di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
nella crescente confusione dottrinale che caratterizza la nostra epoca, c’è un aspetto che merita approfondimento: la differenza, apparentemente sottile ma in realtà decisiva, tra evangelizzare la storia e storicizzare il Vangelo.
La prima è la missione della Chiesa; la seconda rischia di essere la rinuncia alla sua missione.
Evangelizzare la storia ha come presupposto il principio dell’Incarnazione, che fa cogliere il modo di agire di Dio nel suo entrare nella storia degli uomini. Significa annunciare Cristo al mondo, entrando nella storia senza diventarne prigionieri; significa parlare agli uomini del proprio tempo utilizzando un linguaggio che possano comprendere, senza per questo modificare ciò che si deve annunciare.
Il Vangelo, infatti, è eterno, ma viene annunciato a uomini che vivono nel tempo. E proprio per questo deve continuamente confrontarsi con la storia non per esserne trasformato, ma per trasformarla.
Storicizzare il Vangelo è invece qualcosa di molto diverso. Significa partire dalla convinzione, più o meno esplicita, che ciò che la Chiesa ha sempre annunciato debba essere riletto alla luce delle esigenze culturali del momento. Non è più il Vangelo a giudicare la storia ma è la storia a diventare il criterio con cui giudicare il Vangelo.
Così ciò che ieri era vero può diventare oggi falso, ciò che era peccato può diventare “fragilità”, ciò che era comandamento può diventare un mero “ideale” e ciò che Cristo ha detto con chiarezza può essere sottoposto a un interminabile processo di aggiornamento ermeneutico fino a stravolgerne il significato.
Non è più il Vangelo a entrare nella storia per convertirla, ma è la storia che determina quali parti del Vangelo siano ancora accettabili, con l’effetto che dall’evangelizzazione della storia si passa alla storicizzazione del Vangelo.
Sennonché la Verità rimane sempre una e immutabile, nonostante il tempo e la storia.
In fondo l’evangelizzazione può essere assimilata al medico che vuole curare il malato. Deve certamente conoscerlo, parlare la sua lingua e tenere conto delle sue condizioni. Non modifica, tuttavia, la medicina ogni volta che il paziente non gradisce il sapore.
La storicizzazione del Vangelo, invece, rischia di trasformare il medico in un ciarlatano disposto, pur di compiacere il malato, a cambiare ricetta sostituendo il farmaco salvavita con acqua zuccherata: più piacevole al gusto ma infine letale.
Cristo non ha incaricato gli apostoli di rendere il Vangelo compatibile con ogni epoca, ma di annunciarlo a ogni generazione. E proprio perché è destinato a ogni generazione, il Vangelo non appartiene al Medioevo o al XXI secolo, non è antico, moderno o postmoderno, ma è sempre antico e sempre nuovo. Non è una Costituzione che ogni generazione può riscrivere o reinterpretare a piacimento: è l’annuncio di Cristo e della salvezza che ci è offerta mediante il Suo sacrificio ed è questo che la Chiesa deve annunciare nella sua pienezza, senza edulcorazione alcuna.
Naturalmente questo non significa che la Chiesa debba ignorare i cambiamenti storici. Al contrario. Una Chiesa incapace di comprendere il proprio tempo rischia di parlare una lingua che nessuno capisce. Comprendere il mondo, tuttavia, non significa accettarne automaticamente le categorie. Cristo stesso ha parlato agli uomini del suo tempo senza diventare un uomo del suo tempo nel senso in cui oggi utilizziamo questa espressione. Ha incontrato pubblicani, peccatori, samaritani, adultere, farisei e pagani. Ha ascoltato, dialogato, mangiato con persone che la società religiosa del suo tempo considerava impresentabili. Non ha trasformato, però, l’accoglienza in approvazione del peccato e il dialogo in sospensione della Verità: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” disse all’adultera.
Oggi rischiamo di conservare molto volentieri la prima metà della frase e di smarrire la seconda. Perché la prima è perfettamente compatibile con lo spirito del tempo; la seconda molto meno.
Evangelizzare significa, allora, dire all’uomo contemporaneo che Cristo viene incontro a noi così come siamo, ma proprio perché ci ama non vuole lasciarci così come siamo.
Storicizzare il Vangelo significa, invece, correre il rischio di dire all’uomo contemporaneo che Cristo deve essere reinterpretato a partire da ciò che oggi siamo disposti ad accettare.
Nel primo caso il Vangelo è una luce che illumina la storia. Nel secondo è la storia che diventa un filtro attraverso il quale decidiamo quanta luce (invero molto poca) lasciare passare.
Evangelizzare è conservare la capacità di dire anche ciò che il mondo non vuole sentirsi dire, proprio perché il vero non diventa falso perché la maggioranza non l’accetta e il falso non diventa vero quando diventa culturalmente accettabile.
Evangelizzare non è rendere il Vangelo compatibile con ogni epoca ma renderlo comprensibile a ogni epoca. La Chiesa deve certamente parlare al proprio tempo ma deve ricordarsi che il suo compito è evangelizzare la storia e non essere evangelizzata dalla storia.