Detail of the national flag of Bosnia and Herzegovina waving in the wind on a clear day. Democracy and politics. Selective focus. Bosnia, is a country at the crossroads of south and southeast Europe
Ricordi di viaggio / A proposito di Bosnia Erzegovina (senza parlare di calcio)
Dopo l’eliminazione della Nazionale italiana di calcio, parlare di Bosnia Erzegovina probabilmente farà venire l’orticaria a qualche tifoso. Ma il nostro Marco Anca, viaggiatore instancabile, non si fa questi problemi. E oggi, attraverso i suoi ricordi di viaggio, ci parla proprio di Bosnia.
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di Marco Anca
Lo scorso mese di febbraio, durante il viaggio in Vojvodina (ne abbiamo parlato qui), ho fatto un’ escursione di un giorno (con il bravo autista Milos, serbo vero) a Bijelijna, nella Repubblica Serba di Bosnia. In precedenza avevo visitato nel 2009 Mostar, in Erzegovina, e nel 2012 Sarajevo, in Bosnia.
Prima un po’ di informazioni sulla Bosnia Erzegovina.
Ottomana dal 1482 al 1878, con il Congresso di Berlino del 1878 è stata amministrata dall’Impero Austro-Ungarico e infine annessa dallo stesso nel 1908. Dopo la Grande Guerra fu parte del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. Annessa dalla Croazia filonazista durante la seconda guerra mondiale, è uno dei teatri della terribile guerra civile jugoslava. Jugoslavia fino al 1991 (come una delle sei repubbliche costituenti la federazione), diventa infine indipendente.
Secondo il censimento del 2013, i musulmani (sunniti, che qualcuno denomina con l’orrendo termine bosgnacchi, mutuato dall’inglese bosnjak che si differenza da bosnian, ovvero bosniaco dal punto di vista amministrativo, quindi applicabile anche a croati e serbi) sono il 51%, gli ortodossi il 31%, i cattolici il 15%, altri il 3%.
Nel caso bosniaco, la religione corrisponde all’etnia: i musulmani sono i bosniaci, gli ortodossi sono i serbi, i cattolici i croati.
I musulmani bosniaci, che i serbi chiamano “turchi” non certo per fare un complimento, in realtà non sono turcomanni, ma slavi islamizzatisi durante il governo ottomano, per evitare le tasse imposte ai non musulmani, ed anche dalla Bosnia arrivavano le leve dei giannizzeri.
Gli “altri” meritano un approfondimento. Gli ebrei, un migliaio, sono concentrati quasi tutti a Sarajevo (nome che suona slavo, in turco si chiama Saraybosna), divisi tra sefarditi, eredità ottomana, e ashkenaziti, eredità asburgica (come ci racconta Ivo Andric, con l’amministrazione austro-ungarica vi era stata una certa immigrazione dalla Galizia, sia di ebrei sia di polacchi cattolici). E poi ci sono quelli di famiglia mista, mi si dice prassi diffusa fino al 1991 ma ora in disuso, che si definiscono “jugoslavi” tout court.
Pochi lo sanno, ma durante la seconda guerra mondiale era stata costituita una divisione di montagna di Waffen-SS, la Tredicesima Handschar, composta in gran parte da musulmani bosniaci (tra cui i militanti di un movimento filonazista e islamista, nel quale militava anche il primo presidente della Bosnia Erzegovina indipendente Alija Izetbegovic), seguita dalla Ventitreesima da montagna Kama, composta da volontari croati e musulmani bosniaci e dell’area balcanica, e dalla Ventunesima da montagna Skanderbeg, composta da musulmani albanesi e kosovari.
Durante la Grande Guerra tutti i bosniaci, sia musulmani sia serbi e croati, avevano combattuto con grandissimo valore nell’esercito austro-ungarico (molto temuti dagli italiani). Erano arruolati in quattro reggimenti di fanteria (organico del tempo di pace), dotati di imam e cappellani a seconda della religione dei soldati, con i musulmani che indossavano il fez e quelli ortodossi e cattolici che invece indossavano il berretto a visiera regolamentare; ancora oggi a Vienna vengono chiamati “i nostri migliori soldati”.
Come talvolta accade, per capire viene in soccorso un romanzo storico, in questo caso il celebre “Il ponte sulla Drina”, di Ivo Andric.
Andric, croato di Bosnia nato nel 1892, era passato dall’Impero Austro-Ungarico, del quale era un convinto oppositore ricavandone anche guai giudiziari e un provvidenziale esonero di leva (anche per oggettivi problemi di salute), al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, per il quale era stato un importante diplomatico e anche ambasciatore a Berlino, e poi alla Jugoslavia in cui diventò deputato, anche se non simpatizzante titoista durante la guerra, importante e celebrato scrittore.
