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“La vera religione è base e presidio della vera civiltà”

Viva il papato! Viva la Chiesa romana!

Festeggiamo i santi Pietro e Paolo con un testo di monsignor Umberto Benigni tratto dalla Storia sociale della Chiesa.

di monsignor Umberto Benigni

La Chiesa e la civiltà hanno, senza dubbio, un loro elemento proprio, indifferente all’altra: la questione dommatica se lo Spirito Santo proceda da o per il Figlio, è estranea alla civiltà; lo stabilimento del telefono internazionale è estraneo alla Chiesa. Ciò avviene perché in questa avvi un elemento dommatico, assoluto e trascendente; e nella civiltà entra un elemento semplicemente tecnico. Peraltro tutto ciò non toglie né diminuisce affatto il grande principio: la vera religione è la base ed il presidio della vera civiltà, perché la vera religione è la vera moralità senza di cui la civiltà non può essere che parziale e materiale, quindi manchevole nel più e nel meglio della vita sociale. La civiltà vera e perfetta risulta da un insieme organico di principii e di fatti morali e materiali: insieme oltremodo complesso e molteplice, che va dal retto funzionamento dell’autorità politica e domestica sino alla rete delle pubbliche comunicazioni ed al buon servizio della nettezza urbana. Ma quanto varrebbe per meritare il titolo di civile ad un popolo, che in esso l’igiene e l’agiatezza raggiungessero la perfezione esistente nel palazzo di un miliardario nord-americano, se in quel popolo mancasse la moralità; sicché le sue istituzioni, leggi ed usanze fossero immorali od anche amorali, cioè facessero o lasciassero trionfare l’immoralità? Un tal popolo darebbe lo spettacolo di una di quelle stalle signorili, dove ammiransi la pulizia, la comodità, il lusso in cui vivono eleganti e costose bestie da tiro e da corsa.

Dunque la parte più nobile della civiltà, che è la vita morale dei popoli e degli individui, perché sia logica e stabile, deve fondarsi su di un principio superiore al devenire ed al volere umano, alla vece assidua di partiti e di sistemi che si succedono al governo di una società civile. E ciò solo può darlo la religione la di cui moralità parte direttamente da Dio, verità e giustizia assoluta, immanente, immutabile, a cui ogni uomo, ogni popolo, ogni tempo debbono inchinarsi e sottostare.

Il naturale sentimento dei popoli fu sempre concorde nel riconoscere questa verità fondamentale della civiltà; onde l’età antichissima, l’antica, la media lo riconobbero solennemente e stabilmente lo praticarono; e la stessa età moderna, che ha voluto eliminare la religione come una base dal suo sistema sociale, e così spesso la combatte, pure non può esimersi di fatto da tutta la tradizione e da tutta la coscienza umana; onde ancor oggi i sovrani trovano indispensabile di fondare il loro principio di autorità non solo sulla volontà — spesso cotanto ondulatoria e sussultoria — delle nazioni, ma anche, e prima, sulla grazia di Dio. Ecco perché la religione è l’anima della civiltà, e tutto il resto non è che il corpo. E se questo vale in genere per la religione, tanto più vale per il cristianesimo e per la sua storica organizzazione, la Chiesa.

La Chiesa — in uno spazio che dura almeno, da Costantino alla rivoluzione francese, quindici secoli — è stata ufficialmente e realmente la madre, la nutrice, la tutrice della civiltà europea, cioè della più alta civiltà umana. Ed oggi, dopo più di un secolo di fiera lotta mossa dal paganesimo (già morto e sepolto in una sua forma storica, né morto né sepolto nella sua essenza) dell’ultima forma, il “laicismo”, — oggi, nonostante la crisi anticristiana della nostra società, l’anima del cristianesimo (giova ripeterlo) sopravvive indomita in cento criterii, in cento fatti sociali, e non solo nelle formole ufficiali cui or ora accennavamo.

