Leone XIV e la messa tradizionale ridotta a questione di “preferenze”

di Chris Jackson

Ci sono momenti in cui la rivoluzione liturgica postconciliare si manifesta con una chiarezza quasi imbarazzante. A Notre-Dame c’è stato uno di quei momenti.

In piedi all’interno della cattedrale restaurata, Leone XIV ha elogiato il Concilio Vaticano II per aver “raccolto e approfondito” il patrimonio liturgico della Chiesa. Poi ecco la frase che dovrebbe far gelare il sangue a ogni cattolico tradizionalista: “Mettete la comunione con il successore di Pietro e con la Chiesa prima delle vostre preferenze personali, per favorire l’unità del popolo di Dio”.

La versione ufficiale francese dice “sensibilités personnelles”, sensibilità personali, reso in italiano e inglese come “preferenze personali”. In entrambi i casi, l’implicazione è velenosa.

Leone non ha detto esplicitamente: “Mi riferisco ai cattolici legati alla messa romana tradizionale”. Non ce n’era bisogno. Si trattava di un’omelia sulla liturgia pronunciata nel bel mezzo di una campagna internazionale di restrizioni al vecchio rito, pochi giorni dopo che un’altra messa tradizionale, molto frequentata, era stata interrotta per ordine del governo nel New Jersey e poco dopo che il Vaticano aveva impedito al pellegrinaggio della Tradizione di celebrare la messa a San Pietro.

La santa messa celebrata per secoli in tutta la Chiesa romana viene ora trattata come se i cattolici stessero discutendo se il sacerdote debba indossare la casula verde o quella beige.

Vaniglia o cioccolato. Chitarra acustica o organo. Messale o tamburelli del 1962. In fondo sono solo preferenze, capito? Ma questo è un insulto alla natura stessa della controversia. Stiamo parlando del rito romano, non di una playlist di Spotify.

I cattolici tradizionalisti non sono legati alla messa antica perché il canto gregoriano suscita in loro sensazioni piacevoli. La liturgia romana tradizionale incarna una teologia del sacrificio, del sacerdozio, della propiziazione, del linguaggio sacro, del silenzio, della gerarchia e della trascendenza, formatasi organicamente nel corso di molti secoli. Questi elementi non sono accessori estetici aggiunti alla dottrina cattolica a posteriori.

Il Concilio di Trento insegnò che la santa messa è un vero sacrificio propiziatorio offerto per i vivi e per i morti. Difese il Canone Romano, le cerimonie sacre e persino la pratica della Chiesa di pronunciare a bassa voce alcune parti del Canone.

I tradizionalisti sostengono che la riforma postconciliare abbia alterato in modo così radicale l’espressione rituale di tali dottrine da aver causato la perdita di qualcosa di prezioso, e in alcuni casi di fondamentale importanza dal punto di vista dottrinale. Si può contestare questa conclusione, ma non si può onestamente ridurla a una semplice questione di “preferenza personale”.

Anche Benedetto XVI lo aveva capito. Quando emanò il “Summorum Pontificum” scrisse che ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro “rimane sacro e grande anche per noi” e non può essere improvvisamente trattato come proibito o dannoso. Affermò che le ricchezze sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa dovevano essere preservate e collocate al loro giusto posto. Era solo il 2007. Ma ora ascoltate Leone, che vi chiede di mettere da parte le vostre preferenze in nome dell’unità.

L’evoluzione è sbalorditiva. Prima la messa antica era sacra. Poi divenne una forma straordinaria. Poi una concessione tollerata. Poi una pericolosa fonte di divisione. E adesso l’attaccamento dei fedeli a questa messa può essere retoricamente archiviato come sensibilità personale.

Presto Roma offrirà forse un servizio di assistenza pastorale per aiutare le persone a elaborare il loro attaccamento malsano al Canone Romano.

L’unità sembra sempre significare la sconfitta della Tradizione. Questo il trucco nascosto nella frase di Leone. “Unità” suona irresistibile. Chi potrebbe opporsi all’unità cattolica? Ma osservate come funziona questa parola.

Quando i cattolici tradizionalisti chiedono di poter adorare Dio secondo il rito romano dei loro genitori, nonni e santi, ecco che l’unità richiede loro di rinunciarvi. Quando Roma sostituisce quel rito con una riforma elaborata da una commissione, l’unità chiede di accettare. Quando i vescovi limitano la messa tradizionale, l’unità richiede obbedienza. Quando i teologi sostengono che ripristinarla sia “dottrinalmente inaccettabile”, l’unità richiede ascolto rispettoso.

Curiosamente, l’unità non sembra mai richiedere ai rivoluzionari di restituire qualcosa.

Non esiste un’esortazione analoga che inviti i vescovi a mettere la comunione al di sopra della loro ostilità verso i cattolici tradizionalisti. Non c’è nessuna istruzione che dica ai progressisti liturgici che forse il loro attaccamento alla riforma del 1970 è semplicemente una “preferenza personale”.

Francesco ha esplicitato il principio nella “Traditionis custodes”, dichiarando i libri liturgici postconciliari “espressione unica” della lex orandi del rito romano. Leone non ha ribaltato questo quadro. A Notre-Dame lo ha solo arricchito con un linguaggio più morbido.

Francesco si servì della legislazione. Leone usa un linguaggio terapeutico: smettetela una buona volta di essere così attaccati alla Tradizione, pensate all’unità.

E se qualcuno si sta chiedendo come questa retorica si traduca in pratica, benvenuti a Hackensack, nel New Jersey. Qui, a febbraio, la chiesa cattolica della Santissima Trinità ha iniziato a celebrare la santa messa tradizionale la domenica alle 12:30, e secondo il parroco, don Thomas Quinn, l’iniziativa stava andando piuttosto bene, nonostante gli imprevisti. Ha scritto che la parrocchia aveva accolto nuovi fedeli e che la messa aveva arricchito la vita liturgica locale.

Naturalmente, ciò ha richiesto un intervento. Il 20 settembre Quinn annunciò che il cardinale Joseph Tobin aveva richiesto un incontro in merito al futuro della messa e aveva ordinato la sospensione della celebrazione delle 12:30 “fino a nuovo avviso”, mentre l’arcidiocesi di Newark sta valutando dove e come celebrare il rito tradizionale. Al momento della pubblicazione della notizia, non benne fornita alcuna spiegazione della sospensione.

Questa è la gestione ecclesiastica nel 2026.

La chiesa è vuota? Facciamo una sessione di ascolto sinodale. Liturgia da clown? Vuol dire accompagnamento. La crescente diffusione della messa tradizionale attrae nuovi parrocchiani? Fermate tutto, il cardinale ha bisogno di un incontro.

Tra parentesi, sì, si tratta dello stesso cardinale Tobin che nel 2018, accidentalmente, trasmise via social il messaggio “Buonanotte, tesoro. Ti amo”. Tobin dichiarò che era destinato a una delle sue sorelle, si scusò per l’equivoco e promise maggiore attenzione nell’uso dei social media.

Ciò che rende il caso di Hackensack così rivelatore è che la descrizione della realtà fatta dal parroco Quinn non rivelava alcuna crisi pastorale che richiedesse un’interruzione immediata. Al contrario, la messa tradizionale stava giovando alla parrocchia. Tuttavia è la messa antica che deve giustificar la propria esistenza.

Questa è l’unità chiesta da Leone tradotta in amministrazione parrocchiale.

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