Ivo Andric, molto critico verso il governo ottomano della Bosnia, nel suo libro ci racconta, perché lui lo aveva direttamente vissuto, lo sviluppo economico e sociale e il progresso della Bosnia Erzegovina durante l’amministrazione austro-ungarica.
Una altra peculiarità è l’architettura della amministrazione austro-ungarica. L’Impero Austro-Ungarico, dopo l’Ausgleich (compromesso) del 1867, era diviso in due parti, quella austriaca o cisleitanica (il fiume Leitha era il confine), e quella ungherese o transleitanica, con due governi separati e un governo comune, con sede a Vienna, solo per alcune singole materie (esteri, difesa, finanze) in cui non vi era un primo ministro ma il ministro degli esteri fungeva da primus inter pares.
Nel 1878 sorge il problema di dove mettere la Bosnia Erzegovina, rischiando di sbilanciare il complicato e delicato equilibrio istituzionale. Viene escogitata una soluzione ingegnosa, che vede la Bosnia Erzegovina sottoposta direttamente al ministero delle finanze del governo comune, governata da Vienna con un funzionario del ministero (il capo del neocostituito Ufficio Bosniaco) e con governatore a Sarajevo il comandante militare della regione.
Oggi è “indipendente”, ma de facto una colonia della Ue, alquanto povera (solo agricoltura e foreste, e un po’ di turismo a Sarajevo) e tenuta in piedi con i nostri soldi, con una curiosa moneta coloniale (il marco convertibile), financo con una brutta e inventata bandiera con gli orribili colori gialloblu europei, una complessa e paralizzante architettura istituzionale tripartita e partiti divisi su linee etniche. Divisa in Federazione di Bosnia ed Erzegovina (musulmani e croati) e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (che in serbo si chiama Repubblica Serba, punto), è governata da un gauleiter di nomina occidentale (Ue-Usa), ora un tedesco.
Qualche racconto di viaggio.
Mostar è il capoluogo dell’Erzegovina, parte della Federazione di Bosnia ed Erzegovina. L’Erzegovina (dove si trova Medjugorie) è la parte della Bosnia Erzegovina con la maggiore presenza di croati (cattolici), metà della popolazione della regione, con Mostar che ha metà abitanti croati e metà musulmani (il sindaco è un croato del partito HDZ). Pochissimi i serbi. Sui cartelli stradali, che devono avere anche la scritta in serbo, questa viene cancellata con la vernice.
Mostar è famosa per il suo Stari Most, il Ponte Vecchio, costruito nel 1567 da un allievo dell’architetto ottomano Sinan (che si dice fosse armeno), distrutto da una cannonata croata durante la guerra civile. Ricostruito nel 2004, non ha nulla da invidiare all’originale. La ricostruzione è stato non solo un capolavoro architettonico, ma anche un capolavoro culturale. Il materiale è lo stesso del ponte originale, e uguale la provenienza. Perfino le maestranze sono state fatte arrivare dalle stesse zone da cui provenivano quelle che avevano costruito il ponte originale. E alla fine dei lavori gli operai, musulmani, festeggiarono sacrificando un agnello e facendo una grigliata in riva alla Neretva.
Mostar è divisa dalla Neretva: da una parte c’è la città vecchia, tipicamente ottomana con alcune moschee cinquecentesche, abitata dai musulmani, dall’atra ci sono i croati, con la chiesa cattolica dei Santi Pietro e Paolo, ricostruita nel 2000 con uno sproporzionato campanile di 107 metri, così alto per superare i minareti delle moschee musulmane. E su una collina a fianco si erge una croce che tutti vedono.
La mia impressione, durante la visita, fu che il viale parallelo al fiume, linea del fronte tra croati e musulmani e dove nel 2009 c’erano ancora alcuni edifici diroccati e crivellati di colpi tipo Beirut, fosse rimasto il confine tra le due comunità.
A Mostar andai a fine agosto, partendo da Dubrovnik con un autista di un tour operator locale, il simpatico Gianni, carrista nell’esercito federale jugoslavo durante il servizio militare e poi sergente capocarro nella parte croata durante la guerra civile, e grande tifoso dell’Inter.
Il caldo era tremendo, molti ragazzi facevano il bagno nel fiume anche tuffandosi incoscientemente dal ponte, e Gianni non passò con me nella parte musulmana della città perché voleva mangiare croato e vedere in un bar una partita del campionato di calcio inglese.
Ricordo che gustai il migliore burek al formaggio (una sorta di focaccia balcanica ottomana definita “turca” dai soliti serbi) che abbia mai provato, caldissimo e pieno di formaggio. La birra era la Sarajevsko freddissima, servita nel boccale ghiacciato come nel Levante: buonissima.
