Chiesa in uscita (di testa) / 58
Il cardinale Blase Cupich ha colpito ancora.
In un sermone pronunciato a Chicago durante una celebrazione dedicata all’immigrazione, ha detto che riconoscere Cristo nei migranti e nella loro sofferenza significa portare la dottrina della Presenza Reale alla sua “dimensione più completa”.
Ma il cardinale si è spinto oltre: “La Parola di Dio che ci è stata data oggi chiarisce che la nostra difesa degli immigrati non è meno importante della nostra adorazione”. La difesa dell’immigrato “appartiene a ogni discepolo di Gesù” e costituisce, “nel suo senso più autentico, un atto di adorazione divina”. Insomma, “non possiamo pretendere di adorare Dio mentre rimaniamo indifferenti allo straniero, perché il Dio che adoriamo è il Dio della giustizia che libera gli sfollati”.
Nessun accenno, ovviamente, a quanto disse Benedetto XVI, e cioè che ogni Stato, pur nel rispetto della dignità delle persone, “ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune”, e che “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra” (messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, 2013).
Per Cupich si tratta di divinizzare l’immigrato. E lo dice, senza vergogna.



