Un ricordo di don Antonio Mazzi (1929 – 2026)
di Aldo Maria Valli
Quando oggi ho saputo della morte di don Antonio Mazzi, dopo aver recitato un “Eterno riposo” per lui, sono andato a ripescare un mio vecchio libro: “La palla è rotonda. Lettere da bordo campo a un figlio adolescente”. Correva l’anno 2002, mio figlio Giovanni era un promettente centrocampista in una squadretta giovanile romana e io facevo i salti mortali per poterlo seguire, nonostante gli impegni di lavoro. L’idea di scrivergli una lettera mi venne, appunto, stando a bordo campo, al gelo invernale o sotto il solleone, per raccontare al figlio allora quindicenne un po’ di me e un po’ del calcio, e così ragionare sull’educazione di un ragazzo dei nostri tempi. Per la prefazione mi serviva qualcuno che unisse competenza sportiva, amore per i giovani, attenzione pedagogica e, perché no, il mio stesso tifo (interista) e così mi rivolsi a don Antonio, che conoscevo bene dai tempi di Milano. E lui mi scrisse la prefazione iniziando con un “Caro Aldo…” molto affettuoso, raccontando di quando faceva giocare i ragazzi all’oratorio a Primavalle (periferia romana alquanto problematica) e concludendo, a proposito di palla rotonda: “Se hai dato radici profonde al grande albero, il tuo giocatore incontrerà, tra un pallone e l’altro, le grandi emozioni della vita. Perché non è rotondo solo il pallone: è rotonda la terra, sono rotondi i baci e gli abbracci, è rotondo il sole, sono rotonde le pagnotte di pane, è rotondo il pancione delle madri, sono rotondi i sogni, è rotondo l’amore di Dio”.
Affabulatore lo era di certo, don Antonio. E siccome il sottoscritto è invece di scarse parole, i nostri incontri si traducevano spesso in suoi monologhi, ma lo stavo ad ascoltare volentieri. Aveva tanto da raccontare ed era pieno di passione. Prima di tutto per i suoi ragazzi, quei tossici che nella metropoli nessuno voleva incontrare né vedere e lui invece accoglieva e spesso andava a cercare. La Cascina al Parco Lambro, zona un tempo degradata e teatro della tragedia della droga, era la sua tana e da lì dirigeva un’orchestra fatta di tanti elementi e tante iniziative.
Sembrano passati secoli, ma bisogna pensare che negli anni Settanta la tossicodipendenza era davvero, come si dice oggi, un’emergenza, non solo a Milano e non solo al Parco Lambro. La droga falcidiava giovani vite, devastava famiglie, incombeva come uno spettro. Don Antonio quello spettro decise di prenderlo per le corna e, con il suo carattere irruente, non mollò mai la presa.
Un altro ricordo nitido risale al dicembre del 1990. Una delle iniziative del progetto Exodus di don Antonio Mazzi aveva come teatro uno sperduto orfanotrofio nella Romania del post morte di Ceausescu, e don Antonio mi propose di seguirlo laggiù per raccontare l’esperienza al telegiornale. Era dicembre, mancavano pochi giorni al Natale, faceva freddissimo e Bucarest ci accolse come una città sotto un cattivo incantesimo. Vidi tanta gente povera, tanta desolazione, negozi vuoti, carretti trainati da magri cavalli. Un don Antonio insolitamente taciturno mi lasciava osservare e a me sembrava di essere precipitato in un girone infernale. Ad attenderci c’era una vecchia Dacia alquanto malconcia e prima che potessi rivolgere qualche parola all’autista don Antonio mi passò alcuni pacchetti. Contenevano calze di nylon da donna. Lo guardai e lui fece: “Serviranno per corrompere i poliziotti che ci fermeranno ai posti di blocco”. Poi si mise dietro, si calò in testa un berretto da sciatore e dormì per tutto il tempo.
Il viaggio fu lungo. Nessun poliziotto ci fermò, le calze di nylon andarono all’autista e don Antonio si svegliò giusto in tempo. L’orfanotrofio sorgeva su una collina innevata e mi sembrò di essere finito dentro un film neorealista. La casa era piena di bambini che erano stati abbandonati. Tanti, tantissimi bambini, alcuni di pochi anni, altri alle soglie dell’adolescenza, alcuni sani, altri malati, tutti terribilmente deprivati. E chi si prendeva cura di loro? I ragazzi di don Mazzi, che occupandosi di quelle creature sfortunate cercavano di combattere i loro demoni e ritrovare la voglia di vivere.
Tornato in Italia, mi ci vollero alcuni giorni per metabolizzare. Per me fu un Natale strano, perché le immagini del viaggio, dell’orfanotrofio, dei bambini e della Romania continuavano a riaffiorare nel cuore e nella mente, trasmettendomi un senso di angoscia. Mi sembrò di essere sprofondato in un paese di anime morte, una realtà da cui la speranza era stata bandita. Poi don Antonio mi chiamò, volle che ne parlassimo e allora capii un po’ meglio il suo metodo.
Orfano lo era lui stesso. Aveva perso il papà quando era piccolo e anche questa circostanza gli permetteva di identificarsi con i ragazzi di cui si occupava. Ma qui non intendo rievocare la sua vita e le sue tante imprese.
Non si vestiva mai da prete e io non ero d’accordo, ma a lui piaceva così. Si riteneva un ribelle cronico, sotto molti aspetti era un sessantottino e lui un po’ si crogiolava nell’immagine del prete sgangherato.
Quando gli venne la fregola di andare in televisione gli dissi: “Occhio don Antonio. La tv è una brutta bestia. Tu pensi di utilizzarla, ma alla fine è sempre lei che ti utilizza”. Lui diceva di esserne consapevole, ma apparire in tv gli serviva, sia per sensibilizzare sia per raccogliere aiuti. Non ne faceva mistero, e apprezzavo la sua sincerità.
Nella prefazione al mio libretto don Antonio scrisse: “Sono certo che in paradiso, da qualche parte, troverò don Bosco, un oratorio degno di Ronaldo e potrò ritornare a giocare con i vecchi ragazzi di Primavalle”.
Spero proprio che sia così, don Antonio, e prego per la tua anima.



