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Santi e animali / 1. Don Bosco e il Grigio

di Michela Di Mieri

Caro Valli,

come promesso, racconto a lei e ai lettori di Duc in altum la prima favola vera sui santi e gli animali, che ci narra di san Giovanni Bosco e il Grigio, un grosso e possente cane da pastore, con gli occhi gialli del lupo e il folto mantello di colore grigio, da cui il nome datogli da don Bosco stesso.

Non fu il sacerdote che di sua volontà prese con sé un cane, ma fu piuttosto il Grigio, sbucato un bel giorno da un nulla in cui è misteriosamente ritornato dodici anni più tardi, che gli si affiancò come integerrima guardia del corpo, dando una grossa mano al di lui angelo custode, sempre affaccendato nel proteggere il sant’uomo: questi aveva, infatti, l’inveterata abitudine di andare e tornare da Valdocco a Torino, con ogni tempo e ad ogni ora del giorno o della notte, a seconda delle necessità imposte dal suo ministero. E se oggi la zona in cui è situata la basilica di Santa Maria Ausiliatrice è nel cuore di un rione operaio nato nella seconda metà del Novecento, ai tempi in cui don Bosco vi fondò il suo primo oratorio, nel 1846, era circondata da boschi acquitrinosi degradanti verso la Doria Riparia e infestati di ladri e assassini.

Lungo questa strada così pericolosa trae origine la storia, talmente particolare che nacquero presto dicerie e aneddoti al confine con il fantastico e il magico. E proprio per fare chiarezza e stornare qualsiasi leggenda, don Bosco sentì la necessità di raccontare i fatti ai suoi. Cedo, quindi, la parola a lui. Buona lettura!

N.B.

Non tutti gli episodi qui riportati sono stati raccontati direttamente da don Bosco; alcuni sono raccontati da persone fidate a lui vicine. Li ho riuniti in un’unica narrazione così da rendere il racconto più scorrevole.

Ma lasciamo la parola a don Bosco.

*

Il Grigio è stato spesso argomento di molte conversazioni e ipotesi varie. Molti di voi lo hanno visto e anche accarezzato. Lasciando da parte le storie straordinarie che di lui si raccontano, vi esporrò la pura verità.

A causa di frequenti attentati di cui ero bersaglio, fui consigliato di non andare in giro da solo quando andavo in città o tornavo indietro.

Una sera del1854 mentre tornavo a casa con una certa paura, a un tratto vidi al mio fianco un enorme cane, che a prima vista mi impaurì; siccome, però, mi faceva festa come se io fossi il suo padrone, mi rasserenai e, anzi, la sua presenza mi faceva sentire più sicuro. Lui mi accompagnò fino all’oratorio, poi si accoccolò sullo stuoino della porta d’ingresso e si mise a dormire. Ciò che accadde quel giorno si ripeté molte volte, di modo che io posso ben dire che il Grigio mi prestò importanti servizi.
Ve ne racconto alcuni.

A fine novembre, in un pomeriggio scuro e piovoso, tornavo dalla città per la via della Consolata. A un certo punto, notai due uomini che camminavano a poca distanza dietro di me. Acceleravano o rallentavano il passo ogni volta che acceleravo o rallentavo il mio. Quando, per allontanarmi da loro, tentai di passare dal lato opposto della strada, essi, con grande velocità, mi si pararono davanti. Volli girare sui miei passi, ma non feci in tempo: con due salti indietro mi gettarono un mantello sulla testa, mi buttarono a terra e uno di loro mi imbavagliò con un fazzoletto. Volevo gridare aiuto, ma non lo potevo fare. In quel preciso momento, apparve il Grigio. Ringhiando come un orso, si lanciò con le zampe sul viso di uno, facendolo cadere, per poi rivolgersi con le fauci spalancate verso l’altro, di modo che io riuscii a liberarmi la bocca e a rialzarmi. “Chiama il cane!” gridavano quelli spaventati. “Io lo chiamo, ma a patto che voi lasciate i passanti in pace d’ora in avanti”, risposi io. E loro: “Va bene, quello che vuoi, ma chiamalo!”. Io richiamai il Grigio, che continuava a ringhiare inferocito, e quelli si dileguarono. Io proseguii il mio cammino e il Grigio, sempre al mio fianco, mi accompagnò, scortandomi fino all’oratorio.

