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Tutto ciò che Leone XIV dimentica sulla messa in rito romano antico e sul rito in volgare. E perché ormai abbiamo due chiese

di Massimo Viglione

Nell’udienza generale del 26 agosto 2026, Leone XIV ha lasciato trasparire, oltre ogni possibile dubbio, un’innata idiosincrasia per quella Tradizione della Chiesa (della sua adesione alla quale avevano vagheggiato, dopo la sua elezione, i soliti ambienti incorreggibilmente ciechi) di cui lui dovrebbe essere responsabile supremo.

Questa volta Leone è stato chiaro: il rito romano antico andava cambiato perché non era compreso dal popolo ed era quindi spiritualmente sterile.

Tali sprovvedute (a voler essere gentili) dichiarazioni prospettano una sconcertante ignoranza di Leone XIV in materia. Ignoranza o amnesia?

La domanda non è affatto né provocatoria né polemica. Infatti, uno dei nodi della questione su cui poco si riflette è il fatto che Prevost, che era poco più che bambino ai tempi del Concilio e adolescente quando Paolo VI ha rivoluzionato la liturgia della Chiesa cattolica, è il primo pontefice che non ha mai celebrato da giovane sacerdote il rito romano antico. Egli è quindi chiaramente infastidito da un problema che non sente suo ma che comunque, in quanto papa, è suo; che non conosce ma che deve affrontare; di cui intuisce una certa pericolosità senza sapere bene cosa veramente fare. Rimanendo così in balia dei veri odiatori della Chiesa di sempre, da Roche in giù.

Per questo ci chiedevamo se la sua è ignoranza sciatta della questione o voluta amnesia (quel “voluta” ovviamente comporterebbe la malafede). Come facciamo a giustificare tale irriverente domanda? Basta porsi le principali e più evidenti questioni che inevitabilmente sorgono alla mente di chi riesce ancora a pensare liberamente. Le elenchiamo tra poco schematicamente, perché a buon intenditor poche parole, mentre interi libri non bastano a chi non capisce o non vuole capire.

Prima però è necessario, ai fini del discorso, ricordare una verità, tanto teologica che spirituale, oggi volutamente occultata – e quindi dimenticata dalla massa dei fedeli – dal clero conciliare: lex orandi, lex credendi. Ovvero, come preghi, così credi. La maniera di vivere la spiritualità determina la maniera di vivere la fede e, di conseguenza, la fede stessa, che a sua volta determina la spiritualità. È proprio per questa incontrovertibile verità che Paolo VI, e il mondo a lui vicino del cambiamento conciliare, hanno preparato, decretato e attuato la rivoluzione liturgica del 1969.

Il Concilio infatti, senza la mutazione della lex orandi, sarebbe rimasto carta riservata a pochi eletti teologi e chierici e non avrebbe, di conseguenza, cambiato radicalmente la fede – il modo di intenderla e di viverla e propagarla – di migliaia di vescovi, di centinaia di migliaia di parroci e chierici e di centinaia di milioni di fedeli in questi decenni post-conciliari. Invece, con la sovversione liturgica, e con la trasformazione della messa cattolica teocentrica in un rito antropocentrico di chiara ispirazione protestante, si è genialmente (occorre ammetterlo) messo in pratica il principio teologico e spirituale di cui sopra: cambiata la maniera di pregare, è cambiato prima il mondo di intendere la fede stessa, quindi la fede stessa in sé. È quello che gli stessi padri e fermi sostenitori del neomodernismo hanno giustamente definito lo “spirito del Concilio”, o anche la “nuova pentecoste”.

La riprova sta in tutto quanto dice e opera il clero odierno, a ogni livello.

Tenendo quindi sempre presente che dalla lex orandi si determina la lex credendi da cui deriva poi la lex operandi (pastoralità), procediamo la nostra analisi iniziando con la pars construens, ovvero con quello che ha prodotto il rito romano antico (RRa) nella storia della Chiesa.

Leone dimentica che:

