Sinodalità permanente: ma è ancora Chiesa cattolica?

di Giulio Ferri

Come riferito da “Duc in altum” [qui e qui], il Vaticano ha pubblicato le nuove linee guida per la fase di valutazione del Sinodo sulla sinodalità, previste nel corso del 2027. Ogni diocesi dovrà organizzare assemblee locali per verificare come sia stato recepito il Documento finale del Sinodo, redigere una relazione da inviare a Roma e descrivere le trasformazioni intervenute nei processi decisionali, negli organismi di partecipazione e nelle strutture ecclesiali.

Fin qui si potrebbe pensare a un normale esercizio di verifica pastorale. Ma leggendo con attenzione il documento emerge una prospettiva molto più ampia. La sinodalità non viene presentata come un’esperienza circoscritta nel tempo, bensì come un principio destinato a plasmare stabilmente l’identità delle Chiese locali, il loro modo di governare, di decidere e perfino di concepirsi. È questo il dato che, a mio giudizio, merita una riflessione seria.

Il primo elemento che colpisce è la natura permanente del processo. Le linee guida parlano di un’identità ecclesiale che deve essere progressivamente modellata attraverso “scelte, dinamiche, pratiche e strutture sinodali”. Il linguaggio non descrive semplicemente un metodo pastorale, ma un paradigma destinato a incidere sulla forma stessa della vita ecclesiale.

Qui nasce una prima domanda. Se la Chiesa possiede già una costituzione divina ricevuta da Cristo, fino a che punto le sue strutture fondamentali possono essere continuamente ripensate? Nella tradizione cattolica il governo della Chiesa non è il risultato di un’evoluzione sociologica, ma appartiene, almeno nei suoi elementi essenziali, alla volontà del Signore. Esiste certamente uno sviluppo storico delle forme concrete, ma questo sviluppo è chiamato a custodire la natura gerarchica e sacramentale della Chiesa, non a ridefinirla.

Un secondo aspetto riguarda il metodo della cosiddetta “conversazione nello Spirito”, che dovrebbe caratterizzare le assemblee diocesane. Nessun cattolico può essere contrario all’ascolto reciproco o al discernimento comunitario. Essi appartengono alla vita della Chiesa fin dalle origini. Tuttavia il discernimento spirituale, nella tradizione cattolica, non nasce semplicemente dal dialogo tra i partecipanti. Nasce anzitutto dall’ascolto della Parola di Dio, dalla fedeltà alla Tradizione, dalla preghiera, dalla vita sacramentale e dalla docilità al Magistero. Quando il metodo rischia di occupare il posto del contenuto, il pericolo è che il processo venga percepito come fonte della verità, anziché come uno strumento per riconoscerla.

Un terzo punto riguarda l’invito a coinvolgere, come osservatori, rappresentanti di altre confessioni cristiane e perfino di altre religioni. Comprendo il valore del dialogo e della reciproca conoscenza. La Chiesa ha sempre distinto il rispetto dovuto a ogni persona dalla rinuncia alla propria identità. Tuttavia mi domando quale sia il significato ecclesiologico di una valutazione della vita interna della Chiesa cattolica alla presenza di osservatori appartenenti a tradizioni religiose che non condividono la sua fede. Il rischio non è tanto quello di ascoltare altre voci, quanto quello di attenuare la consapevolezza che la Chiesa riceve la propria identità da Cristo e non dal consenso delle culture religiose.

Particolare attenzione meritano anche i riferimenti all’accesso dei fedeli laici a ruoli di guida che non richiedono il sacramento dell’Ordine. È bene ricordare che il laicato svolge da sempre una missione insostituibile nella Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha illustrato con grande chiarezza la dignità della vocazione laicale. Il problema non è dunque valorizzare i laici. Il problema nasce quando si corre il rischio di leggere la Chiesa attraverso categorie prevalentemente organizzative, nelle quali il tema centrale diventa la distribuzione delle responsabilità e dei poteri. La Chiesa non è una democrazia rappresentativa; è una comunione gerarchica fondata sui sacramenti.

Vi è poi un elemento che considero particolarmente significativo. Le stesse linee guida citano Leone XIV, secondo il quale la sinodalità “non è una serie di incontri né un metodo di lavoro”. Eppure il documento è costituito quasi interamente da procedure, cronoprogrammi, modelli organizzativi, scadenze, relazioni e verifiche. È difficile non cogliere una certa tensione tra l’affermazione di principio e la concreta impostazione del testo.

La mia preoccupazione, tuttavia, non riguarda semplicemente alcuni aspetti organizzativi. È più profonda. Ho l’impressione che il termine “sinodalità” stia progressivamente assumendo il ruolo di categoria interpretativa generale della vita ecclesiale. Per secoli il centro della riflessione cattolica è stato Cristo. Da Lui derivano la Chiesa, i sacramenti, il Magistero e la missione evangelizzatrice. Oggi, invece, il lessico ecclesiale sembra ruotare sempre più frequentemente attorno alla sinodalità. Quando una categoria pastorale tende a diventare la chiave attraverso cui rileggere ogni dimensione della vita della Chiesa, è legittimo interrogarsi sul suo corretto rapporto con il deposito della fede.

Non penso che ogni proposta legata al Sinodo sia necessariamente da rigettare. Sarebbe una semplificazione ingiusta. Esistono aspetti positivi, come il desiderio di una maggiore corresponsabilità, di un ascolto più autentico e di una partecipazione più consapevole dei fedeli. Tuttavia ogni riforma deve essere valutata alla luce della Tradizione apostolica. Non è la Tradizione a dover essere reinterpretata secondo il paradigma sinodale; è il paradigma sinodale che deve essere continuamente verificato alla luce della Tradizione.

La storia della Chiesa insegna che le crisi più profonde non sono nate dall’assenza di riforme, ma da riforme che hanno smarrito il proprio fondamento teologico. Ogni autentico rinnovamento cattolico, da san Benedetto a san Francesco d’Assisi, da santa Teresa d’Avila a san Pio X, è iniziato con un ritorno più radicale a Cristo, non con una ridefinizione della natura della Chiesa.

Per questo motivo ritengo che il dibattito sulla sinodalità non possa limitarsi a questioni procedurali. La domanda decisiva è un’altra: le trasformazioni proposte aiutano la Chiesa a custodire e trasmettere con maggiore fedeltà il deposito della fede ricevuto dagli Apostoli? Se la risposta sarà positiva, esse porteranno frutto. Se invece il processo dovesse anche solo involontariamente offuscare la centralità della Tradizione apostolica e della costituzione sacramentale della Chiesa, allora il rischio sarebbe quello di un cambiamento profondo dell’autocoscienza ecclesiale.

La Chiesa ha sempre saputo rinnovarsi. Ma lo ha fatto rimanendo sé stessa. È questa la sfida che ogni epoca, compresa la nostra, è chiamata ad affrontare.

La “sinodalità”, così come dimostra il recente documento del Vaticano alle diocesi, è il cavallo di Troia per la protestantizzazione e la secolarizzazione del cattolicesimo. Una mutazione genetica di destrutturazione della Chiesa inaccettabile per un vero cattolico. La sinodalità è come un veleno che parte dal centro, cioè dal Vaticano, per infettare tutto il Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. L’esito finale è già visibile in quello che sta accadendo nella chiesa tedesca. Sarà un processo più o meno lungo, ma inesorabile. Non si scappa.

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