Meditazioni / 2 agosto 2026
Vetus ordo
Domínica decima post Pentecosten
Omnis qui se exaltat, humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur
Lc 18, 9-14
di Eremita
Gesù racconta questa parabola per alcuni che hanno una certezza terribile: si considerano giusti e disprezzano gli altri. Due uomini salgono al tempio a pregare. Tutti e due cercano Dio, tutti e due entrano nello stesso luogo santo, tutti e due pronunciano una preghiera. Eppure uno torna a casa giustificato e l’altro no. Perché? Il fariseo sta in piedi e prega dentro di sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini: ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano». Quest’uomo apparentemente ringrazia Dio, ma in realtà sta celebrando sé stesso. Non domanda nulla perché pensa di possedere già tutto. Non chiede perdono perché non si riconosce peccatore. Non attende la salvezza perché crede di essersi salvato da solo. È andato al tempio per incontrare Dio, ma resta chiuso dentro il proprio io. Dice: «Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Sono opere buone. Il problema non sono il digiuno e la decima. Il problema è che egli ha trasformato le proprie opere in un piedistallo dal quale giudica e disprezza gli altri. Il fariseo non vede un fratello nel pubblicano: vede soltanto un peccatore inferiore a lui. Ha bisogno che l’altro sia peggiore per potersi sentire migliore.
Anche noi possiamo vivere così. Possiamo osservare alcune regole, pregare, partecipare alle celebrazioni e compiere opere buone, ma portare dentro il disprezzo. Possiamo pensare: «Io non sono come quello. Io non ho fatto ciò che ha fatto lui. Io sono migliore di mio marito, di mia moglie, di mio fratello, del collega, del vicino». Ma chi disprezza il fratello non ha ancora conosciuto veramente sé stesso. Non ha visto fino in fondo il proprio peccato e non ha sperimentato la profondità della misericordia di Dio. Poco lontano c’è il pubblicano. Per il popolo è un peccatore pubblico, un collaboratore dei Romani, un uomo che si è arricchito anche attraverso l’ingiustizia. Non può vantare una vita irreprensibile. Non ha opere da presentare. Non può dire: «Guarda quanto sono bravo». Il Vangelo dice che si ferma a distanza e non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo. Quest’uomo ha scoperto una verità: non può salvarsi da solo. Si batte il petto e dice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». È una preghiera brevissima, ma contiene tutta la verità dell’uomo e tutta la speranza riposta in Dio. Non cerca giustificazioni, non accusa nessuno, non si paragona agli altri. Si presenta davanti al Signore così com’è: peccatore e bisognoso di misericordia.
Questa è la porta attraverso la quale entra la salvezza: la verità. Il demonio vuole convincerti che devi nascondere il tuo peccato, difenderti, giustificarti e costruire un’immagine perfetta di te stesso. Ti suggerisce che, se gli altri scoprissero la tua debolezza, non saresti più amato. Ma il Vangelo annuncia il contrario: proprio dove riconosci la tua povertà può entrare la misericordia di Dio. Non sei amato perché sei perfetto. Sei amato perché Dio è amore. Il pubblicano non promette grandi cose. Non dice: «Da domani cambierò tutto». Non presenta un programma di miglioramento. Grida soltanto: «Abbi pietà di me». E Gesù pronuncia una parola sorprendente: «Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato». Giustificato significa reso giusto gratuitamente da Dio, riconciliato, perdonato. Il pubblicano sale al tempio portando il peso del proprio peccato e torna a casa con una vita nuova. Non perché abbia pagato il suo debito, ma perché si è affidato alla misericordia.
Qui risplende il kerigma, la buona notizia: Cristo è venuto proprio per i peccatori. Ha preso su di sé il peccato dell’uomo ed è salito sulla croce. Colui che era senza peccato ha occupato il posto dei peccatori. È morto ed è stato deposto nel sepolcro, ma il Padre lo ha risuscitato. Cristo risorto è la nostra giustificazione. La salvezza non è il premio riservato a chi riesce a essere perfetto: è un dono offerto a chi riconosce di aver bisogno di essere salvato. Il fariseo presenta a Dio i propri meriti; il pubblicano presenta la propria miseria. E Dio può riempire soltanto chi arriva davanti a lui con le mani vuote.
