quarantacinque. Dico sul serio: quarantacinque. Tutti maschi, stipati in un’aula all’ultimo piano. Anno scolastico 1964/65. Siamo i figli del boom, siamo tanti, e siamo tenuti a bada da un’unica maestra. Anzi, la signora maestra, come si diceva all’epoca.

Il grande edificio delle scuole elementari Guglielmo Marconi assomiglia a una fabbrica o a una filanda. Un parallelepipedo austero, senza pretese architettoniche, pensato solo per accogliere il maggior numero di alunni. Dietro, a pochi passi, c’è il carcere mandamentale.

Noi maschi occupiamo metà edificio. Nell’altra metà ci sono le femmine. Noi in grembiule nero, colletto bianco e fiocco azzurro. Loro in grembiule bianco e fiocco rosa. Due mondi che si sfiorano ma non vengono mai a contatto. Perfino i cancelli per entrare e uscire sono diversi. Noi da una parte, loro dall’altra.

La signora maestra indossa pure lei un grembiule nero e ci tiene in pugno con piglio da generale. Ma non ha mai bisogno di alzare la voce. Basta uno sguardo.

La signora maestra è spesso sorridente e sa essere dolce, ma se ci comportiamo male ci apostrofa così: “Bestie feroci!”. E nessuno ha nulla da obiettare.

I banchi sono di legno nero, a due posti. Hanno due fori per il contenitore dell’inchiostro. Ogni mattina il bidello passa e ci versa dentro quel liquido nero. Impariamo a scrivere così, con pennino e inchiostro. Un’arte complicata, perché se esageri con la forza il pennino può spuntarsi, ma se sei troppo morbido il fluido nero non resta ben impresso sulla pagina. Per evitare macchie e baffi, c’è la carta assorbente. Se fai una macchia o combini qualche pasticcio, la pagina viene strappata e devi rifare tutto daccapo. Solo in terza elementare sarà possibile passare alla penna a biro.

Quando è il momento del voto, la signora maestra mi chiede: “Preferisci che ti metta 10 o Bravo?”. Il 10 mi piace moltissimo, ma non voglio fare la figura del vanitoso, e così rispondo: “Bravo”. E la signora maestra lo scrive in rosso con calligrafia rotonda, e ci mette pure il punto esclamativo. Quando invece il risultato non è niente di eccezionale scrive “Bene” e quando siamo ai limiti della sufficienza “Benino”. Quando proprio non ci siamo, la signora maestra scrive “Visto”, che è come dire: è andata male, ma non ti voglio umiliare. Quando scrive “Visto” la calligrafia cambia: da tonda diventa appuntita, come un coccio di bottiglia. E tu sai che devi rimediare al più presto.

All’entrata e all’uscita non ci sono molti genitori. I bambini, fin dalla prima elementare, per lo più vanno e vengono da soli, a piedi. Faccio così anch’io. Niente file di auto. La cartella di cuoio marrone non è pesante. Oltre al sussidiario non ci sono altri libri. Non servono. Ci pensa la signora maestra, con la sua esperienza.

Siccome il pavimento della classe, lunga lunga, è fatto di piastrelle nere e bianche, la signora maestra lo usa come una scacchiera e organizza gare di calcolo rapido. A ogni risposta azzeccata si fa un passo avanti e si guadagna una piastrella. Se non rispondi stai fermo. Se dai una risposta sbagliata, un passo indietro. Chi arriva primo alla cattedra vince. Il sottoscritto, lento di comprendonio, non vincerà mai. E forse nascerà lì, su quelle piastrelle, la mia idiosincrasia per l’aritmetica.

Ho invece una predilezione per l’italiano e per il disegno. Alla fine dei mei componimenti c’è sempre un “Bravo!” bello tondo. Un intero quaderno è dedicato ai riassunti.

Nell’intervallo è possibile andare nel corridoio per sgranchirsi le gambe. In inverno alla parete interna del corridoio sono appesi i cappotti: una distesa infinita. Durante l’intervallo è consentito lanciarsi i cappelli.

Attraverso i finestroni intravvedo il carcere mandamentale e immagino i poverini che ci stanno dentro. I pensieri vagano. Nel pomeriggio potrò finalmente giocare a pallone all’oratorio o in uno dei tanti prati che ancora esistono in città.

Quando è il momento di uscire ci mettiamo in fila per due e scendiamo le ripide scale senza correre. La signora maestra non ha neanche bisogno di intervenire. Sappiamo come dobbiamo comportarci. Nelle scuole elementari Guglielmo Marconi veniamo trattati da piccoli uomini. L’obiettivo è che non diventiamo uomini piccoli.

Ora leggo che quell’edificio alto e stretto, tipo fabbrica o filanda, sarà abbattuto. Già da anni era abbandonato. I lavori di smantellamento sono incominciati in questi giorni. La città cambia, ci sono nuove esigenze. Sarà costruita una sede per gli uffici comunali, con parcheggio sotterraneo. E magari qualcuno di noi, ex bambini del boom, si metterà lì, con le mani dietro la schiena, ad assistere, come piace fare ai pensionati.

 

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