La polizia britannica partecipa al Ramadan come gesto di solidarietà. Benvenuti in Inglamistan
I vertici della polizia britannica promuovono il digiuno islamico come gesto di solidarietà. Formalmente è un invito. Ma quando l’esempio scende dall’alto chi è davvero libero di non seguirlo?
di Maurizio D’Orlando
La notizia è vera. E proprio per questo bisogna raccontarla con esattezza.
Il capo della polizia del Suffolk, Rachel Kearton, e il suo vice, Dan Vajzovic, hanno digiunato per un giorno durante il Ramadan in solidarietà con agenti e impiegati musulmani. Alla sera hanno partecipato all’iftar organizzato dall’Associazione della polizia musulmana del Suffolk e del Norfolk. Il gesto è stato celebrato come prova di «unità e inclusività».
Non risulta un ordine di servizio. Nessuno è stato punito per aver mangiato o bevuto. Ma fermarsi qui significa fingere di non sapere come funzionano le istituzioni gerarchiche.
L’Istituto superiore di polizia britannico, insieme all’Associazione nazionale della polizia musulmana, incoraggia il coinvolgimento nelle attività del Ramadan e indica espressamente l’iftar e i digiuni di solidarietà con raccolta di fondi. Nel Suffolk i due massimi dirigenti non hanno partecipato come privati cittadini: hanno indicato al corpo un modello pubblico di comportamento.
Formalmente è un invito. Ma un invito che scende dal vertice, riceve il suggello dell’apparato e diventa segno di virtù istituzionale non è una cartolina fra amici. La gerarchia parla anche con l’esempio.
La proposta che non si può rifiutare
Don Vito Corleone non serve. Nessuna pistola sul tavolo. Nessun ordine scritto. La pressione moderna è più elegante: compiacere i superiori, non apparire ostili, proteggere la carriera e la reputazione interna, sottrarsi all’accusa di scarsa sensibilità culturale.
Quando il capo aderisce, l’invito cambia natura. Chi lo accoglie esibisce solidarietà. Chi non lo segue deve confidare che il dissenso resti irrilevante. Non abbiamo prove di ritorsioni. Ma la libertà formale non cancella il peso della gerarchia.
È il meccanismo dell’inclusione amministrativa: non ordina, orienta; non vieta, premia; non impone una fede, ma suggerisce quale gesto religioso rappresenti la virtù pubblica. Il musulmano viene rassicurato. L’istituzione britannica deve dimostrare di meritare la sua fiducia.
Dalla tolleranza alla partecipazione
Una società libera deve permettere al poliziotto musulmano di osservare il Ramadan, compatibilmente con la sicurezza del servizio. Turni ragionevoli, pause e assenza di discriminazioni sono libertà religiosa. Qui, però, si va oltre: l’istituzione entra nell’esperienza confessionale, ne assume il gesto e lo trasforma in pedagogia per tutti.
Rovesciamo la scena. Un capo della polizia invita i dirigenti musulmani ad astenersi dalla carne il Venerdì Santo o a partecipare alla Via Crucis per comprendere il cristianesimo. Le proteste sarebbero immediate: pressione religiosa, privilegio cristiano, confusione fra fede e funzione pubblica. E molte obiezioni sarebbero fondate.
Perché le stesse obiezioni diventano intolleranti soltanto quando riguardano l’islam?
L’Occidente postcristiano ha costruito una gerarchia rovesciata. Il crocifisso divide, l’iftar unisce. La processione imbarazza, il Ramadan educa. La Quaresima è una faccenda privata; il digiuno islamico diventa formazione amministrativa.
Nel IV secolo l’imperatore Teodosio fece del cristianesimo niceno il fondamento pubblico dell’Impero. Dopo il massacro di Tessalonica, però, il vescovo sant’Ambrogio lo richiamò alla penitenza: persino l’imperatore era soggetto alla legge morale, non al di sopra di essa. L’Europa ha liquidato insieme il fondamento cristiano dell’ordine pubblico e il limite morale posto al potere. Non è diventata neutrale. Il vuoto aperto dal laicismo è stato occupato dalla religione civile dell’inclusione: severa con il cristianesimo, deferente verso l’islam.
Il dominio non comincia sempre con la coercizione
La storia suggerisce di non confondere assenza di costrizione immediata e assenza di dominio. Dopo le prime conquiste islamiche, cristiani, ebrei e zoroastriani non furono generalmente convertiti in massa con la spada. Per secoli rimasero maggioritari in molti territori. Ma vivevano dentro un ordine musulmano, come comunità protette e subordinate, soggette anche alla jizya. La conversione fu lenta, diseguale e favorita dalla struttura politica, fiscale e sociale.
Prima cambia il potere. Poi cambiano le convenienze. Infine cambia la società. Non occorre costringere tutti, se l’ordinamento insegna ogni giorno quale appartenenza apra le porte e quale debba giustificarsi.
Il Suffolk non è un califfato e un giorno di digiuno non è la jizya. L’analogia finisce qui. Resta però la lezione: chiedere soltanto «vi hanno obbligati?» significa non capire come agisce una pressione culturale. La più efficace induce il subordinato a fare propria, come scelta spontanea, la condotta che ritiene ci si aspetti da ogni «buon» poliziotto.
Chi deve integrarsi con chi?
La polizia esercita la coercizione legittima dello Stato e dovrebbe mantenere un’equa distanza dalle comunità che protegge. Riconoscere però non significa aderire. Rispettare non significa partecipare ai riti. Un agente musulmano è britannico a pieno titolo non perché il capo digiuna con lui, ma perché indossa la stessa uniforme, obbedisce alla stessa legge e serve ogni cittadino.
Un tempo l’integrazione chiedeva al nuovo arrivato di rispettare la legge, apprendere la lingua e riconoscersi nella storia del Paese ospitante. Oggi è la società ospitante a dover provare continuamente di essersi convertita all’inclusione. Non trasmette più una civiltà: domanda perdono per possederne una.
Il Suffolk non ha imposto l’islam alla polizia. Ha mostrato qualcosa di più sottile: un’istituzione occidentale propone dall’alto un gesto islamico e lo consacra come misura di concordia civile.
L’Inglamistan non nasce quando il primo poliziotto viene obbligato a digiunare. Nasce prima: quando nessuno ha impartito l’ordine, ma tutti hanno già compreso quale risposta sia quella giusta.
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Nella foto [Jon Wright/BBC], il capo della polizia Rachel Kearton con due rappresentanti della comunità musulmana durante l’iftar a Ipswich