Forse anche tu pensi di dover dimostrare qualcosa a Dio. Forse credi che Dio ti amerà soltanto quando sarai cambiato, quando avrai sconfitto tutti i tuoi peccati, quando sarai finalmente degno. No! Dio ti ama oggi, nella verità della tua vita. Cristo è morto per te mentre eri peccatore. Il suo amore viene prima della tua conversione e rende possibile la tua conversione. Questo non significa che il peccato non sia grave. Il peccato distrugge, divide, rende schiavi e conduce alla morte. Ma proprio perché il peccato è così grave, Cristo è venuto a cercarti. Il medico non viene per i sani, ma per i malati. Il pubblicano torna a casa giustificato perché ha permesso a Dio di essere Dio: ha riconosciuto che soltanto il Signore può salvarlo. Il fariseo, invece, torna a casa come era venuto. È pieno delle proprie opere, delle proprie ragioni, della propria superiorità. Non c’è spazio in lui per ricevere gratuitamente l’amore. Gesù conclude: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Umiliarsi non significa disprezzarsi o pensare di non valere nulla. L’umiltà è camminare nella verità. È riconoscere: «Io sono un peccatore, ma sono amato da Dio. Non posso salvarmi da solo, ma Cristo è morto e risorto per me».
Questa parola distrugge il giudizio. Se tutto ciò che hai ricevuto è grazia, come puoi disprezzare tuo fratello? Se Dio ha avuto pazienza con te, come puoi negare misericordia all’altro? Se Cristo ha versato il suo sangue per il peccatore che ti sta accanto, come puoi considerarlo senza valore? Oggi il Signore ci invita a smettere di guardare i peccati degli altri per non vedere i nostri. Ci invita a scendere dal tribunale sul quale ci siamo seduti e a metterci accanto al pubblicano. Non temere di dire: «Signore, sono un peccatore». Questa non è una parola di disperazione. È il principio della salvezza, perché puoi immediatamente aggiungere: «Ma tu hai pietà di me». Beato l’uomo che non deve più difendere la propria immagine. Beato colui che può apparire davanti a Dio nella verità. Beato chi riconosce la propria ferita, perché incontrerà il medico. Beato chi si presenta con le mani vuote, perché Dio le riempirà della sua grazia. Oggi Cristo passa davanti a te e ti annuncia: «Non sono venuto a condannarti, ma a salvarti». Non nasconderti. Non giustificarti. Non paragonarti agli altri. Batti il petto e digli con fiducia: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». E questa parola di Gesù è anche per te: tornerai a casa giustificato. Perché Cristo è morto, Cristo è risorto e la sua misericordia è più grande di ogni tuo peccato.
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Novus ordo
Voi stessi date loro da mangiare
Mt 14,13-21
di Eremita
Questo Vangelo ci pone una domanda fondamentale: che cosa fa Dio davanti alla fame dell’uomo? Gesù ha appena ricevuto la notizia della morte di Giovanni Battista. Giovanni è stato ucciso. Il giusto è stato eliminato. E Gesù si ritira in un luogo deserto, in disparte. Ma la folla lo cerca, lo segue a piedi, porta davanti a lui la propria sofferenza, le proprie ferite, le proprie malattie. E che cosa fa Cristo? Il Vangelo dice: «Sentì compassione per loro». Questa è la prima notizia buona per noi: Dio ha compassione di te. Dio non è indifferente alla tua sofferenza. Forse tu pensi che nessuno comprenda ciò che porti dentro, che nessuno conosca la tua solitudine, la paura che ti accompagna, il dolore della tua famiglia, il peccato che ti umilia. Ma Cristo ti guarda e sente compassione per te. La compassione di Dio non è un semplice sentimento. È un amore che si muove, che si avvicina, che guarisce. Gesù vede quella moltitudine e guarisce i malati. Non domanda loro anzitutto se sono degni, se hanno meritato qualcosa, se hanno osservato perfettamente la Legge. Li accoglie perché sono poveri, feriti e bisognosi. Poi arriva la sera. La sera, nella Scrittura, è spesso il momento nel quale emerge la debolezza dell’uomo. Finché c’è luce possiamo pensare di farcela; quando arriva la sera scopriamo che non abbiamo risorse sufficienti. Anche nella nostra vita arriva la sera: una malattia, un fallimento, una crisi matrimoniale, la perdita di una persona cara, un peccato dal quale non riusciamo a liberarci. E allora appare la verità: non possiamo salvarci da soli. I discepoli vedono la folla affamata e dicono a Gesù: «Congedala, perché vada a comprarsi da mangiare». Questa è la logica dell’uomo vecchio: ognuno pensi a sé stesso, ognuno risolva i propri problemi, chi ha denaro compri, chi non ne ha si arrangi. Ma Gesù interrompe questa logica e pronuncia una parola sconvolgente: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». I discepoli rimangono scandalizzati. Come possiamo nutrire cinquemila persone? Come possiamo rispondere a una fame così grande? Essi guardano ciò che possiedono e vedono soltanto la loro povertà: cinque pani e due pesci. Anche noi, davanti alla nostra vita, diciamo: «Signore, io non ho abbastanza. Non ho abbastanza fede, non ho abbastanza amore, non ho abbastanza pazienza. Non riesco a perdonare quella persona. Non riesco ad amare mio marito, mia moglie, mio figlio, mio padre. Non riesco a portare questa croce. Ho soltanto cinque pani e due pesci». Ma Cristo non ti chiede ciò che non possiedi. Ti dice: «Portami quello che hai. Portami la tua povertà. Portami il tuo poco. Portami anche il tuo peccato, la tua incapacità, il tuo cuore ferito». «Portatemeli qui».