Nel settembre 2012 andai a Sarajevo. Capitale sia della Bosnia Erzegovina sia della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, è capoluogo della Bosnia vera e propria.
Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina i musulmani, stando al censimento del 2013, sono il 70% della popolazione, i croati il 22%, i serbi il 3%, gli altri il 5%. A Sarajevo abbiamo: musulmani 80%, croati 4%, serbi 5% e gli altri un ragguardevole 11%, eredità jugoslava ancora viva.
Sarajevo è tante cose: architettura ottomana, asburgica, socialista. La biblioteca è in stile moresco. Il Ponte Latino è quello del famoso “colpo di pistola di Sarajevo” del 1914. Ci sono moschee cinquecentesche, c’è la cattedrale cattolica croata e quella ortodossa serba. Ci sono le sinagoghe ashkenazita e sefardita.
Trovai un piccolo albergo vicino all’aeroporto (da lì si arrivava in centro con la filovia), e la mattina della partenza per Belgrado con un volo JAT (la compagnia aveva ancora il vecchio nome jugoslavo, mentre ora ha l’orrendo nome Air Serbia scelto da Etihad e purtroppo il governo serbo, che la ha rinazionalizzata, non l’ha cambiato), la concierge notturna, una donna non più giovane, fu così gentile da prepararmi la colazione alle cinque.
La popolazione musulmana era abbastanza laica, ma nei filmati odierni vedo molti veli in più, e non sono solo i turisti del Golfo. Il fatto è che nella guerra civile gli occidentali hanno spedito a combattere in Bosnia contro i serbi la solita feccia islamista radicale raccattata in mezzo mondo specie arabo (lo abbiamo capito anni dopo, quando si è palesato come un metodo), e molti sono poi rimasti dopo la guerra, sposando donne locali, creando famiglie e importando un’interpretazione rigida e intollerante della religione che prima non c’era.
In un locale vicino al bazar chiesi che il mio caffè turco, servito nella classica tazzina senza manico, venisse macchiato col latte, e la giovane cameriera rimase alquanto perplessa (sempre meglio delle sonore risate, di camerieri e astanti, ad analoga mia richiesta in altre parti del mondo ottomano).
Pranzai con il Bosanski Lonac, stufato tradizionale di carne, patate, pomodori e altre verdure. A cena i cevapcici, piccole salsicce balcaniche di carne mista alla griglia accompagnate dal pane tipo pita, cipolle bianche crude e dal kaymak, una sorta di crema di latte assai grassa. La birra fu la solita Sarajevsko (il birrificio è in città), ma non notai il termine “bes”: mi servirono la versione analcolica.
Anche lì vidi alcuni edifici ancora crivellati di colpi, poi un’esperienza curiosa, una sorta di time lapse storico attraverso l’architettura.Partendo dalla Bascarsija, il quartiere e vecchio bazar ottomano, la principale meta turistica della città, a piedi si percorre la Ferhadija, la via pedonale, e si ha a tutti gli effetti l’impressione di essere in Austria-Ungheria. Di fronte alla cattedrale cattolica croata c’è quella ortodossa serba. In un giardino le persone che giocano a scacchi, scena familiare per chi è stato nell’Europa orientale e in Russia. Pochi passi e si è nella via Maresciallo Tito, ovvero come essere nella vecchia Jugoslavia.
Ed eccome – febbraio 2026 – a Bijelijna, nella Repubblica Serba di Bosnia, o per meglio dire Republika Srpska.
I dati del censimento del 2013 ci dicono che nella Republika Srpska i serbi sono il 83%, i croati il 2%, i musulmani il 13% e gli altri il 2%. I dati della città di Bijelijna sono sostanzialmente simili, con una percentuale leggermente maggiore di popolazione serba e leggermente inferiore di popolazione musulmana.
La Republika Srpska ha rapporti fraterni con la Serbia e ottimi rapporti con la Russia e Israele. Non a caso il precedente presidente Milorad Dodik, perseguitato dalla “giustizia” della Bosnia Erzegovina per aver disobbedito al gauleiter tedesco di Ue e Usa, si è rifugiato a Mosca, dove ha assistito anche alla parata del 9 maggio, e ha visitato Israele.
La Serbia ha acquistato sistemi d’arma da Israele e continuato a rifiutarsi di eseguire gli ordini della Ue di rompere le relazioni con Mosca. E dal momento dell’acquisto di armi israeliane, le manifestazioni di quella che in Occidente è definita “opposizione filo europea” sono finite d’incanto.
I nemici dei serbi nell’area, cioè Albania, Kosovo e Bosnia Erzegovina, sono forti alleati della Turchia, in connessione con Croazia e Bulgaria, mentre l’Ungheria della gestione Orban è amica della Serbia.
