di Marco Bongi
Caro Valli,
sono trascorsi ormai oltre tre mesi dalle consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X e dal successivo decreto di scomunica emanato dal Dicastero per la dottrina della fede. Un tempo certamente ancora abbastanza limitato ma qualche sintetica considerazione penso che si possa già prudentemente proporre.
Un primo aspetto di forte discontinuità rispetto al 1988 è rappresentato certamente dalla mancanza di un apprezzabile effetto del tipo “porte aperte a chi resta”. Se si escludono infatti poche sparute dichiarazioni di vescovi sparsi qua e là nell’orbe cattolico, la macchina di progressivo soffocamento della liturgia tradizionale è proseguita indisturbata, lentamente ma progressivamente, sull’onda di “Traditionis custodes”.
Il fattore mors tua vita mea, malcelatamente sperato da alcuni ambienti conservatori, non si sta per nulla verificando e ciò dovrebbe far riflettere amaramente determinati commentatori e canonisti più realisti del re.
Davvero emblematica, a tal proposito, la negazione della santa messa nella basilica di San Pietro ai partecipanti al pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum, all’interno del quale le congregazioni ex-Ecclesia Dei svolgono un ruolo fondamentale.
Appare però, di converso, incoraggiante la scelta degli organizzatori di affidare la celebrazione in Santa Maria Maggiore al vescovo Athanasius Schneider, prelato che negli ultimi mesi si è mostrato assai propenso a difendere con energia la FSSPX.
Come reagiranno, di fronte a tale scelta, blogger e commentatori che sostengono, sia pur implicitamente, le scomuniche del cardinale Fernández?
Si deve obbiettivamente registrare una reazione equilibrata e matura da parte della FSSPX. In molte occasioni, pur senza alcun cedimento sul piano dottrinale, le prese di posizione dei suoi responsabili sembrano ispirate al consiglio evangelico del “porgi l’altra guancia” (Lc 6, 27-31). Così, solo per fare qualche esempio, i fedeli sono stati invitati pubblicamente a pregare per la buona riuscita della visita papale in Francia.
La decisione di fare ricorso canonico contro il decreto di scomunica dimostra, a differenza di quanto avvenuto in altre situazioni simili, una volontà e un atteggiamento tutt’altro che scismatici.
Ed ecco che, sia pur sotterraneamente e in forme ancora molto embrionali, si fa lentamente strada una prospettiva di collaborazione fra le due principali anime del tradizionalismo cattolico. Se ne sussurra in vari ambienti e i rumors appaiono piuttosto consistenti.
Sulle interpretazioni di un canone del Codice di diritto canonico o sulla sussistenza di uno stato di necessità si può certamente avere idee diverse. Poiché non si tratta di dogmi, la collaborazione, per far fronte comune contro l’eresia modernista, dovrebbe essere non soltanto possibile ma doverosa.
Preghiamo affinché questo dono della Provvidenza, l’unico che potrà davvero mettere paura ai novatori, non tardi a manifestarsi pienamente. Un sogno si fa avanti e sperare non è peccato: che il grande pellegrinaggio parigino di Pentecoste possa essere prima o poi unificato.