Gentile Valli,
leggo sempre con interesse il suo blog, talvolta sono d’accordo con le riflessioni espresse, talaltra no (come è normale che sia), ma non sono mai intervenuta. Tuttavia, di fronte a due recenti articoli, mi è venuto spontaneo chiedermi: ma che differenza c’è?
Mi riferisco all’articolo «E anche la “pelosetta” diede l’addio al caro estinto (sul manifesto funebre)» [qui] e a quello intitolato «Io, il mio gatto e una preghiera» [qui].
Mi chiedo: perché una preghiera per un gatto malato va bene (anche per il reverendo Eremita da lei interpellato) mentre l’espressione del dolore del pelosetto sugli annunci funebri non va bene?
Non ho animali e non condivido le esagerazioni circa pelosetti trattati meglio degli esseri umani oppure assurti a ruoli che non competono loro, ma questa valutazione a mio parere deve valere sempre, anche quando il pelosetto in questione è nostro amico, non crede?
Mi dispiace, ma trovo stravagante anche la novena per Brivido Cosmico.
Cinzia
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Gentile Cinzia,
grazie per avermi scritto. Premesso che nessuno ha mai chiesto una novena per Brivido ma si è semplicemente parlato di preghiere, devo dirle che secondo me il paragone da lei proposto è improprio.
Nel caso del mio gatto abbiamo un animale che soffre e un umano (il sottoscritto) che eleva al Signore una preghiera perché allievi la sofferenza di una sua creatura. Nel caso della cagnolina abbiamo invece un animale umanizzato, in modo un po’ grottesco, per dare l’annuncio della morte di una persona.
In ogni caso, ho girato il suo messaggio all’Eremita, e qui sotto trova la risposta dell’amico sacerdote, ben più profonda e articolata della mia.
Tra parentesi, in risposta a chi si è informato sulla sua salute, Brivido sta mostrando qualche piccolo segno di miglioramento.
A.M.V.
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Carissimo Aldo Maria,
ho letto il messaggio della lettrice Cinzia. A mio avviso, l’obiezione della signora nasce da un paragone improprio. Pregare Dio per un animale malato non significa umanizzarlo, attribuirgli un’anima spirituale come quella dell’uomo o collocarlo sullo stesso piano di una persona. Significa, più semplicemente, affidare al Creatore una sua creatura sofferente.
Questa non è soltanto un’opinione personale, perché la Sacra Scrittura offre indicazioni molto chiare. Nel libro dei Proverbi leggiamo: «Il giusto ha cura del suo bestiame» (Pr 12,10). Gesù stesso (come abbiamo ricordato) ha detto che nemmeno un passero è dimenticato davanti a Dio: «Nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio» (Lc 12,6), mentre il libro di Giona mostra la compassione divina estendersi persino agli animali della città di Ninive (Gio 4,11). San Paolo, inoltre, afferma che l’intera creazione «geme e soffre le doglie del parto» nell’attesa della redenzione (Rm 8,22).
Chiedere una preghiera per un gatto malato è dunque pienamente compatibile con la sensibilità biblica: riconosce che ogni creatura appartiene a Dio e che l’uomo, chiamato a custodire il creato, non deve essere indifferente alla sua sofferenza. La preghiera, infatti, non è rivolta all’animale, ma a Dio per l’animale e anche per la persona che gli è affezionata e soffre nel vederlo stare male.
Ben diverso è attribuire agli animali categorie, titoli e ruoli propri della persona umana, fino ad attenuare la distinzione stabilita dalla stessa creazione. Soltanto l’uomo e la donna sono creati «a immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1,26-27); soltanto alla persona umana appartiene quella dignità particolare che non può essere trasferita agli animali, per quanto amati. Anche Gesù, dopo aver ricordato la cura di Dio per i passeri, precisa: «Voi valete più di molti passeri» (Mt 10,31).
Non vi è quindi alcuna contraddizione tra il pregare per Brivido Cosmico e il criticare certe forme eccessive di umanizzazione degli animali. La Bibbia insegna contemporaneamente due verità: gli animali sono creature di Dio e meritano cura e compassione; l’essere umano possiede però una dignità unica e non equiparabile alla loro. Confondere queste due verità significa costruire un’equivalenza che la Scrittura non autorizza.
Non si tratta di una “stravaganza”, ma di un gesto di affetto e di affidamento al Signore, pienamente coerente con lo sguardo cristiano sul creato. Si può discutere sulle forme e sulle parole utilizzate, ma non si può sostenere che pregare per una creatura sofferente equivalga a trasformarla in una persona.
Però chi non ha mai avuto un animale in casa forse queste cose non può arrivare a capirle.
Eremita