Questa parola è meravigliosa. Cristo non disprezza i cinque pani e i due pesci. Non disprezza la tua vita così com’è. Tu forse la giudichi inutile, fallita, troppo povera. Cristo invece la prende nelle sue mani. Che cosa fa Gesù? Prende il pane, alza gli occhi al cielo, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo dà ai discepoli perché lo distribuiscano. Qui appare il mistero pasquale. Cristo prende il pane e lo spezza. Anche il suo corpo sarà spezzato sulla croce. Egli stesso diventerà pane offerto per la vita del mondo. L’uomo ha paura di essere spezzato, ha paura della croce, ha paura di perdere la propria vita. Ma Cristo entra nella morte e trasforma la morte in nutrimento, la croce in salvezza, la sconfitta in vittoria.
Questo è il kerigma, la buona notizia: Gesù Cristo è morto per i tuoi peccati ed è risorto perché tu possa ricevere una vita nuova. Egli ha preso su di sé la tua condanna, la tua solitudine e la tua morte. È entrato nel sepolcro, ma il Padre lo ha risuscitato. La morte non ha avuto l’ultima parola. Forse oggi tu sei affamato. Hai fame di essere amato, fame di pace, fame di giustizia, fame di una vita che abbia un senso. Forse hai cercato di saziarti con il denaro, con il successo, con gli affetti, con il giudizio degli altri. Ma niente riesce a colmare veramente il cuore dell’uomo. Cristo oggi ti dice: «Non occorre che tu vada altrove». Non devi fuggire. Non devi cercare la vita negli idoli. Non devi costruirti continuamente un’immagine per dimostrare agli altri che vali. Qui c’è Cristo. È lui il pane vivo disceso dal cielo. È lui che può saziare la fame più profonda del tuo cuore.
Il Vangelo dice: «Tutti mangiarono a sazietà». Tutti. Non soltanto i migliori, non soltanto i forti, non soltanto quelli che comprendevano ogni cosa. Tutti ricevettero gratuitamente. Questa è la sovrabbondanza della grazia: Dio non offre qualche briciola, ma dona se stesso. E avanzano dodici ceste. L’amore di Dio non si esaurisce. Tu puoi consumare tutta la tua vita cercando di misurarlo, ma resteranno sempre dodici ceste. La misericordia di Dio è più grande dei tuoi peccati. Il suo perdono è più grande delle tue cadute. La risurrezione di Cristo è più forte di ogni morte che opera dentro di te. Ma c’è ancora una parola importante: Gesù dà il pane ai discepoli e i discepoli lo distribuiscono alla folla. Il pane viene da Cristo. Il miracolo lo compie Cristo. L’uomo può soltanto consegnare ciò che ha ricevuto. Tu non puoi dare agli altri quello che non hai ricevuto. Ma se hai sperimentato la misericordia, puoi avere misericordia; se sei stato perdonato, puoi perdonare; se Cristo ti ha amato mentre eri peccatore, puoi cominciare ad amare anche chi ti ha fatto del male. «Voi stessi date loro da mangiare» non è anzitutto un comando morale che ti schiaccia. È una promessa: Cristo può servirsi anche della tua povertà per nutrire qualcuno. Una parola, una visita, un gesto di perdono, un po’ di tempo donato, una sofferenza offerta possono diventare pane nelle mani del Signore. Oggi Cristo non ti domanda di moltiplicare il pane. Ti domanda soltanto di consegnargli i tuoi cinque pani e i tuoi due pesci. Non dire: «Sono troppo pochi». Non dire: «La mia vita non serve». Non dire: «Ormai è tardi». Quando Cristo prende nelle sue mani ciò che tu gli consegni, il poco diventa sovrabbondanza. La sera diventa il luogo del banchetto. Il deserto diventa un prato sul quale sedersi. La fame diventa sazietà. La morte diventa vita. Coraggio! Cristo conosce la tua fame e non ti manda via. Ha compassione di te. Oggi passa davanti alla tua vita e ti dice: «Portami ciò che hai». Consegnagli la tua povertà e lascia che egli ne faccia un pane spezzato per la vita. Perché Cristo è morto, Cristo è risorto e Cristo è vivo. E in lui nessuna fame, nessun peccato e nessuna morte hanno più l’ultima parola.



