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L’economia senza l’uomo, l’Occidente senza radici

di Marco Anca

“Chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio” (José Mourinho). “Chi sa solo di economia non sa nulla di economia” (sua parafrasi).

Una volta Charles Aznavour, parlando del suo essere contemporaneamente francese e armeno, disse che le sue due origini erano “inscindibili, come il caffelatte”. Questo principio si può adottare anche per molti aspetti umani. L’economia non è pensabile senza il reciproco condizionamento con la storia, l’antropologia, la sociologia, la religione. È il principio aznavouriano dell’inscindibilità del caffelatte.

L’economia è una disciplina assolutamente umanistica. Il più grande nemico dell’economista è l’assolutezza della matematica, come giustamente diceva il celebre studioso di economia Paolo Sylos Labini. Non a caso un grandissimo economista come John Maynard Keynes era un grande intellettuale, mentre le più recenti teorie economiche basate su modelli matematici, per esempio la “austerità espansiva”, applicate sul campo si sono rivelate un disastro totale che tutti noi stiamo pagando.

Noto che alcuni dei più acuti analisti dell’attuale momento economico non sono economisti di formazione, mentre quelli che lo sono di formazione hanno uno sguardo molto ampio che rifiuta l’astrattezza della correttezza di una teoria in base al modello filosofico o matematico.

Come spiego sempre a mia figlia e non solo a lei, il metodo vincente è l’approccio multidisciplinare, che richiede cultura e non iper-specializzazione monotematica (gli specialisti si trovano sempre), e vale anche per i viaggi, passione che abbiamo in comune.

Per l’economia, a maggior ragione. Chi vede oggi con la maggiore lucidità il declino anche economico dell’Occidente? Emmanuel Todd, storico, sociologo e antropologo francese, che già nel 1976 aveva previsto il crollo dell’Urss. La sua è un’analisi economica che parte dalla storia, dalla sociologia, dall’antropologia, quindi dalla conoscenza dell’uomo. Analizza anche i dati demografici e non trascura l’argomento religioso (i suoi ascendenti sono un’insalata di confessioni religiose: ebrei, cattolici, protestanti). Todd sostiene che il declino anche economico dell’Occidente nasce dal crollo dei vecchi valori protestanti che costituivano le fondamenta etiche del capitalismo, secondo le teorie di Max Weber (peraltro contestate da altri). Da cattolico, mi secca dovergli dare ragione.

Scomparso il vecchio protestantesimo rigido, severo e di pochissima umanità, ma basato sull’etica del duro lavoro, del risparmio e della sobrietà, resta una subcultura protestante semplicemente suprematista, guerrafondaia e razzista.

Oggi, sostiene Todd a ragione, abbiamo un capitalismo senza più fondamenta etiche, appoggiato, in Occidente, su un nichilismo etico e morale che lo porterà al disastro.

E qui dobbiamo aggiungere alcune considerazioni. Il vecchio capitalismo scomparso in Occidente, basato su industria, produzione, agricoltura e commercio di beni reali, comportava una società ordinata, con precise gerarchie sia formali sia informali (ad esempio l’età, o l’autorevolezza), anche in famiglia (dove il “grado” da solo non basta, perché la famiglia non è una caserma, quindi a maggior ragione l’autorevolezza è fondamentale). Ciò si esplicitava anche nei rapporti sociali, e in molti casi nei comportamenti e nell’importanza conferita allo studio e all’istruzione (essere ignoranti era qualcosa di cui vergognarsi e non, come oggi, una cosa di cui menare vanto). Avevano valore il lavoro e il risparmio, il che significava passare una vita per mettere da parte qualcosa da trasmettere alla generazione successiva: beni sia immateriali (cultura, valori, tradizioni familiari, ricordi) sia materiali (i frutti, magari anche pochi ma preziosi, del proprio lavoro). La generazione successiva aveva il dovere di fare altrettanto, e in una società così strutturata trovava naturalmente casa anche un sentimento religioso. Per guadagnare, giustamente, si faticava, intendendo la “fatica” come serietà e impegno. Non si diventava ricchissimi a venticinque anni smanettando su un pc, cosa che talvolta oggi accade.

Vedo troppi soldi facili, senza “fatica”, magari solo perché si è nel “giro giusto” (soprattutto politico), o perché si fanno mestieri di moda. Il che porta alla distruzione del valore del lavoro e del risparmio, allo scialacquio senza ritegno e senza vergogna, all’esibizione impudente. Magari ci si indebita pure, e non si tramanda niente alla generazione successiva, ammesso che ci si pensi.

Questo è il nichilismo applicato all’economia reale. Una questione culturale e antropologica, non calcolata attraverso modelli matematici. La morte di una economia e di una società.

E noi cattolici? Si aprono spazi. Abbiamo una dottrina sociale della Chiesa, che però richiede di essere aggiornata ai cambiamenti dell’organizzazione sociale intercorsi dal 1891 a oggi. Abbiamo una tradizione di due millenni, di cui l’ultimo esempio è stato “Magnifica humanitas”, che non a tutti i cattolici è piaciuta ma ha molto colpito molte persone preparate politicamente ed economicamente. Abbiamo una cultura bimillenaria, ora sta a noi opporci al nichilismo che sta annientando non solo le società occidentali ma anche le loro economie.

Certo non possiamo contare sulla “chiesa in uscita” raccontata da Aldo Maria Valli nella sua rubrica, né sui parroci liberali ed europeisti che nelle loro omelie elogiano il riarmo, né sui cattolici ultrareazionari oramai indistinguibili dagli evangelicali e dai cristiani sionisti (che dei vecchi protestanti weberiani non hanno nulla), mentre magari serviranno convergenze con chi parrebbe assai lontano.

Tutto è molto difficile, ma, come si dice a Bergamo, mai mulà, magari anche solo per mantenere uno straccio di dignità personale.

Aldo Maria Valli:
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