  1. il rito romano antico ha prodotto, nel suo armonico evolversi per diciannove secoli, dalle origini apostoliche fino alla riforma di san Pio V (o tridentina) e poi fino agli anni Sessanta del secolo scorso, tutti i santi, i padri, i dottori, i papi, i martiri, i grandi teologi, i maestri di spiritualità, gli eremiti, i monaci, i frati, i missionari, i laici e i combattenti per Cristo che hanno reso la Chiesa cattolica madre e maestra del mondo. Potremmo dire, simbolicamente, fino a san Pio da Pietrelcina;
  2. li ha prodotti perché è un rito assolutamente teocentrico e sacrale, non antropocentrico e modernista;
  3. la Chiesa del RRa si è diffusa nel mondo intero, realizzando – anche se non ancora in maniera pienamente completa – la profezia di Gesù (Matteo 24, 14 e Marco 13, 10) su una delle condizioni per la fine del mondo: la propagazione del Vangelo in ogni angolo della terra;
  4. il RRa ha dato forza a milioni di persone di offrire la propria vita per Cristo, anche davanti alle torture più mostruose, facendo in modo che il sangue dei martiri fosse semenza di cristiani (Tertulliano) e divenisse il baluardo supremo della diffusione della Chiesa nel mondo;
  5. completamente la sacralità e la bellezza del RRa, la spiritualità a esso connessa, che per diciannove secoli ha diretto alla salvezza un numero incalcolabile di anime, molte delle quali sottomessesi alla conversione da altra religione e ha sviluppato vette celestiali di spiritualità vissuta e dottrina teologica;
  6. la bellezza anche architettonica e artistica che ha prodotto nei secoli il RRa, bellezza eterna che oggi tutti vogliamo ammirare, rimanendo disposti a spendere grandi cifre per viaggi e soggiorni per visitare i luoghi delle meraviglie dello spirito cristiano cattolico;
  7. la bellezza e armonia celeste del canto gregoriano e polifonico che per secoli ha accompagnato (e accompagna ancora oggi) le Messe in RRa in ogni parte del mondo (come fu riconosciuto dallo stesso Paolo VI, mentre rinunciava al rito e al canto gregoriano e polifonico);
  8. il RRa ha garantito la tenuta granita e la sacralità dei dogmi della fede cattolica, quei dogmi su cui si sostiene tutta la Chiesa e che oggi sono odiati e combattuti da quasi tutto il clero odierno modernista (che odia e combatte il concetto stesso di dogma, perché odia e combatte la verità);
  9. il RRa ha garantito per quasi due millenni la società fondata sulla famiglia naturale (padre-madre-figli), la sacralità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la moralità pubblica e privata, la modestia nelle donne e la responsabilità negli uomini e dei padri, la patria intesa non come “Stato” ma come comunità di destino, sangue, fede, valori e cultura; il senso dell’ordine del creato, della gerarchia naturale, della giustizia; e anche la giusta virilità nella difesa militare della società cristiana (vedi cavalleria e crociate);
  10. soprattutto, il RRa ha garantito la più speciale, importante e unicamente cristiana delle virtù: la carità. La carità verso Dio (Pietà) fino al martirio, la carità verso il prossimo sofferente (fratellanza), la carità verso la società e verso il creato. Ed è la carità che ha prodotto la grande immensa novità della storia umana, che è la santità! E la santità è solo cristiana.

E veniamo ora alla pars destruens, ovvero a quello che ha prodotto il rito in volgare (Riv). Leone dimentica che:

  1. il Riv è di fatto un riuscitissimo procedimento di protestantizzazione del RRa, con il suo antropocentrismo liturgico e il suo liberalismo teologico che hanno preso il posto del teocentrismo e della sacralità e immutabilità teologica del RRa;
  2. fu preparato unitamente alle influenze, ricercate e accettate, di esponenti del mondo protestante ed ebraico: e oggi questo fatto ci appare incontrovertibile nelle conseguenze fattuali;
  3. con il Riv, che ha ucciso la natura sacrificale del RRa per trasformarsi in “mensa eucaristica”, le chiese si sono svuotate, e oggi un numero incalcolabile di luoghi di culto cattolico nel mondo sono abbandonati, sovente trasformati in banche, ristoranti, boutique, quando non vengono bruciati (come avviene in Francia e Canada);
  4. con il Riv gli ordini monastici e religiosi sono da decenni senza vocazioni (a parte quelle di africani e asiatici, che, come nella parabola evangelica, stanno prendendo il posto degli invitati alle nozze che disertano), i monasteri e conventi sono quindi svuotati (a parte pochi vecchietti/e per i quali si aspetta solo la morte per cedere le strutture allo Stato o venderli a privati);
  5. con il Riv è nata la Chiesa della “Nuova Pentecoste”, che ha come programma quella di sostituire l’unica vera Pentecoste della storia per creare una nuova religione mondialista, globalista, sociologizzata, pagana, sinodalista, chiaramente propedeutica alla religione unica globalista e quindi all’avvento anticristico nel mondo;
  6. con il Riv non si sono svuotati solo ordini religioni e monastici e quindi conventi e chiese, ma è anche crollato – come ovvio che fosse – il numero di fedeli praticanti e battezzati nel mondo, come ogni statistica inesorabilmente ricorda da decenni;
  7. Leone dimentica che con il Riv non si è solo ridotto al lumicino il numero dei chierici e religiosi e dei laici praticanti, ma soprattutto si è ridotto al lumicino il numero dei chierici e religiosi e laici cattolici ancora realmente cattolici, nel senso che costoro non solo sono sempre di meno, ma soprattutto nella realtà non sono più cattolici, avendo rinnegato la quasi totalità della fede e della morale tradizionale della Chiesa di sempre per cedere ogni giorno di più ai richiami e ai voleri del mondo (cattolici che non vanno a Messa, favorevoli al divorzio e all’aborto, che hanno perduto ogni vincolo e decenza morale, favorevoli alla tolleranza dell’omosessualismo e del wokismo, favorevoli al perdonismo estremo e al cedimento a ogni nefandezza sociale odierna, fino all’accettazione passiva dell’invasione islamica, perfino a proprio danno fisico, economico e lavorativo, oltre che spirituale);
  8. fra le cause del crollo non solo quantitativo, ma anzitutto qualitativo, della fede cattolica nel mondo, la prima è senza dubbio l’aver ridotto la messa – proprio perché antropocentrica – a un rito molto spesso carnascialesco, pagliaccesco, con chitarre, tamburelli, tamburi; con preti che fanno i pagliacci, con prediche pauperistiche e immigrazionistiche; con suore che si atteggiano a sacerdoti; con ragazzi che nemmeno conoscono i dogmi della fede e che si ritrovano a insegnare “catechismo” (leggi globalismo, pauperismo e immigrazionismo) e che spesso vivono in stato di peccato costante; con attivisti politici sinistrorsi che propalano eresie a tutto spiano; con parrocchie ove i giovani vengono iniziati alla religione pagano-globalista quando non all’islamismo e al giudaismo;
  9. con il Riv i papi hanno iniziato ad andare in moschee, sinagoghe, templi pagani, aderendo a riti pagani e gnostici, e professando una nuova religione, quella dell’ecumenismo panteista e gnostico, che trova oggi nella pachamama la sua più “elevata” espressione infernale; e al seguito dei papi, ovviamente, tutto il codazzo di cardinali, vescovi, preti e suore sempre pronti a sputare sulla Chiesa del passato per vantarsi della loro inarrestabile apostasia;
  10. con il Riv è nata la “chiesa sinodale”, che chiaramente non è più cattolica, non professando più, chiacchiere pauperiste a parte, la fede dei padri e del Vangelo, e il cui scopo evidente è lo smantellamento progressivo della stessa Chiesa nella sua struttura e natura umana, per la sua riduzione a una sorta di ONG umanitarista poliforme, asservita ai progetti dei poteri globalisti sull’umanità;
  11. con il Riv sono state costruite le chiese garage, le patetiche vetrate con uva e grano, i mostri architettonici dei quartieri moderni che uccidono in partenza ogni anelito dello spirito ad elevarsi al Cielo fra le cui mura grigie e squallidamente vuote, riecheggiano la starnazzate di chitarre e tamburelli, al posto del celestiale canto gregoriano e polifonico;
  12. ma Leone dimentica soprattutto una cosa: che con il Riv si è perduto il senso del peccato. E con esso, di conseguenza, il senso e quindi la percezione del male, fino alla quasi scomparsa degli esorcisti nel mondo. E vogliamo provare a indovinare a vantaggio di chi e di cosa?

La riprova di tutto quanto detto? Nei fatti della vita della Chiesa odierna e della società odierna. Un’immensa, incalcolabile e irriproducibile mole di prove quotidiane talmente evidenti e note che il solo tentativo di negazione fa cadere in stato di peccato grave chiunque ci provi.

Leone dimentica che se c’è una Chiesa sterile – anzi, non solo sterile, ma moribonda – è quella del Riv, che per molti versi non è più la Chiesa fondata da Gesù Cristo, ma quella, appunto, della “Nuova Pentecoste”: la “chiesa” della morte della Chiesa e della Fede, se ciò fosse possibile.

Leone dimentica che lui è il capo di questa chiesa omosessualista, wokista, globalista, immigrazionista, sinodalista, vaccinista, liberal-socialista, autodissolventesi nell’ecumenismo globalista e nel sinodalismo destrutturalista; capo di una chiesa che tutto è fuorché cattolica, chiacchiere a parte. E che, di conseguenza, il suo fastidio per la Chiesa di sempre (quella veramente Cattolica), con la teologia di sempre, i dogmi di sempre, la liturgia di sempre, è più che ovvio: è scontato, naturale.

Ed egli, ne è responsabile supremo.

