Proseguiamo con la pubblicazione di estratti del testo di don Attilio Negrisolo su Padre Pio. Qui la prima e qui la seconda parte.
Leone Serenissimo
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Sono numerosi i santi e le sante che, nel corso dei secoli, hanno ricevuto incarichi, missioni, richieste, rivelazioni da Gesù.
Padre Pio è tra questi e le rivelazioni di Gesù a Padre Pio a Pietrelcina ci aiutano a capire il senso profondo di queste parole di Gesù, e cioè come Padre Pio fosse un rifugio per Gesù nelle ingratitudini degli uomini. Così scrive Padre Pio: «Sentite, padre mio, i giusti lamenti del nostro dolcissimo Gesù: “Con quanta ingratitudine viene ripagato il mio amore dagli uomini!”» (lettera a padre Agostino del 12 marzo 1913). Gesù traccia lo stato morale, religioso del mondo, elenca le ingratitudini e presenta il grande problema davanti al quale si trova. Proprio per risolvere questo problema, si rivolge a Padre Pio.
Le varie componenti dell’ingratitudine umana verso l’amore di Cristo
1) Gesù mette al primo posto quello che oggi si dice il soggettivismo e il secolarismo che, in pratica, è la giustificazione dei peccati: «Gli uomini vili e fiacchi non si fanno nessuna violenza per vincersi nelle tentazioni, anzi si dilettano nelle loro iniquità». Iniquità sono tutti i peccati che la Sacra Scrittura definisce offesa di Dio. Il più grande peccato è fare del proprio io il soggetto che decide liberamente e autonomamente il bene e il male. È il grande peccato contro lo Spirito Santo che, essendo la verità eterna, ha già indicato quello che è bene e male, quello che è vero e falso. Gesù ha davanti a sé tutti i frutti dell’Illuminismo, del razionalismo, dell’ateismo, seminati a mani piene, che hanno portato alla grande indifferenza religiosa, al “diletto nelle iniquità”, che è somma ingratitudine verso l’amore di Cristo.
2) Sono ingrati gli uomini vili e fiacchi che non si fanno nessuna violenza per vincersi nelle tentazioni: sono i cristiani di nome, di vernice, che si dichiarano credenti, ma commettono il peccato, senza prendere i mezzi per mantenersi nell’amicizia di Dio; sono i cristiani superficiali, del compromesso etico, che non sanno rinnegarsi e mortificarsi.
Gesù elenca altre tre specie di ingratitudine: sono quelle che gli sono causate dai “buoni”, dai credenti, da chi era fervente e si è lasciato andare:
Le anime da me più predilette, messe alla prova, mi vengono meno;
Le deboli si abbandonano allo sgomento e alla disperazione;
Le forti si vanno rilassando poco a poco.
È la tiepidezza spirituale: è l’affetto ai peccati veniali, è la trascuratezza della vita spirituale. Già a Paray-le-Monial, con santa Maria Margherita Alacoque, Gesù si era lamentato per i maltrattamenti che riceveva nel Sacramento della Eucaristia. Aveva dichiarato che aveva una sete ardente di essere adorato nell’Eucaristia, ma che dalla maggior parte degli uomini riceveva ingratitudine, freddezze, dimenticanze, irriverenze, sacrilegi e che i peccati che più lo affliggevano gli venivano dalle anime consacrate. Su questa linea si capiscono le altre ingratitudini elencate da Gesù a Padre Pio: sono le ingratitudini verso il Sacramento della Eucaristia.
«Mi lasciano solo di notte, solo di giorno nelle chiese. Non si curano più del Sacramento dell’altare; non si parla mai di questo Sacramento di amore; ed anche quelli che ne parlano, ahimè, con che indifferenza, con che freddezza! Il mio cuore è dimenticato: nessuno si cura più del mio amore; Io sono sempre contristato. La mia casa è diventata per molti un teatro di divertimenti».
Mai Gesù era sceso a descrivere una per una le ingratitudini anche dei cristiani praticanti, credenti, ma tiepidi, trascurati, freddi verso il Sacramento di amore che è l’Eucaristia.
L’ingratitudine che più amareggia Gesù è quella dei consacrati: «Anche i miei ministri che io ho sempre riguardato con predilezione, che io ho amato come la pupilla dell’occhio mio; essi dovrebbero confortare il mio cuore colmo di amarezze; essi dovrebbero aiutarmi nella redenzione delle anime, invece, chi lo crederebbe? Da essi debbo ricevere ingratitudini e sconoscenze. Vedi, figlio mio, molti di costoro che… (qui si chetò, i singhiozzi gli strinsero la gola e pianse in segreto) sotto ipocrite sembianze mi tradiscono con comunioni sacrileghe, calpestano i lumi e le forze che continuamente do ad essi…».
È difficile trovare altre anime con cui Gesù tanto apertamente si sia confidato sull’ingratitudine e sui tradimenti e sacrilegi dei sacerdoti.