Dopo quella sera, le notti in cui rincasavo da solo, non appena oltrepassavo le ultime case, me lo vedevo sbucare da uno dei due lati della strada, e mi accompagnava fino all’oratorio, per poi accucciarsi e dormire davanti alla porta di casa.

Alcuni dei ragazzi che venivano qui prima l’avevano visto molte volte entrare nel cortile dell’oratorio, e alcuni volevano tirargli dei sassi per scacciarlo, ma Giuseppe diceva loro: “È il cane di don Bosco, non molestatelo!”. Piano piano tutti impararono a conoscerlo, giocavano con lui e lo accarezzavano. Lui entrava anche nel refettorio. Una volta, mentre stavo cenando con alcuni chierici, padri e mia madre, si presentò il Grigio e si fermò sull’uscio, come per chiedere cosa dovesse fare, visto che non ero da solo. Davanti a tanta inaspettata visita, rimasero tutti intimoriti, ma io dissi: “Non abbiate paura, è il mio Grigio, lasciate che venga”, e lo chiamai. Con un gran giro attorno al tavolo, mi si avvicinò, facendomi le feste. Anch’io lo accarezzai, e gli offrii zuppa, pane e carne. Continuando a dare segni di soddisfazione, appoggiò la testa sulle mie ginocchia, come se volesse parlarmi, o darmi la buonanotte. Poi tornò fuori, dove i bambini lo accolsero con grande allegria, e si andò ad accucciare come suo solito fuori dalla porta.

Una sera dovevo uscire. Mia madre Margherita, preoccupata, cercò inutilmente di dissuadermi, perché proprio in quei giorni nel bosco era stata avvistata una banda di malviventi che mi avevano in odio per via dell’oratorio. Mentre cercavo di tranquillizzarla, preso il mio cappello, mi accinsi ad uscire, accompagnato da alcuni ragazzi. Giunti davanti al portone, trovammo il Grigio steso davanti. Dissi allora: “Tanto meglio, saremo ben accompagnati! Alzati, Grigio, vieni con noi!”. Ma quello, invece di ubbidire, stranamente si mise a ringhiare e non si mosse, impedendoci di uscire. Uno dei bambini provò a dargli un calcio, per farlo spostare, ma il cane gli fece vedere i denti e lo spinse indietro. Mia madre, che aveva assistito alla scena, mi disse: “Se non vuoi ascoltare me, da’ retta almeno al cane: non vedi che non vuole che tu esca?” Insospettito dallo strano comportamento del Grigio, desistetti dai miei propositi e rientrai in casa. Poco dopo, arrivò un vicino per avvertirmi di non uscire: sapeva per certo che quella notte lungo la strada si stavano aggirando quattro individui armati decisi a uccidermi.

L’ultima volta che vidi il Grigio fu nel 1866, quando andavo da Murialdo a Mancucco, a casa del mio amico Luigi Moglia. Il parroco di Buttigliera volle accompagnarmi per un tratto di strada. Quando rimasi solo, era oramai buio e pensai: “Oh, che buona cosa sarebbe se avessi qui il mio Grigio!”. In quel momento lo vidi giungere correndo nella mia direzione, con grandi manifestazioni di allegria e affetto, e mi accompagnò per i circa tre chilometri che mi restavano da percorrere.

Quando arrivammo a casa del mio amico, entrammo e lui si mise a sonnecchiare in un angolo della sala, mentre noi cenavamo e chiacchieravamo. Terminato il pasto, Luigi mi disse: “Andiamo a dar da mangiare al tuo cane” e, preso del cibo, si diresse verso dove avevamo visto che si era accucciato il Grigio, ma non lo vide. Lo cercammo in ogni angolo della casa, persino nelle camere al piano di sopra, ma non lo trovammo, con grande stupore di tutti, perché non era stata aperta nessuna porta o finestra durante la cena, né i cani di casa avevano dato alcun allarme.

Non seppi mai più nulla di lui. So solo che questo animale fu per me un vero dono della Provvidenza nei molti pericoli in cui mi trovai nel corso dei dodici anni in cui mi stette vicino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aldo Maria Valli:
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