Oggi, la grande lotta sta, appunto, tra il principio cristiano ed il pagano che dividono le menti e i cuori, ed agitano i consigli dei politici, gli studi dei filosofi, le tendenze delle folle. A noi cattolici sta dinanzi il radioso programma così opportunamente rievocato da Pio X: restaurare tutto in Cristo, tutta quanta la società, tutta quanta la civiltà. Questo significa la ripresa efficace dell’antica intuizione cristiana, che fece dire genialmente al vetusto autore della lettera a Diogneto: “Quel che nel corpo è l’anima, lo sono nel mondo i cristiani”; significa la speranza di rialzare nella pienezza della verità il grido trionfale: Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera. Ciò vuol dire che la vita sociale della Chiesa deve tornare ad essere il fondamento morale della società, il criterio fondamentale della civiltà.

Ad ottenere questa restaurazione cristiana, senza dubbio è indispensabile una duplice restaurazione: — della vita religiosa presso i fedeli, il che costituisce la vita interna e spirituale, il regno della Chiesa — e dell’influenza sociale della Chiesa stessa, il che forma la sua vita esterna, sociale propriamente detta, il suo impero. Oggi che tanto si parla e si fa dell’imperialismo, è bene intendersi sulla questione che le parole “regno” ed “impero” della Chiesa ci sembrano esprimere esattamente.
Già da tempo si è usata l’espressione “impero della Chiesa” od “impero di Cristo”; ma in senso affatto relativo con cui si è inteso dire che Cristo e la Chiesa sua regnano su varie genti, sparse per tutto il mondo. Ma il senso proprio d’impero indica il dominio (comando: imperium) su “altre genti”, non il totale dei “cittadini” per quanto sparsi nel mondo, che insieme forma la civitas, e quando questa civitas è monarchica come nella Chiesa cattolica, forma il regno. I cinesi cattolici, gli esquimesi cattolici, gli zulù cattolici non formano, a ver dire, l’impero della Chiesa, ma solo fan parte del suo regno, né più e né meno dei latini, dei germani, degli anglo-sassoni cattolici: imperocché le genti più strane dell’etnologia non sono differenziate da altre nel regno della Chiesa. In una parola i cattolici, qualsiansi, formano la “città”, il “regno”, della Chiesa. L’ “impero” di lei deve perciò riguardare i non cattolici, e la società e civiltà in genere; come l’imperium della Roma classica era costituito dai non romani. L’impero della Roma cristiana, della Roma cattolica e papale, si è esplicato e si esplica in tutta la irradiazione della sua vita esterna. La sua forza e il suo prestigio intellettuale e morale, la sua influenza diretta e indiretta nel mondo, il suo peso che preme, vogliano o no, nella bilancia de’ suoi stessi nemici: ecco, propriamente, l’impero della Chiesa.

Tale impero rimonta sin dall’inizio del trionfo costantiniano. I vescovi dell’impero bizantino che peroravano presso il governo per l’alleviamento delle insopportabili tasse, e scongiuravano od almeno condannavano la vendetta imperiale sugl’insorti d’Antiochia e di Tessalonica (IV sec), – Il Crisostomo che, mentre l’imbelle Bisanzio tremava di fronte alle minaccie del goto Gainas, andava incontro come un Attilio Regolo cristiano, al barbaro alla cui ira egli aveva dato occasione (fine del IV sec:9, – i feroci soldati di Alarico, che padroni e predoni di Roma, terrorizzati dalla maestà apostolica, riportano processionalmente a San Pietro i suoi tesori (410) – Agostino d’Ippona, l’ultimo patriota dell’Africa romana, il quale alza la voce verso il vendicativo Bonifacio affinché perdoni la corte e difenda l’Africa invasa dai barbari (429), – Leone Magno che ferma Attila al Mincio (452), – ecco già fondato l’impero della Chiesa, ed ancora non è caduto l’impero fondato da Augusto.