Il grande problema
Ci troviamo davanti ai peccati, alle iniquità commesse dai cristiani che hanno abbandonato la fede: è lo stato che oggi si definisce tranquilla apostasia, che si immerge nella notte etica. È ingratitudine verso Gesù Cristo e il suo amore. Ma il problema non sono le offese a Gesù. Così Gesù si esprime: «Io vorrei cessare di amarli, ma… (e qui Gesù si tacque e sospirava, e dopo riprese) ma, ahimè, il mio cuore è fatto per amare» (lettera a padre Agostino del 12 marzo 1913). Il problema vero è costituito dal Padre suo: «Mio Padre non vuole più sopportarli».
Bisogna placare il Padre per le offese al Figlio suo, all’amore del Figlio suo.
Il primo all’opera per placare il Padre, che non vuole più sopportarci, è Gesù stesso, che rivela quello che Lui opera in continuazione, per trattenere l’ira del Padre suo per i grandi peccati. Gesù dice a Padre Pio che Lui è sempre in agonia: è sempre in stato di vittima per placare il Padre suo.
Questa è un’altra rivelazione di Gesù a Padre Pio, a Pietrelcina, il 7 aprile 1913: «Venerdì mattina ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari: di questi, chi stava celebrando, che si stava parando e chi si stava svestendo delle sacre vesti.
La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena; perciò volli domandargli perché soffrisse tanto. Nessuna risposta ne ebbi. Però il suo sguardo si riportò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo e allorché lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lacrime che gli solcavano le gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: “Macellai!”. E rivolto a me disse: “Figlio, non credere che la mia agonia sia stata di tre ore, no, io lo sarò per cagione delle anime da me più beneficate sino alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia, non bisogna dormire. L’anima mia va in cerca di qualche goccia di pietà umana, ma ohimè mi lasciano solo sotto il peso delle indifferenze. L’ingratitudine e il sonno dei miei ministri mi rendono più gravosa l’agonia”».
L’agonia è il cuore di tutto il mistero della passione di Gesù. In tutta la sua vita Gesù si è offerto vittima per i peccati, dal primo istante dell’Incarnazione fino all’ultimo respiro, sulla croce. Ma dove l’offerta a vittima ha raggiunto il vertice è stato il Getsemani, quando si è offerto alla giustizia divina come vittima, perché avesse a prevalere la Misericordia. Lì la Giustizia mostrò a Gesù tutta l’ingratitudine.
Su tutto ha vinto l’amore di Gesù, la sua offerta vittimale. Gesù continua quell’offerta vittimale nell’Eucarestia; lo farà fino alla fine del mondo, per ottenere Misericordia. Cerca aiuto, cerca anime vittime che lo aiutino a riparare in modo valido ed efficace.
La soluzione del problema
Si tratta di placare l’ira giusta e divina del Padre Divino. Gesù lo ribadisce: «Figlio mio, soggiunse Gesù, ho bisogno delle vittime per calmare l’ira giusta e divina del Padre mio: rinnovami il sacrificio di tutto te stesso e fallo senza riservatezza alcuna».
Gesù è sempre in stato di vittima, continuamente immolata davanti al Padre in cielo e in tutti gli altari e tabernacoli del mondo. Cerca vittime, non perde parole.
Padre Pio è da sempre vittima. Ecco Gesù che lo invita a rinnovare il sacrificio di tutto sé stesso. Padre Pio si era proposto di essere sacerdote santo e vittima perfetta. Essere vittima, l’offrirsi vittima è lo stile di vita di Padre Pio, di tutta la sua vita. Una lettera di Padre Pio al suo confessore-direttore, del 29 novembre 1910, è più che sufficiente per provare che il vivere per Padre Pio è offrirsi vittima: «Ed ora poi vengo, padre mio, a chiedere un permesso. Da parecchio tempo sento in me un bisogno, cioè di offrirmi vittima al Signore per i poveri peccatori e per le anime purganti. Questo desiderio è andato crescendo sempre più nel mio cuore, tanto che ora è diventato, sarei per dire, una forte passione. L’ho fatta, è vero, più volte questa offerta al Signore, scongiurandolo a voler versare sopra di me i castighi che sono preparati sopra i peccatori e sulle anime purganti, anche centuplicandoli su di me, purché converta e salvi i peccatori ed ammetta presto in paradiso le anime del purgatorio. Ma ora vorrei fargliela al Signore questa offerta con la sua obbedienza. A me pare che la voglia proprio Gesù».
Padre Pio è vissuto nella continua rinnovazione di quest’offerta a vittima per tutti. Era la sua passione, la sua gioia: «Oh, che bella cosa divenir vittima di amore!».
L’amore lo portava a offrirsi. Ecco perché Padre Pio costituiva un vero consolatore per Gesù nelle ingratitudini degli uomini. Non dava quasi tempo a Gesù di parlargli: era già offerta vittimale.
«L’anima di Padre Pio
è il cielo terso in cui gli angeli
rispecchiano il loro volto, stupendosi;
è lo specchio della mia anima, in cui rifletto
come un purissimo raggio di sole, attraverso
il più puro cristallo»
Siamo in paradiso, dove la purezza è l’essenza stessa di Dio. L’anima di Padre Pio è così trasformata in Dio, da partecipare in sommo grado della purezza divina, del suo candore, della sua luce, della sua limpidezza.