È talmente profonda e anche scandalosa l’ignoranza di Leone XIV che nemmeno i più fervidi sostenitori a oltranza del papismo e del formalismo “santopadrista” riescono a negarla pubblicamente, se non tramite l’usuale imbarazzato assordante silenzio che li caratterizza quando la realtà degli eventi diviene ingestibile con i soliti accomodamenti di rito e con gli ormai decrepiti giri mentali (“il papa è mal consigliato”, “il papa è mal capito”, “il papa si è espresso male”, “il papa è frainteso”, “che sei tu per giudicare il papa?”, “ma ne sai forse più del papa?”) che da decenni (fin dagli anni post-conciliari) sentiamo avanzare in ogni occasione scomoda.

La questione invece è di importanza capitale, forse la più capitale di tutte: infatti, ciò che ha affermato Leone è talmente falso in sé, e assolutamente il contrario della realtà per quella che è in verità, che il solo fatto che la dichiarazione sia stata fatta da un papa pone questioni talmente ineludibili che chi le comprende realmente resta come inebetito dinanzi alla tragicità della prospettiva logica da trarne. E, così, ci si ritrae nel silenzio o nella frasetta di circostanza, contrattaccando immancabilmente chi di contro si fa carico di portare il peso delle conseguenze della verità dei fatti per quella che è.

Siamo dinanzi a due chiese differenti, questo è il tragico epilogo di tutto il Concilio e il post-Concilio (e non siamo nemmeno ancora giunti verso la fine del baratro che divide le due chiese): la Chiesa della Verità e la chiesa dell’autorità canonico-legalistica che in vastissima parte rinnega la prima.

Il problema è che la Chiesa di Cristo è solo una: quella che si fonda sulla Verità evangelica e sulla legge naturale, di cui Pietro è il servo e non il padrone. Per chi scrive, quella di sempre dell’unica vera Pentecoste: la Chiesa di Colui che ha detto “Io sono la Via, la Verità, la Vita”, cedendola in gestione (e non in proprietà) a Pietro, con l’ordine categorico di “pascere le Sue pecore” nella Verità per la salvezza di ciascun figlio di Dio. Ovvero, nella difesa del Depositum fidei.

Se Pietro opera contro la Verità e la salvezza delle anime (salus animarum suprema lex Ecclesiae), o comunque non interviene per contrastare i lupi dell’eresia e dell’apostasia venendo sistematicamente meno al mandato che ha ricevuto divenendo Pietro, questo rimane il grande problema da risolvere. E la scelta da compiere per ogni fedele che ha capito l’evidenza dei fatti: ovvero, che oggi ci sono di fatto, in concreto, due chiese, ma che solo una è quella vera, perché la Chiesa è solo una. Ed è composta dalla gerarchia che rimane fedele al Vangelo, alla Tradizione di sempre e alla legge naturale, con i fedeli battezzati che seguono tale gerarchia.

Preghiamo affinché Pietro torni a essere a capo dell’unica vera Chiesa e a confermare i fedeli nella Fede vera, unica, immutabile. Perché, se questo non compie, egli cade di fatto in scisma con sé stesso (principio previsto e dibattuto per secoli dai grandi dottori e santi del passato: non stiamo quindi noi, semplici laici, inventando nulla). Proprio perché è il servo, e non il padrone della Chiesa di Dio e del suo Vangelo.

E il semplice fedele, dinanzi a tale tragedia immensamente più grande di lui, che cosa deve fare? Qui cediamo la parola al più grande santo del XX secolo, morto proprio alla vigilia della Rivoluzione liturgica. Padre Pio da Pietrelcina insegnò, testualmente, che “quando verranno quei giorni”, occorre “non dare più retta a nessuno” (disse proprio “nessuno”), rimanendo fedeli al Vangelo, alla Tradizione di sempre, alla frequenza dei sacramenti, al rosario, alla legge di Dio, che non muta mai. E questo è possibile solo seguendo il clero che rimane fedele a tutto questo, anche a costi enormi da pagare a causa delle misure punitive impartite dal clero infedele che oggi comanda nella Chiesa di Cristo.

A questo siamo tutti tenuti: chi capisce e chi non capisce. Questa è l’unica vera possibile e legittima obbedienza, quando la pars magna della gerarchia ufficiale è divenuta eretica o apostata e asservita supinamente al mondo, e al mondo della dissoluzione anti-umana nel quale viviamo. E, in quanto tale, menzognera.

In attesa che il Signore “si svegli” e salvi la sua barca che sta apparentemente affondando nella metamorfosi dissolutiva. Perché solo Lui può farlo.

Aldo Maria Valli:
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