Ho scelto Bijelijna perché volevo rendermi conto della realtà della Republika. Per raggiungerla da Sremski Karlovci si attraversano la Fruska Gora e il distretto di Macva nella regione serba della Sumadija, dove si trovano cittadine e villaggi prevalentemente agricoli, molto ordinati, ma ci sono anche industrie.
Il passaggio alla frontiera (in realtà la frontiera fisica è il fiume Drina), con pochissime automobili, non è stato un problema.
In città ho visto solo bandiere serbe e quasi solo scritte in cirillico: sintomo di serbismo duro. Il che non stupisce, dato che spesso le minoranze etniche sono nazionaliste.
Abbondano i locali di scommesse e gioco d’azzardo, ma sicuramente non c’è benessere, perché tutta la Bosnia Erzegovina è povera. Nei supermercati e nei negozi ci sono molti prodotti serbi a prezzi più bassi che in Serbia visto il ridotto potere d’acquisto. L’autista Milos mi ha detto che il differenziale lo pagano i serbi con un ricarico sul prezzo che pagano loro, ma senza rancore.
Sarà stato per il cielo grigio, ma ho trovato un’atmosfera piuttosto triste. Molto cordiale invece l’accoglienza all’ufficio del turismo: grande la simpatia per l’Italia e gli italiani.
Ho notato la presenza, molto sovietica, di giardinieri, e ho visto un grande murales dedicato al mitico Nole, il campione di tennis serbo Novak Djokovic, grande uomo.
L’edilizia è soprattutto socialista, assai trascurata. Alcuni edifici sono di epoca asburgica, come l’ex banca Pavlovic ed il municipio.
Il monastero di San Basilio di Ostrog comprende la famosa biblioteca e la sede dell’eparchia serba ortodossa di Zvornik-Tuzla. Costruito nel 1996, è in stile neobizantino, come la cattedrale di San Sava a Belgrado.
La chiesa di San Giorgio, il cui edificio attuale risale al 1870, è in stile barocco, in quanto ha risentito dell’influenza asburgica. Di fronte si trova il liceo, anch’esso di epoca asburgica.
Per i pochi cattolici c’è la chiesa del Cuore Immacolato di Maria, dei primi del Novecento, e per i non molti musulmani la moschea Atik, originaria del 1566 ma ricostruita totalmente dopo la guerra civile. All’esterno ho visto diversi mendicanti rom in attesa dei fedeli.
Al mercato tutti prodotti locali, dal produttore al consumatore. In un bar vicino, pieno di fumo, grazie a un signore anziano che parlava un po’ di italiano, ho provato la slijvovitsa, l’acquavite di prugne serba (simile alla szilwa palinka ungherese, che è spesso kosher), attinta da una bottiglia di plastica poiché era un samogon come si dice in russo, cioè una acquavite distillata artigianalmente, tremendamente forte, al costo di un euro a bicchiere (ma ho pagato in dinari serbi, lì la moneta corrente).
In generale, un mondo completamente diverso rispetto a Sarajevo e a Mostar.
Ora guardate la carta geografica della Bosnia Erzegovina. La Republika Srpska copre le spalle alla Serbia. Ha una interruzione di continuità territoriale causata dal corridoio di Brcko, e nella storia i corridoi non hanno mai portato bene.
L’Erzegovina, dove vive la grande maggioranza dei croati, è attaccata alla Dalmazia croata. Se riflettete sui dati dei censimenti che ho citato, vedete che, come confermato dai raffronti con censimenti precedenti, le tre popolazioni tendono a raggrupparsi ognuna in un determinato territorio: il melting pot jugoslavo che è solo un ricordo del passato.
Aggiungete il fatto che istituzionalmente ed economicamente la Bosnia Erzegovina da sola non sta in piedi, ed è una “colonia rovesciata”, in quanto, mentre le colonie del passato erano oggetto di predazione di ricchezze da parte del colonialista, nel caso della Bosnia Erzegovina sono i cittadini del colonialista, cioè noi europei, che devono metterci i soldi per mantenere la colonia, il cui unico scopo è di fare da potenziale carne da cannone a uso delle destabilizzazioni occidentali.
Come poi abbiamo visto, non è mai esistita una nazione chiamata Bosnia Erzegovina, e al limite oggi una nazione del genere potrebbe essere ristretta ai soli musulmani. Una costruzione artificiale foriera di grossi guai, soprattutto in ottica di scontro tra i musulmani, e i croati, contro i serbi.
A mio avviso l’indipendenza della Republika Srpska potrebbe essere una soluzione, evitando la stucchevole litania europeista della “intangibilità delle frontiere” che, come stiamo vedendo negli ultimi giorni, puzza tanto di doppio standard.
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