L’anima di Padre Pio è cielo terso per il distacco totale da ogni affetto men che puro. La sua anima è bruciata dall’amore per Iddio. Egli stesso esclama: «Quanto sono belle le anime in cui vi regna il celeste Sposo. Se a tutti fosse mostrata una tale bellezza, non si vedrebbero certamente tanti stolti nostri fratelli correre là dove non vi è Dio». Non finisce di proclamare il suo rigetto anche della più piccola offesa a Dio: «Ho una risoluzione fermissima di non offendere Dio, neanche venialmente, e soffrirei mille volte la morte del fuoco, prima di commettere avvertitamente peccato qualcuno»; «Veramente ho una volontà presentemente che mi assoggetterei volentieri ad essere diviso in mille pezzi, anziché determinarmi ad offendere Iddio per una sola volta»; «Preferirei mille volte la morte, anziché determinarmi di offendere un Dio così buono». Contro questa volontà si rivolge Satana, per spezzarla e piegarla: «Gesù è sempre con me, è vero, ma è dolorosa la prova che mette a rischio l’anima di offendere lo sposo divino! Ma viva sempre Iddio! La fiducia di uscire sempre vittorioso e la forza ancora di combattere non mi viene mai meno»; «Mio Dio! Quegli spiriti maligni fanno tutti gli sforzi per perdermi, vogliono vincermi per forza; sembra che approfittino della mia debolezza fisica per maggiormente sfogare contro di me il loro livore ed in tale stato vedere se sia loro possibile strapparmi dal petto quella fede e quella fortezza che mi viene dal Padre dei lumi».
Padre Pio è tutto immerso in Dio: «Le tre potenze dell’anima si precipitano in Dio, come trascinate dal proprio peso; insomma, in questo stato i sensi, gli appetiti, i desideri, le affezioni, l’anima tutta gravita intorno a Dio con una forza e prontezza meravigliosa e, quel che più stupisce, si è che tale suo moto l’anima stessa non l’avverte»; «L’anima divampa di grandissimo amore di Dio»; «Sentomi il cuore e le viscere tutte assorbite da fiamme di sì grandissimo fuoco, che si vanno sempre più ingigantendo».
Ebbene, l’innocenza è stata la strada maestra, la scala che ha portato l’anima di Padre Pio a realizzare, per via di amore, la più alta unione con Dio e a raggiungere così i più alti gradi della santità. L’innocenza, infatti, si accompagna con tutte le virtù, dalla perfetta castità alla verginità, dalla bontà alla semplicità. È l’innocenza a rendere tersa, limpida, candida, pura l’anima di Padre Pio. L’anima innocente, nell’unione amorosa con Dio, partecipa della purezza divina, della stessa innocenza divina: ecco perché l’anima di Padre Pio è cielo terso in cui gli angeli rispecchiano il loro volto, stupendosi. Sono rapiti specialmente da due virtù che sono legate all’innocenza: la profondissima umiltà che sempre si accompagna all’innocenza pura e l’amore al patire, al sacrificio, al dolore.
«Tale è il concetto che ho di me, che non so se vi siano altri peggiori». Così pensava di sé Padre Pio. È profondissima umiltà. Le stigmate poi proveranno l’intima unione fra la purezza somma e il patire; è questo il motivo profondo dello stupore degli angeli: l’anima di Padre Pio, la purezza angelica, la purezza divina. Anche gli angeli partecipano della purezza divina: ma non soffrono. Padre Pio pativa fisicamente tutta la passione di Gesù, era un Calvario vivente. Padre Pio pativa la flagellazione, la coronazione di spine, era sempre in croce, pativa la morte. Arriva a scrivere: «Assaporo tutte le morti insieme in ogni istante della mia vita».
Il culmine del patire Padre Pio lo viveva durante la santa Messa. Lui stesso disse che durante la santa Messa tutto il cielo si riversava sull’altare. La crocifissione patita da Padre Pio durante la Messa era stupore non solo per gli angeli, ma per tutto il paradiso. Sull’altare, mentre Padre Pio celebrava, si vedeva con gli occhi del corpo Gesù crocifisso. “Gesù, Gesù!” si era costretti a dire. In lui Gesù si rifletteva come un purissimo raggio di sole attraverso il più puro cristallo. Era veramente immagine di Cristo Crocifisso e Risorto.
L’innocenza di Padre Pio non era innocenza recuperata, era l’innocenza pura. Bambino già trattava con gli angeli e i più grandi Personaggi del cielo. Gesù e Maria gli facevano da genitori. Era di tale purezza verginale che a 16 anni già vinceva tutto l’inferno. Siccome Dio concede le stigmate ad anime purissime, Gesù meglio non poteva proclamare l’innocenza purissima di Padre Pio. Le stigmate esigono questa atmosfera.
3. Fine