E quando, nella rovina finale di questo (476), l’Occidente civile corse il pericolo supremo di naufragare nella tempesta barbarica, l’impero della Chiesa si stabilì e si estese fino ad una vera egemonia politica. Nell’anarchico periodo barbarico-bizantino che corse tra Augustolo (476) e Carlomagno (800), una grande figura veramente imperiale dominò il suo tempo: Gregorio Magno, l’“ultimo romano”, come fu, a buon diritto, chiamato. Egli è l’imperatore della civiltà: dai continui insistenti reclami a Bisanzio e presso la corte longobarda per la difesa della misera Italia, alla civilizzazione cristiana della lontana Inghilterra e de’ nuovi suoi conquistatori, dal salvataggio del jus e del mos nel cozzo della falsa civiltà bizantina e della barbarie germanica, a quello delle lettere e delle arti, egli nel pauroso diluvio sconfinato appare il provvidenziale Noè che nell’arca della Chiesa salva la civiltà romana.

Che dire, poi, di tutto l’alto medioevo, quando il papa, il vescovo, l’abate, ampliando la tradizione civile di Leone e di Gregorio, salvano dapprima la civiltà; poi la impongono ai barbari, e con questi formano la nuova Europa, la civiltà nuova che giunge ad insperate altezze in tutte forme della vita sociale? Attraverso gli annali della Chiesa che imprendiamo a scrutare, noi vedremo chiaramente, insistentemente, dominare una legge storica per cui i successi e i disastri dell’impero della Chiesa segnano i successi e i disastri del suo regno; cioè la sua maggiore o minore vitalità esterna va di pari passo con quella interna: e ciò è naturale, perché una è la forza che agisce dentro e fuori, ed una è l’umanità in cui si esplica.

I tempi moderni ce ne danno una conferma altamente suggestiva. La decadenza estrema dell’influenza “imperiale” della Chiesa nel secolo XVIII (quando l’Europa si rimaneggiava, la Polonia andava a pezzi, i centri politici spostavansi, e Roma non vi aveva più braccio, non più voce; onde Clemente XIV doveva subire i ministri massoni nelle corti borboniche, e Giuseppe II tentava impunemente l’ultimo avvilimento della Chiesa e del papato), preludeva allo sfacelo spirituale che incombeva nell’imminente rivoluzione francese; mentre il risorgere della vita religiosa del cattolicesimo sotto Pio IX e Leone XIII venne segnato dalla ripresa dell’azione “imperiale”, nel ritorno alla tradizione guelfa e del “papa e popolo”, nell’interessamento del romano pontificato per il movimento d’idee e di fatti. Da tali solenni lezioni della storia, una pratica conseguenza s’impone indiscutibile: per assecondare, rafforzare e diffondere la restaurazione religiosa, spirituale, della società, cioè il regno della Chiesa, bisogna rafforzare e diffondere la sua azione esterna, la sua vita sociale, il suo impero. Il che è quanto dire: bisogna così infondere coraggio ai nostri, e rispetto ai nemici, nel terreno comune della vita sociale; bisogna che i cattolici, clero e popolo, non si lascino sorpassare, nel loro complesso, dal complesso degli avversarii nelle manifestazioni multiformi della civiltà, dalle scienze astratte alle amministrazioni locali.

È necessario che ci facciamo forti anche al di là dei muri dei nostri templi, se vogliamo che questi siano sicuri e rispettati; — che il clero sia stimato anche come dotto, pratico, diligente, civile, se vogliamo più libero ed efficace il suo ministero religioso; — che, sotto la nuova forma dei tempi nuovi, si torni a convincere i nostri avversari come, nella vita sociale, senza di noi cristiani essi valgano a far ben poco, e contro di noi anche meno. La restaurazione di questo “impero” sociale è una necessità pratica per restaurare il regno spirituale della religione: tale “impero” — come una corazza ed una corona, difesa e gloria degli antichi eroi — deve cingere il corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa.  Tale è l’insegnamento che ci dà la storia ecclesiastica, doppiamente “maestra della vita”, perché storia, e perché della Chiesa.

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Da: Storia sociale della Chiesa, vol. I, La preparazione. Dagli inizi a Costantino, Vallardi, Milano 1906, pagg. XIII-XVIII, ristampa a cura del Centro librario Sodalitium di Verrua Savoia (TO).

Fonte: centrostudifederici.org

 

Aldo Maria Valli:
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