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Gran Bretagna / La polizia del pensiero colpisce così. La distopia orwelliana diventata realtà

di Francesca de Villasmundo

Il Regno Unito ha appena annunciato che negli ultimi cinque anni sono state arrestate 62.199 persone per post sui social media. Si tratta di circa trentaquattro arresti al giorno.

A titolo di confronto, ecco le statistiche relative ai principali paesi comunisti: dal 2013 la Cina ha registrato oltre duemila sanzioni documentate per commenti pubblicati su WeChat e Weibo. La Corea del Nord non utilizza realmente i social media; si serve di chiavette USB e schede SD contenenti serie televisive sudcoreane, il che spiega la mancanza di statistiche comparabili. Cuba dal 2021 ha incarcerato almeno quarantadue persone per post sui social media. Le cifre britanniche sono quindi impressionanti.

La cifra sbalorditiva è stata descritta come “orwelliana”, con un “effetto paralizzante” sull’espressione delle proprie opinioni online.

Le statistiche evidenziano anche l’applicazione caotica delle norme relative ai messaggi “dannosi”, con alcune forze di polizia che in base a questi poteri effettuano molti più arresti rispetto ad altre.

Il rapporto, pubblicato dal gruppo di attivisti Big Brother Watch, rivela che delle 62.199 persone arrestate, 18.510 sono state incriminate e 12.292 condannate. Gli attivisti sostengono che, sebbene alcuni arresti siano giustificabili – come ad esempio intervenire per fermare messaggi minacciosi da parte di partner violenti in casi di violenza domestica – la legge ha portato a un’ondata di eccessivo controllo da parte della polizia sulle comunicazioni quotidiane.

Uno dei casi citati riguarda una giovane ragazza vulnerabile, vittima di pressioni da parte della polizia per un post su TikTok: gli agenti della polizia delle West Midlands si sono recati a casa sua accusandola di aver pubblicato su TikTok una foto di un’insegnante accompagnata da commenti negativi. Gli agenti hanno intimato alla ragazza di consegnare tutti i suoi dispositivi e di presentarsi volontariamente per un interrogatorio, minacciandola di arresto, nonostante non avesse né creato, né condiviso, né commentato il video. L’indagine si è conclusa con la notifica formale alla minore dell’archiviazione del caso. La polizia ha giustificato le proprie azioni affermando di aver indagato su “presunti reati di comunicazione malevola”.

Analogamente, l’anno scorso una coppia dell’Hertfordshire è stata arrestata dopo aver pubblicato in una chat di gruppo su WhatsApp lamentele sulla scuola elementare della figlia. Rosalind Levine e Maxie Allen sono stati trattenuti per undici ore con l’accusa di molestie e comunicazioni diffamatorie. In seguito, dopo le proteste pubbliche, è stato loro riconosciuto un risarcimento di ventimila sterline.

In un altro caso, Lucy Connolly è stata condannata a trentuno mesi di carcere per aver scritto in un post su Facebook, rimosso poche ore dopo la pubblicazione, che non avrebbe pianto se gli hotel che ospitano richiedenti asilo fossero stati dati alle fiamme in seguito al barbaro omicidio di sei bambine a Southport nel luglio 2024, per mano di un richiedente asilo ruandese.

L’edizione domenicale del “Daily Mail”, il “Mail on Sunday”, con un articolo di Toby Young, direttore della Free Speech Union, si chiede: “Perché le autorità dedicano così tanto tempo a monitorare i nostri tweet invece di pattugliare le strade?”.

Young sottolinea come furti, crimini e reati sessuali siano in aumento, eppure la polizia sembra sempre più ossessionata dall’arrestare i criminali del pensiero: “L’elevato numero di persone arrestate per reati online, anche se solo una su cinque viene poi condannata, non può che avere un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione. In tutto il paese, le persone non osano più esprimere le proprie opinioni su una vasta gamma di argomenti, per paura di essere fermate alle quattro del mattino da due agenti in borghese con i cordini arcobaleno al collo”.

Big Brother Watch, che ha denunciato la situazione, chiede una revisione nazionale indipendente delle leggi che incidono sulla libertà di espressione nel Regno Unito e misure per “ripristinare le leggi e la cultura della libertà di parola”. Silkie Carlo, direttrice di Big Brother Watch, ha dichiarato: “L’opinione pubblica è sempre più preoccupata per il fatto che la sorveglianza della libertà di parola stia sfuggendo di mano in Gran Bretagna, ed è giunto il momento che il governo intervenga. Andy Burnham deve ora avviare un riassetto della libertà di parola e ordinare una revisione indipendente delle nostre leggi in materia e della formazione delle forze dell’ordine per affrontare questo caos orwelliano. Migliaia di persone vengono arrestate per dichiarazioni controverse, battute online e proteste non violente. Alcuni sono stati persino arrestati per aver mostrato fogli di carta bianchi, e la polizia li ha spinti a seguire corsi sulle competenze di pensiero online. Basta così”.

medias-presse.info

 

Aldo Maria Valli:
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